L’Africa oltre Mandela: ritratto di un continente in crescita

17 Dicembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

MILANO (ADVISE ONLY) – “Ho lottato contro il dominio bianco e contro il dominio nero. Ho coltivato l’ideale di una società libera e democratica nella quale tutti possano vivere uniti in armonia, con uguali possibilità.
Questo è un ideale per il quale spero di vivere”.

Nelson Mandela

E così è stato!

Quello che abbiamo vissuto in questi giorni è l’esempio, raro, in cui la morte di un leader non lascia né il caos, né vuoti di successione. L’eredità del grande uomo commemorato oggi allo Stadium di Johannesburg è un Paese più democratico e stabile, in un continente che – pur tra mille difficoltà – sembra voler imboccare questa direzione.

Per decenni l’Africa è stata oggetto di colonizzazione da parte delle economie europee. Ciò ha contribuito a creare conflitti interni, spesso destabilizzando la regione e ostacolando il progresso economico per lungo tempo.

Tuttavia, è accaduto qualcosa di strano nelle recenti riunioni dell’FMI e della Banca Mondiale a Washington. Mentre i paesi europei (gli ex padroni coloniali) litigavano per colpa della crisi che accentua le differenze tra gli Stati membri, i leader africani stavano lì seduti “tranquillamente” a presentare le riforme strutturali apportate alle loro economie. Traguardi che a livello continentale hanno contribuito a produrre una crescita significativa.

Ma non è tutto oro quello luccica: bisogna riconoscere che l’Africa è comunque un puzzle di situazioni diverse, che include Paesi con i più elevati livelli di disuguaglianza al mondo. Restano ancora tantissimi problemi da affrontare, sebbene diverse istituzioni abbiano emesso giudizi positivi sull’economia del continente nero:

“Lions on the move”

McKinsey Global Institute, giugno 2010

“L’Africa potrebbe essere sull’orlo di una decollo economico, molto simile alla Cina di trent’anni fa e all’India un ventennio fa”

Banca Mondiale, 2011

Proviamo anche noi di Advise Only ad analizzare l’andamento economico dell’Africa degli ultimi tre decenni. Per facilitare i lettori (ed essere chiari sul giudizio) divideremo questo lasso di tempo in due: gli anni sprecati (1981-1995) e la ripresa (1996-oggi).

Gli anni sprecati

Dal 1981 al 1995 la crescita media annua del PIL (vedi grafico) ammontava all’1,7%, molto meno della crescita del PIL mondiale (2,8%): in altri termini l’Africa perdeva terreno. Inoltre, la crescita del PIL era più bassa di quella della popolazione, di conseguenza il livello del reddito medio pro-capite del continente si riduceva. Aumentavano le disuguaglianze tra Paesi (quelli più ricchi crescevano più velocemente degli altri) e all’interno dei singoli Paesi (i ricchi diventavano sempre più ricchi, mentre i poveri diventavano sempre più poveri).

Una possibile spiegazione di questa pessima performance è legata ai conflitti politici, le guerre civili, le rivolte regionali, le sanzioni e le politiche economiche sbagliate. Tuttavia bisogna dire che durante questo periodo, alcuni Paesi registravano una crescita del PIL relativamente alta e aumenti del livello di reddito pro-capite.

La ripresa

Verso la metà degli anni ’90 il continente conosce un’interessante crescita economica. Dal 1996 al 2012 la crescita media annua del PIL è pari al 4,4%, più alta della crescita della popolazione: il risultato è stato un incremento del reddito pro capite. Il boom dei prezzi petroliferi e di altre materie prime nell’ultimo decennio spiega solo parte di questa ripresa.

Molti Paesi hanno goduto di una maggiore stabilità politica e riforme economiche. Ad esempio il Sudafrica, la più grande economia dell’Africa sub-sahariana, una delle due grandi economie del continente insieme all’Egitto, ha beneficiato della fine dell’apartheid.

Sebbene i conflitti politici siano diminuiti dagli anni ’80 ai primi anni ’90, aprendo la strada ad un miglior utilizzo della crescita potenziale ed ad una maggiore uguaglianza nella distribuzione del reddito, continuano a esistere in larga parte del continente elevati livelli di povertà e barriere alla crescita (restrizioni alle infrastrutture, carenza di lavoratori specializzati, eccessiva burocrazia, corruzione e settori finanziari ancora sottosviluppati).

L’esempio dell’Asia Orientale e del Giappone

Due sono le lezioni che l’Africa dovrebbe imparare dall’Asia Orientale e dal Giappone:

– attuare politiche industriali in grado di individuare e valorizzare le competenze in quei settori industriale in grado di creare vantaggi per altri settori limitrofi;

– una strategia di sviluppo (come quella adottata in passato in Giappone), che ponga particolare enfasi su istruzione, eguaglianza e riforma agraria.

In conclusione

La notevole crescita del continente africano, con tutte le sue contraddizioni e difficoltà interne, lascia aperta la strada per ulteriori miglioramenti per l’economia.

Una delle sfide del continente nero è sicuramente quello di garantire un percorso di crescita sostenibile, in modo che larga parte della popolazione possa beneficiare della crescita economica.

Il mondo sta cambiando: Paesi come la Cina stanno perdendo terreno in termini di vantaggio comparato e competitivo globale per effetto dell’aumento dei salari e dell’apprezzamento del cambio. In questo contesto, non è irragionevole pensare che parte della produzione industriale sia destinata a trasferirsi fuori dal Paese del Dragone: l’Africa potrebbe accaparrarsene una quota. Per trarne beneficio è importante che i governi africani implementino politiche industriali per favorire la ristrutturazione delle proprie economie.

Noi di Advise Only crediamo nelle opportunità di sviluppo e crescita dell’economia africana. Per questo, abbiamo creato un portafoglio pensato per chi condivide questa nostra idea: Forza Africa.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Advise Only – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Copyright © Advise Only. All rights reserved