La crisi della lira turca e il bitcoin come bene rifugio

17 Agosto 2018, di Redazione Wall Street Italia

A cura di Matteo Oddi

Lunedì il processo di svalutazione della lira turca ha toccato i minimi storici di 7,2 TRY per dollaro statunitense e questa crisi continua a dominare il flusso delle notizie economiche, nonostante il timido recupero degli ultimi quattro giorni.

Al momento della scrittura la valuta di Ankara viene scambiata a 5,8 unità per dollaro e a 6,67 unità per euro, ovvero un rialzo rispettivamente dello 0,18% e dello 0,58% sulle negoziazioni di ieri.

La ripresa è iniziata dopo che martedì la Banca centrale turca ha lanciato un’asta per depositare dollari in cambio di lire al tasso di interesse del 19,25%, ossia 1,5 punti percentuali in più rispetto al tasso di riferimento.

Ma questi ultimi sviluppi potrebbero non essere sufficienti a rassicurare gli investitori nella lira turca, una divisa che, secondo i dati di Spectator Index, negli ultimi 12 mesi sul Forex ha ceduto il 66% nei confronti del biglietto verde.

Un indicatore di questa sfiducia diffusa è certamente l’aumento dell’interesse nei confronti del bitcoin da parte dei cittadini turchi, testimoniato tanto dai dati di Google Trends quanto dall’incremento dei volumi degli scambi sugli exchange di criptovalute locali. Un esempio su tutti BtcTurk, che offre la coppia di negoziazione BTC/TRY: le transazioni sul sito sono aumentate del 350% solo tra il 12 e il 13 agosto e il costo di un bitcoin ha superato di 500 $ il prezzo riportato sulle altre piattaforme.

In uno scenario simile l’aumento della popolarità del bitcoin in Turchia, spinto dalla sfiducia dei cittadini verso il governo e dalla debolezza della moneta locale, potrebbe rafforzarne lo status di “oro digitale”, nonostante la forte volatilità che contraddistingue la regina delle criptovalute.

E sono molti gli esperti del comparto crypto che guardano con attenzione all’evolversi della crisi turca in relazione alla percezione e all’adozione del bitcoin. “Se le lire turche sono più rischiose di altre valute, allora la gente comprerà euro o dollari, e anche bitcoin”, dice Oded Noam, chief architect della di Orbs, che permette di creare app decentralizzate basate su Ethereum.

Da parte sua Anatoliy Knyazev, co-fondatore del broker Exante, responsabile del primo fondo di investimento in bitcoin al mondo, individua nei “paesi colpiti da iperinflazione e nel mirino delle sanzioni USA come Turchia, Venezuela e Iran” dei “laboratori naturali per sperimentare la resilienza del bitcoin come bene rifugio”.

E quali possono essere le conseguenze nel lungo termine? “La fine del monopolio dello stato-nazione rispetto alla creazione di moneta”, secondo Eiland Glover, fondatore e CEO della stablecoin Kawala.

“I meccanismi di stabilizzazione dei prezzi, come il controllo autonomo dell’offerta di moneta, sono molto più semplici ed efficaci degli attuali strumenti a disposizione delle banche centrali. In questo modo, il denaro diventerà semplicemente un altro prodotto e i consumatori e le imprese potranno scegliere tra molte valute valide con la stessa facilità con cui sceglieranno una marca di detersivo”, sostiene Glover.