Giacomelli: “No a privatizzazione Poste, 30% resti al Tesoro”

15 Febbraio 2017, di Alessandra Caparello

MILANO (WSI) – No ad una seconda tranche di privatizzazione di Poste Italiane. A dirlo il sottosegretario allo sviluppo economico, Antonello Giacomelli a margine di un’audizione al Senato in cui ha espresso il proprio rifiuto netto alla scissione del secondo pacchetto azionario di Poste pari al 30% che oggi è nelle mani del MEF, il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

“Capisco l’esigenza di ridurre il debito pubblico, ma avanzerò una proposta su come raggiungere l’obiettivo senza procedere a una seconda tranche di privatizzazione di Poste Italiane. Il punto sostanziale è che bisogna rafforzare il ruolo di alcuni poli pubblici per puntare allo sviluppo, riducendo il debito. Su questo dobbiamo trovare una soluzione che tenga insieme le due cose”.

Giacomelli aveva già fatto presente ai vertici del Pd in una missiva, come riporta MilanoFinanza, le sue preoccupazioni:

“La scelta di procedere ad un’ulteriore collocazione sul mercato di una quota del capitale di Poste Italiane, avanzata nelle ultime settimane, ha implicazioni molto serie. Implicazioni che credo vadano ben ponderate dalla maggioranza che sostiene il governo e, prima di tutto, dai gruppi parlamentari del Pd (…) Temo che per mantenere la promessa di alti rendimenti, si finisca per intervenire drasticamente su aspetti di minor interesse finanziario ma di maggiore utilità sociale, ovvero a discapito della rete di sportelli, del recapito, del personale dedicato ai servizi locali e paventa il pericolo che la vendita di un secondo pacchetto di azioni inevitabilmente finisca per incidere fortemente sul ruolo di Poste e del suo servizio, oltre che sul livello occupazionale”.

Intanto a gennaio il MEF ha avviato la procedura per il collocamento del 30% di Poste Italiane come ha sottolineato in un’intervista Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del MEF. Oggi a Piazza Affari guadagna lo 0,83% a 6,04 euro.

Poste Italiana è approdata a Piazza Affari nel 2015, quando il Mef ha collocato il 35,5% del capitale, dismettendolo. Successivamente, un’altra quota del 30% è stata ceduta a Cassa Depositi e prestiti. E ora in agenda ci sarebbe l’immissione di un’altra partecipazione del 30%.