Ecco il prossimo mercato emergente che finirà in crisi

29 Agosto 2018, di Alberto Battaglia

Dall’inizio dell’anno ha “esportato” in Italia 3.729 migranti irregolari, al primo posto fra le varie nazionalità: in Tunisia, però, non si fugge dalla guerra, ma da una depressione economica per la quale si attende ancora un vero cambio di passo.

Dall’inizio del 2017 a oggi il dinar tunisino ha ceduto oltre il 24% del suo valore sull’euro, mentre sul fronte della crescita il tasso atteso per la fine dell’anno, al 2,8%, resta al di sotto di quello che caratterizzava il Paese prima che insorgessero i moti della Primavera Araba, che nel 2011 portarono alla caduta del governo ultraventennale di Ben Ali.

Nel primo trimestre del 2018 il Fondo Monetario Internazionale ha richiesto alla Tunisia nuove misure di austerità, fra cui l’innalzamento dell’età pensionabile e tagli al deficit pubblico, in cambio del via libera alle future porzioni di aiuti finanziari avviati nel 2016 – un piano quadriennale da 2,8 miliardi di dollari complessivi. Queste richieste hanno generato un’ondata di proteste popolari, alle quali sono coincise anche le maggiori partenze illegali di migranti verso l’Italia.

Come sottolineato dal Wall Street Journal dalla rivoluzione di sette anni fa la situazione economica e dal punto di vista democratico non è migliorata gran che: “i governi post-rivoluzionari non sono riusciti a rivitalizzare l’economia e a creare posti di lavoro: oggi oltre il 35% dei giovani tunisini sono disoccupati e molti non vedono un futuro nel proprio paese”.

Nel frattempo, il debito pubblico è passato dal 39,2% del Pil del 2010 al 69,2% attuale mentre il debito esterno del Paese, contratto con soggetti non residenti, è passato, nello stesso periodo, dal 48 all’81%.

Un quadro complessivo che viene in parte mitigato dalle previsioni del governo diffuse oggi, secondo le quali il Pil accelererà il passo nel 2019 con un rialzo del 3,5% guidato dalla ripresa del turismo. Allo stesso tempo, il deficit dovrebbe passare dal 4,9% del Pil al 3,9% l’anno prossimo. Non resta che sperare che il peggio sia davvero passato.