“E’ arrivato il soccorso rosso”. Il Cavaliere brinda alla spaccatura Partito Democratico

di Redazione Wall Street Italia
19 Settembre 2010 11:19
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(WSI) – Il fragile armistizio tra Berlusconi e Fini, quel filo di trattativa intorno a uno scudo antiprocessi per il premier, appare già compromesso. I toni del Cavaliere si fanno di nuovo accesi. Le contromisure dei finiani – esposti contro Mediaset, mozioni contro Minzolini e Masi – sono all’altezza della sfida. Ma c’è qualcosa che in questi giorni fa tornare il sorriso a Berlusconi. Qualcosa che rende meno rischioso immaginare, come gli chiedono i leghisti, di tornare al voto in primavera. Quel “qualcosa” è lo stato in cui si trova l’opposizione e in primo luogo il Partito democratico.

Venerdì è stata giornata di incontri per il premier a palazzo Grazioli, sono sfilati prima Angelino Alfano e Michela Vittoria Brambilla, poi i dissidenti toscani del Pdl che ce l’hanno con Verdini. A tutti il Cavaliere è apparso rilassato, a tratti persino divertito via via che Paolo Bonaiuti gli segnalava le agenzie sullo scontro interno al Pd. “Guarda – ha confessato ridendo a un ministro – mi sono dovuto stropicciare gli occhi perché non credevo a quello che stavo leggendo: sembrava una fiction!”.

Berlusconi, racconta l’interlocutore, quasi non si capacitava di poter leggere, la prima volta dopo un’estate di “polemiche dissennate” dentro il Pdl, qualcosa che finalmente riguardasse anche i suoi avversari. “Ero sicuro di poter vincere le elezioni anche prima, ma adesso… meno male che è arrivato il soccorso rosso”. L’ironia del Cavaliere è indice dell’ottimismo con il quale palazzo Chigi inizia a guardare all’appuntamento del 29 settembre, data del dibattito parlamentare sul discorso di Berlusconi (coincidente con il suo 74esimo compleanno). Maurizio Gasparri confida di essersi rivolto ad alcuni “autorevolissimi senatori del Pd” per farsi spiegare cosa stesse succedendo in casa loro: “Ormai la politica c’entra poco, sono solo risentimenti personali, mi hanno risposto. Loro c’hanno Veltroni, noi c’abbiamo Fini… i meccanismi sono gli stessi”.

L’operazione del nuovo gruppo di siciliani che usciranno dall’Udc è a buon punto, tanto che il premier ieri non si è fatto alcun problema a pubblicizzarla dal palco de la Destra a Taormina. Così come è allo studio un mini-rimpasto per far posto al governo alla nuova componente centrista. Nulla è ancora stabilito, ma l’idea sarebbe quella di promuovere il pugliese Raffaele Fitto (caldeggiato da Gianni Letta) allo Sviluppo Economico, liberando così il ministero degli Affari regionali per un esponente cuffariano.

Il progetto, spiega chi in queste ore se ne sta occupando da vicino, è molto avanzato, anche se è destinato a entrare nella fase operativa solo dopo il dibattito del 29 settembre. In fondo Fitto, nello spolpamento del ministero seguito alle dimissioni di Scajola, ha già ottenuto una parte cospicua. Tramite la formula del cosiddetto “avvaliamento”, palazzo Chigi si è preso da via Veneto (“se ne avvale”) il Dipartimento per le politiche dello Sviluppo e lo ha, a sua volta, girato al ministro Fitto. Così come è sempre Fitto, in questi giorni, a preparare il “Piano Berlusconi” per il Sud. Senza contare che su di lui, a differenza di Paolo Romani, non gravano ombre di conflitto di interessi televisivo.

