Coronavirus, cosa sono gli Eurobond e perché l’Europa ne ha bisogno più che mai

18 Marzo 2020, di Alberto Battaglia

L’emergenza sanitaria imporrà a tutti i Paesi europei incrementi straordinari della spesa pubblica per fronteggiare le conseguenze economiche che il coronavirus porterà con sé. Denaro che servirà per acquistare materiale sanitario, ma anche per sostenere i redditi delle famiglie ed evitare fallimenti aziendali che provocherebbero una crisi economica a spirale.

Ma la capacità di indebitamento, all’interno dell’Eurozona, incontra molti più vincoli rispetto a quella degli altri Paesi. Alla Banca centrale europea, infatti, è fatto esplicito divieto di acquistare direttamente titoli di debito pubblico di nuova emissione. Finora gli sforzi profusi dalla Bce attraverso il Quantitative easing hanno permesso di comprimere i tassi d’interesse sulle emissioni di titoli di stato, garantendo un cospicuo risparmio in termini di spesa per interessi da parte gli stati.
In particolare, per quei Paesi ad elevato debito pubblico come l’Italia, ai quali gli investitori richiederebbero un premio al rischio più elevato. Il rialzo dello spread italiano, in questa fase, riflette la crescente diffidenza degli investitori sulla capacità di sostenere il peso di un debito crescente, a fronte delle spese straordinarie che il governo sta affrontando e della recessione che aspetta l’Italia.

In altre parole, l’emergenza coronavirus rischia di scoprire nuovamente le debolezze strutturali dell’unione monetaria. Debolezze che si rivelano in tutta la loro importanza in Paesi come l’Italia, per la quale non esiste la possibilità di finanziare a deficit spese emergenziali con il sostegno di una banca centrale dotata di pieni poteri. In queste condizioni, se la situazione dovesse aggravarsi, l’unico esito immaginabile sarebbe quello di un costante aumento dei tassi d’interesse sui titoli di stato italiani, che a sua volta incrementerebbe sempre più il rischio di insolvenza del Paese.

La proposta di Conte: i Coronavirus bond

Per venire incontro alle esigenze dei Paesi più indebitati e con meno spazi per fare le pur necessarie politiche di disavanzo aggressivo, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha evocato, il 17 marzo, la possibilità di emettere titoli di stato europei specificamente disegnati per questa fase di crisi: i Coronavirus bond. Ad emettere queste obbligazioni (di fatto, degli Eurobond) potrebbe essere la Banca europea per gli investimenti, e a garantirne la solvibilità sarebbero, tutti assieme, i Paesi dell’Unione europea.
Il vantaggio dell’operazione sarebbe il seguente: diluendo i rischi di insolvenza più forti, come quelli di Italia e Grecia, con quelli più bassi di Germania o Olanda, il tasso d’interesse appropriato sarebbe nettamente più basso rispetto a quello che sarebbe altrimenti richiesto al solo “emittente Italia”.

Pertanto, se le spese necessarie per affrontare questa crisi fossero finanziate sulla base di una garanzia condivisa, il peso in termini di sostenibilità sarebbe assai più lieve. Il problema che, a questo punto del ragionamento, si è sempre posto, però, è che i Paesi più “virtuosi”, quelli più efficienti e a debito più basso, non avrebbero alcun interesse immediato a pagare una porzione del rischio-insolvenza di altri Paesi.
Non solo: introdurre stabilmente questa forma di finanziamento a migliori condizioni, si è sempre sentito dire a Berlino, disincentiverebbe comportamenti più responsabili in termini di gestione del denaro pubblico laddove sarebbero più necessari.

La crisi che bussa alla porta potrebbe essere sufficiente a convincere i Paesi del Nord Europa che, almeno in questa circostanza, i problemi di azzardo morale possono passare in secondo piano? E’ quanto si è augurato, fra gli altri, anche l’ex premier Romano Prodi: “Questo tragico evento ci conferma che un’Unione economica e monetaria rimane incompleta e fragile se non è accompagnata dalla presenza di soggetti istituzionali in grado di emettere titoli di debito pubblico con i quali finanziare le necessarie politiche di interesse generale”, aveva scritto in un intervento pubblicato su Sole 24 Ore lo scorso 7 marzo. “Queste affermazioni dovrebbero essere considerate ovvie ma sappiamo per esperienza che solo l’uso del termine ‘Eurobond’ ha, negli anni passati, suscitato reazioni di rifiuto da parte di molti Paesi, a cominciare dalla Germania.
Un rifiuto fondato sul timore che gli Eurobond siano solo un veicolo con il quale gli Stati indebitati cercano di scaricare il peso dei loro debiti sulle spalle dei Paesi così detti “virtuosi”.

Anche il presidente del Consiglio Conte ha cercato di alzare i toni, durante la conferenza congiunta con gli altri capi di stato dell’Ue: “Dobbiamo assicurare ai nostri cittadini le cure mediche necessarie e la protezione sociale ed economica di cui hanno bisogno. Non ci sono alternative”. E ha aggiunto: “Se procederemo divisi la risposta sarà inefficace e questo ci renderà deboli ed esposti alle reazioni dei mercati”.

Appena 24 ore prima, il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, aveva rievocato le parole dell’ex presidente della Bce, Mario Draghi, nel riassumere le posizioni concordate dai ministri delle Finanze dell’Eurozona nel corso dell’ultima riunione: “Il nostro impegno di oggi riflette la nostra forte determinazione a fare tutto il necessario (whatever it takes) per affrontare la sfida del Coronavirus, ristabilire la fiducia e sostenere la ripresa”. E’ mancato, tuttavia, un riferimento esplicito agli Eurobond.

Per il momento, i provvedimenti più significativi a livello europeo sono consistiti nella sospensione dei vincoli di bilancio, che permetteranno ai Paesi di sforare il deficit senza incorrere in sanzioni, in maglie più morbide sugli aiuti di stato, che consentiranno aiuti diretti alle imprese e nazionalizzazioni, e un piano che sblocca complessivamente 37 miliardi di fondi.

Tuttavia, la vera prova di solidarietà è attesa da parte degli stati membri proprio sul tema degli Eurobond anti-virus: i veri amici, come sempre, si vedono nel momento del bisogno.