Fuga cervelli: “Gli incentivi fiscali non bastano: si favorisca nascita di nuove aziende”

5 Febbraio 2020, di Alberto Battaglia

Fra il 2013 e il 2017 il numero dei laureati che hanno lasciato l’Italia è aumentato del 41,8%. Secondo l’Istat solo nel 2017 sono emigrati 115mila italiani, di cui 28mila laureati. Per provare a bloccare l’emorragia, il governo era intervenuto già nel 2015 (con il decreto legislativo 147/2015) e in modo nettamente più deciso attraverso il Dl crescita 34/2019. Per i lavoratori che trasferiscono la residenza in Italia si apre un sistema di forti incentivi fiscali. Per accedere sono sufficienti tre presupposti: nei due periodi d’imposta precedenti il trasferimento la residenza deve essere stata all’estero; secondo, ci si impegna a risiedere in Italia per almeno due anni; terzo, l’attività lavorativa viene svolta prevalentemente in Italia.

In queste fattispecie il fisco italiano prevede un beneficio assai sostanzioso. Il reddito complessivo viene tassato limitatamente al 30% dell’ammontare percepito, oppure al 10% se la residenza è presa in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna, Sicilia. Un grosso incentivo al rientro dall’estero (valido per laureati e non) che rimane valido per 5 anni (che possono arrivare a 10 se si creano altre condizioni che testimoniano la stabilizzazione della residenza in Italia).
E’ ancora presto per capire se la nuova normativa sui lavoratori cosiddetti impatriati ha dato buoni frutti. Nel frattempo, non mancano voci che sollecitano un approccio diverso per facilitare il rientro dei cervelli fuggiti all’estero.

 

Secondo Sabino Costanza, co-fondatore della società di digital lending Credimi, il meccanismo degli incentivi fiscali non è sufficiente a creare un vero stimolo al ritorno in patria.

“Più che sugli incentivi lo Stato potrebbe lavorare sulla semplificazione normativa per agevolare la nascita di aziende innovative capaci di intercettare questi bisogni”, ha detto Costanza in una nota diffusa alla stampa, “la storia di Credimi, in questo senso, è molto chiara: il 25% dei nostri collaboratori è tornato in Italia per lavorare con noi, per sposare un progetto che aiuta le aziende a finanziare la propria crescita attraverso uno strumento, quello del factoring digitale, rapido e trasparente”.

Credimi conta fra i suoi clienti 4.000 aziende italiane, che hanno ricevuto finanziamenti per 750 milioni di euro.

“Cogliere l’importanza del ruolo dell’azienda all’interno della società permette di far fronte a ostacoli che una volta erano insormontabili come quello dello stipendio: oggi la remunerazione non è l’unica voce che conta, anzi, più la carriera del lavoratore avanza più sono importanti altri aspetti”, ha sottolineato il cofondatore di Credimi, “secondo una ricerca della School of Management della Bocconi, i Millennial più che ad un’alta remunerazione, puntano alla possibilità di crescere, fare formazione, godere di benefit e avere orari di lavoro flessibili, resi possibili dall’approccio digitale. Per i giovani lavoratori è importante, in particolare, ottenere un buon bilanciamento tra lavoro e vita privata: per questo anche in Credimi stiamo studiando pacchetti sempre più innovativi come, per esempio, la possibilità di operare da remoto in luoghi scelti dagli stessi lavoratori”.

“Essere flessibili è fondamentale per attrarre le persone migliori e per farlo è ancora più importante non limitarsi solo all’Italia: noi ci siamo concentrati molto sulle nostre comunità all’estero perché riteniamo che la diversità all’interno dell’azienda sia un valore enorme. Il beneficio per le aziende di questo tipo di approccio è evidente, ma attrarre persone preparate e motivate fa la differenza anche per il sistema Paese. Tutti possono fare la loro parte”, conclude Costanza, “le aziende con uno scatto avanti coraggioso; ma anche lo Stato, creando un ecosistema accogliente, meno burocratizzato e con più servizi, in cui le imprese si sentano più libere di muoversi”.