Governo: Napolitano, incarico esplorativo a Bersani

22 Marzo 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Al Quirinale Il presidente della Repubblica insiste sulla necessita’ di un governo di larghe intese: “Occorre un governo con pieni poteri”.

“Tuttavia l’incarico di provare a formare un governo va assegnato al leader del centro sinistra Pier Luigi Bersani, che e’ obiettivamente in condizioni piu’ favorevoli per cercare di creare un esecutivo” che abbia la fiducia delle due Camere.

Un incarico esplorativo significa che ora spettera’ a Bersani fare le sue proprie consultazioni per verificare se ci sono le basi per creare un governo. Il leader del PD ha intenzione di mettersi subito al lavoro e sentire anche le parti sociali, non solo i partiti, a cui presentera’ il suo “progetto chiaro di riforme”.

Una curiosita’ storica: nel 1976 il governo Andreotti duro’ un anno e mezzo grazie all’astensione del Pci (e uno dei fautori della soluzione fu proprio Napolitano).

Un volto teso e tirato, l’aria stanca e anche un pizzico di insofferenza, quando qualcuno accenna ad interromperlo: ieri sera Giorgio Napolitano ha chiuso così il giro delle consultazioni più difficili del suo settennato. L’imperativo categorico è quello di evitare un rapido ritorno al voto, nella convinzione che risolverebbe poco o nulla, precipitando piuttosto il Paese in una crisi anche istituzionale profonda. Già, ma come procedere, a chi affidare l’incarico?

Incomunicabilità

Il Parlamento resta spezzato in tre tronconi, che non si parlano o si parlano appena, lontano dalle telecamere, perché in realtà l’intima diffusa convinzione è che la legislatura, comunque vada, sarà breve: la campagna elettorale, insomma, continua.

Incertezza

Si profila così uno stallo che non era certo negli auspici del Quirinale, che a più riprese ha sollecitato un sussulto di responsabilità, un sincero desiderio di dare presto un governo al Paese. Fare presto era la parola d’ordine, ieri sera all’uscita dallo Studio alla Vetrata, al Quirinale, il presidente ha annunciato una ‘pausa di riflessione’ dall’approdo tutt’altro che facile.

Non abbiamo vinto ma siamo primi, o noi o nessuno…

Bersani chiede per sé l’incarico, in quanto vincitore delle elezioni. Grillo fa altrettanto, rivendicando il successo a sua volta. Berlusconi vuole un governo di larghe intese, ma guai a parlargli di una presidenza del Consiglio in appannaggio al centrosinistra (per non dire della presidenza della Repubblica). Il Colle deve trovare la quadra.

Il quaderno del presidente

Napolitano si è chiuso nel suo studio, a compulsare i precedenti ed a rivedere gli appunti presi meticolosamente in questi ultimi due giorni. Appunti che non riguardano solo i nomi espressi per Palazzo Chigi, ma anche i punti programmatici su cui è possibile trovare un accordo tra le varie parti. Non a caso sia i grillini, sia il Pd hanno avuto cura di uscire dai colloqui enunciando i loro desiderata (ben venti per i primi, un po’ meno per il secondo).

Numeri

Bersani, è vero, è arrivato primo alle elezioni, ma resta l’ostacolo oggettivo
della mancanza di una maggioranza al Senato. Per non parlare del retroterra politico della maggioranza, ampia solo grazie al Porcellum, alla Camera: anche qui la vittoria del centrosinistra è stata risicata. Le esperienze vicine e lontane nel tempo bollano come illusoria l’ambizione di governare l’Italia con una maggoroanza risicata, variabile, o zoppicante.

Quale incarico

D’altra parte, ignorare Bersani nella scelta dell’incarico non sembra semplice: è o non è il candidato premeir della coalizione che ha preso più voti alle elezioni? Semmai bisogna vedere quale tipo di incarico affidare. Il segretario del Pd ne chiede uno pieno, e politico. Ma anche nel suo partito, il Ps, molti dirigenti sono consapevoli che altre possibilità sono percorribili. La storia della Repubblica (la prima, in verità) è piena di incarichi esplorativi, preincarichi, mandati per sondare il terreno e preparare l’avvento di formule inconsuete.

Il nodo, piuttosto, è se Bersani sarebbe disposto ad accettare un’ipotesi del genere, e, se sì, perché, ipotizzando l’intransigenza assoluta dei 5 Stelle a votargli la fiducia. Forse, sussurra qualche opinionista esperto, perché potrebbe risultare utile a stanare definitivamente Grillo inchiodando poi il Movimento 5 Stelle alle aspettative disattese nella nuova campagna elettorale verso elezioni anticipate. In fondo, gran parte dei voti grillini sono considerati riassorbibili da più di un dirigente Pd, il tema del voto utile potrebbe convincere più di un elettore 5 Stelle, magari con una proposta programmatica che esalti i temi dei tagli alla politica.

