Italia: per sanare debito taglia ai cittadini e tiene in vita mostro PA

23 Giugno 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Un’Italia ancora alle prese con il demone del debito pubblico, che tuttavia nei suoi sforzi di far quadrare i conti a volte esagera, in quanto i tagli colpiscono i servizi resi ai cittadini. Tutto questo, mentre consente che rimangano in vita enti anti-economici, inutili, in quanto non rispondono a “oggettive finalità di interesse pubblico”. E’ il quadro che trapela dalla Corte dei Conti, nella relazione sul rendiconto generale dello Stato 2015

“L’elemento di maggiore vulnerabilità dell’economia italiana, vale a dire l’elevato debito pubblico, impone alle politica economica un dosaggio molto attento nel conciliare interventi di sostegno della crescita e di stabilizzazione del ciclo economico e interventi che assicurino un rientro del debito in tempi certi, fondamentale per le aspettative dei mercati”. E’ quanto scrive Angelo Buscema, presidente di coordinamento delle Sezioni Riunite della Corte dei Conti in sede di controllo. Buscema definisce di fatto “il recupero della crescita del PIL troppo modesto e, soprattutto, in ritardo rispetto alla ripresa in atto negli altri principali Paesi europei”.

Dal canto suo, il Procuratore generale Martino Colella, nel “Giudizio sul rendiconto generale dello Stato 2015”, fa notare che:

L’attuale ipertrofia di enti e strutture (comprese le autorità indipendenti) richiede che si attivi una concreta attività di sfoltimento degli stessi, partendo dai casi in cui più evidente è la duplicazione delle competenze e la sostanziale mancanza di un interesse pubblico attuale alla loro sopravvivenza”. Colella ricorda che gli enti continuano a sopravvivere esclusivamente grazie a contributi e partecipazioni pubbliche. Un loro sfoltimento potrebbe contribuire a suo avviso “all’auspicato contenimento della pressione fiscale“. Occorre una “razionalizzazione degli enti pubblici statali e di riduzione del loro costi”.

La Corte nella relazione ricorda l’ampia libertà che è stata lasciata agli enti pubblici nel costituire società partecipate, “anche palesemente antieconomiche o non rispondenti ad oggettive finalità di interesse pubblico. Queste ultime ammontavano, nel 2013, secondo il rapporto 2016, sul coordinamento della finanza pubblica, delle sezioni riunite della Corte, a 10.964 ed impiegavano 953.100 addetti“.

Allo stesso tempo, stando alle parole di Raffaele Squitieri presidente della Corte dei Conti, “lo sforzo di contenimento degli ultimi anni appare assai severo”, soprattutto sulle spese “che più incidono sul funzionamento delle amministrazioni e sui servizi resi ai cittadini”. In particolare Squitieri ricorda che tra il 2010 e il 2015 la spesa per i redditi da lavoro dipendente nella P.a. è diminuita “in valore assoluto a oltre 10 miliardi”, che l’azione per far quadrare i conti pubblici si è tradotta anche in risparmi “molto rilevanti” della spesa per interessi sul debito; e tuttavia “l’urgenza, a volte affannosa, di realizzare un rigido percorso di rientro verso l’equilibrio di finanza pubblica ha reso più difficile il bilanciamento con le esigenze, anch’esse pressanti, di salvaguardia di politiche pubbliche vitali” come “infrastrutture” e “opere pubbliche”.

La Relazione sul rendiconto finanziario dello Stato 2015 cita la conclusione del Patto di stabilità interno inserita nella Legge di stabilità 2016. Il Patto “si era rivelato il principale ostacolo alla ripresa degli investimenti”.

Buscema, in riferimento alla PA“:

“Il processo di riordino degli assetti organizzativi” della pubblica amministrazione “è stato defatigante, continuo e disordinato e, in taluni casi, si è venuto a sovrapporre ad analoghi percorsi derivanti dalla ridefinizione delle competenze dei ministeri ovvero dalla costituzione di Enti e Agenzie nazionali”. Il presidente di coordinamento delle sezioni riunite della Corte dei Conti sottolinea inoltre che “anche il processo di riduzione della rete periferica degli uffici dei ministeri è stato sinora troppo timido e ha, in definitiva, inciso solo sui vertici degli uffici”.

Sul fronte della spesa degli interessi, il presidente della Corte dei Conti Squitieri ha riconosciuto di fatto, nel periodo compreso tra il 2010 ed il 2015, risparmi molto rilevanti. Ma Massimiliano Dona, Segretario dell’Unione Nazionale Consumatori, ha così commentato:

“Peccato che ora questo percorso virtuoso si sia interrotto. Nel 2015 la riduzione della spesa per interessi si deve solo al Quantitative easing della BCE, non certo ai tagli della spesa improduttiva e men che meno alla riduzione del debito pubblico, che non a caso ad aprile 2016 ha toccato il record assoluto di 2.230 miliardi”. “Inoltre, come denuncia oggi la stessa Corte dei Conti, la riduzione delle spesa ha solo significato tagli dei trasferimenti agli enti locali, che per compensare le minori entrate hanno aumentato a dismisura le tasse locali e ridotto i servizi resi ai cittadini”.