Giavazzi: “Italia indietro in hi-tech, mentre teme Uber e protegge tassisti”

22 Febbraio 2017, di Mariangela Tessa

Non è vero che innovazione e tecnologia creano disoccupazione. Anzi. Francesco Giavazzi, 67 anni, docente di economia all’Università Bocconi e al Mit di Boston, in un’intervista a Il Piccolo, mette a confronto la situazione italiana con quella tedesca.

“Industria 4.0 è una sorta di verbo in Germania, dove c’è piena occupazione. Ci sono aziende tedesche che vanno a reclutare lavoratori in Spagna, offrono loro weekend in Germania affinché decidano di trasferirsi. Ovviamente perderai operai generici sostituiti dai robot, ma si formeranno altre figure professionali. Il punto è che noi Italia siamo nel mezzo, perché non vogliamo Uber e proteggiamo i tassisti, e nel contempo siamo indietro su Industria 4.0 perché temiamo che l’innovazione spazzi via posti di lavoro. Non è vero che innovazione e tecnologia creano disoccupazione”.

Giavazzi riconosce tuttavia i passi avanti compiuti con le riforme del lavoro introdotte negli ultimi anni:

“prima di Jobs Act e prima di Fornero, i lavoratori esclusi dalla cassa integrazione erano il 17% e ora sono il 4% a zero tutele. Siamo diventati un paese normale e non ce ne siamo accorti”.

Entrando nello specifico dello Jobs Act, Giavazzi sottolinea che quest’ultimo

“ha aiutato molto sul piano della flessibilità, ma non è che senza domanda l’occupazione aumenta per magia. E ha poco senso parlare solo di un uso distorto dei voucher come se fosse il centro della questione”.

Tuttavia sul piano contrattuale, l’economista suggerisce la necessità di spostare la contrattazione sul piano aziendale:

“I contratti nazionali non hanno più senso, perché sono incomparabili le condizioni in Calabria e in Veneto, ma anche tra aziende dello stesso territorio la cornice può essere radicalmente differente. Il contratto unico è una camicia di forza per tutti”.