Se il Cavaliere può sperare di giocare la partita nazionale su un terreno meno accidentato, grazie anche alle divisioni interne al Pd e all’Udc, è invece in giro per l’Italia che il Pdl gli sta dando i grattacapi peggiori. Non c’è solo la situazione pirandelliana della Sicilia, dove il Pdl ormai ha partorito tre gruppi: finiani, berlusconiani e seguaci di Micciché. La concorrenza di Futuro e Libertà inizia a farsi sentire ovunque, a partire dalle regioni rosse fino al Veneto e alla Puglia. Ieri due consiglieri regionali Pdl delle Marche sono passati con Fini, mentre martedì in Toscana nasceranno simultaneamente gruppi consiliari Fli a Firenze, Prato, Pistoia, Siena, Arezzo, e nei consigli provinciali di Grosseto, Lucca e Pistoia. Nel Pdl toscano è iniziata la resa dei conti. Un gruppo di parlamentari ha chiesto conto a Berlusconi della gestione “dittatoriale” di Denis Verdini.

Due giorni fa si sono presentati a palazzo Grazioli Paolo Amato, Massimo Baldini, Deborah Bergamini, Alessio Bonciani e Roberto Tortoli per esporre al capo “la grande preoccupazione” per lo stato in cui versa il partito. “Per noi berlusconiani della prima ora – protestano – vedere questo scempio non è più tollerabile. Il Pdl in Toscana arretra a ogni elezione, la Lega va avanti. E adesso c’è anche la concorrenza degli uomini di Fini”. Il Cavaliere, stando a quanto raccontano, avrebbe promesso loro un nuovo incontro a breve: “Datemi tempo fino al voto di settembre e poi rimetterò mano al partito anche nella vostra regione”.

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Letta: “Walter torni indietro i nostri mai così disorientati”

Il vicesegretario del Pd: “Dividersi in questo momento è una follia. Scontriamoci pure ma non su questioni di nomenklatura, e basta con il tiro a bersaglio sul segretario”.

“L’ultima chance per ridurre il danno, per fermare questo incredibile regalo a Berlusconi e Di Pietro che Veltroni, Fioroni e i 75 parlamentari stanno oggettivamente consegnando, è giovedì prossimo. In quella riunione di direzione del nostro partito dobbiamo bloccare, tutti insieme, il rischio gravissimo che il Pd sta correndo”.

Teme un’implosione del partito, onorevole Enrico Letta?

“Non voglio essere così pessimista. Ma il pericolo vero oggi è lasciarsi sfuggire un’occasione direi storica che abbiamo finalmente a portata di mano: mandare a casa Berlusconi, cacciarlo da Palazzo Chigi. Invece di puntare con tutte le forze su questo obiettivo che è dietro l’angolo, l’iniziativa di Veltroni sta soltanto spaccando il partito, fa saltare l’unità, in uno scontro tutto e solo interno ai gruppi dirigenti. Vorrei perciò lanciargli un appello”.

Quale?

“Chiedo ai 75 parlamentari, che rappresentano un quarto dei nostri gruppi, di compiere nella riunione di giovedì un passo indietro, e uno avanti. Rinunciate a questo scontro che è di nomenklatura, e che il nostro popolo non capisce. Noi della maggioranza siamo prontissimi alla discussione. Siamo i primi a sapere che non tutto è perfetto nel Pd. Dividiamoci anche, se è il caso, ma sulle riforme, sul fisco, sulla scuola. Su questioni concrete, come quelle che saranno al centro della nostra assemblea a Varese, l’8- 9 ottobre”.

E il passo avanti?

“Chiedo loro di sostenere Bersani e di andare avanti insieme sulla linea del segretario”.

Di deporre le armi, in pratica.

“In questo momento, con la crisi del berlusconismo ad un passo dal compimento, è una pazzia dividersi. Ripeto: temi concreti per il partito. Io, la settimana prossima, ad Eboli lancio il “Sudcamp”, per parlare del Mezzogiorno”.

Veltroni, ad Orvieto, replica però che discutere non vuol dire affatto spaccarsi.