La giornata particolare di Grasso

Nel frattempo appare problematica anche la candidatura del presidente del Senato Piero Grasso per un mandato pieno o eslporativo. Non solo Grillo ha già detto ‘no’, ma nel Pd molti non hanno gradito la disponibilità subito manifestata dallo stesso Grasso mentre Bersani doveva essere ancora ricevuto al Quirinale per le consultazioni. Non bastasse, ieri sera in tv lo scontro con Travaglio.

“Un italiano molto furbo”

“E’ chiaro a tutti – ha detto Travaglio nella prima parte di ‘Servizio Pubblico’ – che Grasso non è Schifani e Schifani non è Grasso. Il problema è che Grasso non è quello che molti grillini credono”.

Per Travaglio, il presidente del Senato “prima di essere magistrato, è un italiano, è molto furbo, è un uomo di mondo, ha saputo gestirsi molto bene,
non ha mai pagato le conseguenze di un indagine. Si è sempre tenuto a debita distanza dalle indagini sulla mafia e la politica, si è addirittura liberato quando era procuratore di Palermo di tutti i magistrati che facevano indagini su mafia e politica, si è reso protagonista di alcuni gesti poco nobili, come rifiutarsi di firmare l’atto di appello contro l’assoluzione in primo grado di Andreotti, lasciando soli i sostituti procuratori che avevano presentato questo appello”.

Il giornalista fa poi alcuni esempi. Grasso, dice, “ha fatto dichiarazioni in cui prendeva le distanze da Caselli, ha ottenuto applausi dal centrodestra. Ancora l’altro giorno Berlusconi ha detto che Grasso F tutt’altro che un brutto candidato alla presidenza del Senato, ha ottenuto addirittura dal centrodestra tre leggi per fare fuori Caselli e far passare Grasso alla procura nazionale antimafia. Leggi anticostituzionali che però Grasso ha utilizzato per diventare procuratore nazionale antimafia, mentre il governo faceva fuori il suo unico rivale. Quindi io mi sono semplicemente ribellato a questa baggianata oleografica, a questa rappresentazione teatrale dei buoni contro i cattivi”. Inoltre, dice Travaglio, Grasso “ha proposto Berlusconi per la medaglia antimafia” poco prima di essere eletto. Accuse alle quali Grasso replica.

“Sarebbe bene che lei si abituasse al confronto – dice rivolgendosi a Travaglio – avere un contraddittorio è una regola di civiltà”, lamentando che durante la trasmissione tv nessuno abbia cercato di difendere il presidente del Senato dalle “accuse infamanti”.

Travaglio ribatte: “Presidente, lei permettera’ che ci sia almeno uno che la critica, visto che giornali e televisioni li ha tutti dalla sua parte e suonano il violino per lei!”. Grasso non vuole entrare nel merito delle accuse ma si limita a ribadire l’invito a Travaglio a partecipare “carte alla mano” ad un confronto tv.

Governo del presidente
E allora, cosa deciderà Napolitano? “Il Presidente della Repubblica – spiega uno dei capigruppo saliti al Colle – ha sostenuto che sul tavolo c’è anche l’ipotesi di un governo di scopo, ma che poi divenga di legislatura. Su una cosa è stato chiaro: per un governo servono numeri certi, non è possibile superare la fiducia per uno o due voti”. Il Presidente non desidera lasciare in eredità al suo successore una situazione politicamente traballante.

Difficile un replay del vecchio sistema di larghe intese che ha dato vita, poco piu’ di un anno fa, al governo Monti. E allora, nei palazzi, il toto-premier vede salire nelle quotazioni l’ipotesi di un governo del Presidente guidato da una personalità super partes come il costituzionalista Onida. Si faccia attenzione: del presidente e di scopo, non istituzionale. Le cariche massime dei due rami del Parlamento, Grasso incluso, non sarebbero in cima all’agenda delle opzioni presidenziali.

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ROMA (WSI) – La scommessa di Bersani si gioca tutta nei prossimi tre giorni. “Bisogna mettere in moto la macchina, far partire la legislatura. Sulla base della maggioranza che c’è alla Camera”.

Fin dalla sera dopo il voto, dalla vittoria a metà che lo aveva paralizzato per 24 ore, il segretario ha puntato sul governo di minoranza, su una squadra guidata da se stesso che potesse cercare i voti necessari in Parlamento, al Senato soprattutto. Oggi pomeriggio avrà dal Quirinale la mano da giocare e potrà avviare in prima persona un giro di consultazioni con le forze politiche, nessuna esclusa.

La novità infatti è che nel pacchetto dell’incarico, su sollecitazione di Napolitano, Bersani ha infilato la riforma delle istituzioni e la legge elettorale da discutere e votare anche con il Pdl e Berlusconi.

“Se si vuole iniziare un percorso istituzionale riguarda tutti, non è solo affar nostro. Ma questo non ha nulla a che fare con la maggioranza che sostiene il governo: non c’è alcuno spazio per larghe intese o governissimi”, sono state le parole pronunciate dal segretario nel colloquio difficile, a tratti teso, avuto ieri con Giorgio Napolitano (…)

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da La Repubblica – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

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ROMA (WSI) – Lo stallo è continuato fino a sera. La strada per risolvere il rebus del dopo voto da stretta, anzi, strettissima, sembrava diventata un vicolo cieco. Eppure Pierluigi Bersani non si rassegnava e non si rassegna: è pronto a combattere fino in fondo e rivendica il diritto di imboccarlo, quel sentiero. Per quanto impervio e buio possa essere.

Attraverso un richiamo alla corresponsabilità, vuole provare a mettere in piedi il suo «governo di cambiamento». Insomma: è determinato ad aprire la sfida (sul proprio progetto, il proprio programma, i propri nomi) a «tutte le forze parlamentari», a costo di farsi dire pubblicamente di no e di non raggiungere così l’autosufficienza di cui avrebbe bisogno in Senato. E in ogni caso senza digerire l’idea di un passo indietro per carità di patria.

Ecco l’aggrovigliato nodo che ieri sera Giorgio Napolitano si è trovato a sciogliere, al termine di due giorni di consultazioni, facendo ricorso a tutta la sua esperienza politica e istituzionale. È difficile, per lui, non concedere al segretario del Partito democratico questa chance, attraverso un incarico.

Difficile, per non dire impossibile, anche se sa bene – e lo sa Bersani – che un simile tentativo è esposto al rischio del fallimento e potrebbe dunque rivelarsi un azzardo, oltre che una perdita di tempo. Tuttavia il presidente della Repubblica un tale passo lo deve fare, in forza del responso delle urne, in base al quale il Pd può vantare la vittoria, seppur mutilata.

Ora, a parte lo scatto d’orgoglio politico e personale del candidato premier, a parte il suo bisogno di tenere unita una dirigenza in tensione e sotto stress, a parte il vago sapore pre elettorale che questa mossa si porta dietro, ciò su cui ci si è interrogati a lungo era la natura del mandato.

Che, si può anticipare, non sarà pieno. Qualcuno azzardava che potrebbe essere «esplorativo», così che Bersani in persona verificasse se è in grado di ottenere i numeri dei quali ha bisogno: ma gli «esploratori» sono di solito figure terze, quasi sempre alte cariche dello Stato, e tale scelta non si applica mai a chi deve poi mettere in piedi il governo.

Sarà quindi, comunque il Quirinale decida di qualificarlo (e la definizione risulterà dagli stessi contenuti con cui il presidente lo configurerà), un mandato «condizionato», e in un passaggio come il nostro la condizione regina è ovviamente che ci sia una maggioranza per la fiducia. Sarà questo il primo, e provvisorio, giro di boa del consulto quirinalizio.

Napolitano lo formalizzerà nel pomeriggio di oggi, dopo aver completato in solitudine le sue riflessioni e tratto un bilancio dal faticoso confronto che ha avuto con tutti gli attori in campo. Il primo dato sensibile raccolto è che esiste una larga maggioranza che, nonostante le minacce incrociate dei giorni scorsi, non vuole tornare al voto: risultato scontatissimo, se non altro per
l’istinto di autoconservazione che percorre un Parlamento appena insediato.

Ha poi dovuto affrontare l’atteso faccia a faccia con il leader del Movimento 5Stelle, Beppe Grillo (e c’è stata molta curiosità reciproca e qualche ironia sdrammatizzante), dopo il quale ha dovuto verbalizzare quel che in rete era stato già ripetuto infinite volte dal blogger: nessuna stampella al Pd, nessuna foglia di fico, nessuna fiducia a governi dei vecchi partiti.

A parte il copione già recitato del centrodestra berlusconiano, l’autentico scoglio da aggirare era l’incontro delle 18 con Bersani. Dal Pd erano stati fatti filtrare segnali duri e preoccupanti anche per il Quirinale.

Dall’entourage del vertice si continuava a bocciare qualsiasi scenario di larghe intese con il Pdl. Un arroccamento fondato su un vero ukase: se si insiste per un accordo con Berlusconi, si deve capire che, a parte una quarantina di renziani e una decina di veltroniani, gli altri 290 parlamentari del partito si schiereranno compatti contro. E non resterà altro che il voto.

Una pressione finalizzata a scoraggiare Napolitano e chiunque coltivi l’ipotesi di un esecutivo «del presidente», «istituzionale», «di scopo», o comunque lo si chiami (ipotesi sposata dal centrodestra nel tentativo di rimettersi in gioco), e sulla quale si erano sprecati gli identikit del possibile premier. Da stasera toccherà a Bersani, provare a far uscire il Paese dall’impasse. Non avrà molto tempo: due o tre giorni al massimo. Dopo di che, se tornerà sul Colle senza dimostrare – carta alla mano – di essersi guadagnato l’autosufficienza, l’ultima mossa sarà del capo dello Stato. E, contro ogni obliqua minaccia, c’è da giurare che un impensabile deus ex machina per un suo governo lui lo scoverà.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Corriere della Sera – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

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