“Spero che alle parole corrispondano ora atteggiamenti conseguenti. Vedremo, resto in stand-by. Però fin qui gli effetti sono stati devastanti. Sono di ritorno da assemblee del Pd, prima Padova e poi Palermo. Da un capo all’altro del paese, ma la reazione è la stessa: con le lacrime agli occhi ci implorano di non dividerci. Le nuove polemiche interne hanno innescato un parallelo sconfortante e traumatico: Bersani e Veltroni stanno litigando esattamente come Berlusconi e Fini, tra il Pd e il Pdl non c’è differenza. E’ un effetto devastante”.

Non certo voluto dai 75.

“Certo, ma l’interpretazione finisce per essere anche quella lì. Non a caso le reazioni più entusiaste al documento di Veltroni le vedo arrivare dallo schieramento berlusconiano, e dall’altra parte dall’ala dipietrista, che punta a lucrare sulle divisioni del Pd. Oggettivamente lo strappo ha innescato dinamiche così. Questo perciò chiedo, quando lancio il mio appello ai 75 al passo indietro: cercate ora di far calare il sipario sulle misere strumentalizzazioni che trascinano nella bufera il nostro partito”.

Chiamparino, che pure non ha firmato il documento, chiede di congelare nello statuto l’automatismo che fa del segretario del partito il candidato premier.

“Stimo Chiamparino e condivido molte delle cose che ha scritto nel suo libro ma anche qui invece di andare avanti contro il governo mi pare un tiro al bersaglio contro Bersani. Il Pd si propone di guidare la coalizione di centrosinistra, attraverso il proprio leader che è stato scelto dalle primarie del partito con quattro milioni di voti. La sostanza è questa, non ne farei una questione di cavilli e formalismi”.

Parisi chiede a Bersani una mozione di sfiducia contro il governo, appoggiato da Veltroni.

“Penso piuttosto, e lavoriamo per presentarla la prossima settimana, che la strada migliore, che non finisca per ricompattare la maggioranza, sia quella di una mozione di sfiducia individuale contro Berlusconi ministro ad interim dello Sviluppo economico. Da 138 giorni manca il titolare di un settore strategico. Come ci ricordano i lavoratori che incontriamo nel paese, alle prese con problemi drammatici, e come ha richiamato più volte il presidente Napolitano”.

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di Alessandro Trocino – Corriere della Sera

Settantacinque firme al documento sponsorizzato da Walter Veltroni, Beppe Fioroni e Paolo Gentiloni. Testo limato e annacquato per rassicurare il segretario Pier Luigi Bersani che, dopo averlo definito sbagliato «nel modo, nel tono e nel momento», commenta gelido: «A me va bene tutto».

L’innegabile successo nella raccolta delle firme mette in difficoltà i dirigenti più in vista nel partito, ma soprattutto mette nell’angolo Dario Franceschini, che numericamente perde il controllo della minoranza (ovvero dei 146 di Area democratica).

Walter Veltroni ribadisce che il documento è «fatto solo per unire e rendere più grande e più aperto il partito». Una proposta che, dice, «va rispettata e discussa». Ma Bersani risponde che ora la priorità è «rimboccarsi le maniche e tenere alta la battaglia politica» e discutere si può, «ma nelle sedi proprie».

A diversi esponenti del partito, il documento è sembrato un attacco concentrico: alla linea dalemiana delle alleanze larghe, ma anche alla leadership dell’opposizione. Non è un caso che si faccia notare, nei passaparola, come l’offensiva si sia scatenata a pochi giorni da una decisione non priva di ripercussioni negli equilibri del partito.

Un paio di settimane fa, Bersani ha infatti deciso che – in caso di urne anticipate e di elezioni con l’attuale «porcellum» – i candidati verranno scelti non dai capicorrente ma da un triunvirato che vede alla testa il segretario stesso e agli altri due vertici i capigruppo del partito. Dunque, Anna Finocchiaro e proprio Dario Franceschini, che avrebbero il compito di valutare il comportamento dei parlamentari e decidere se ricandidarli o meno. Mossa che avrebbe innervosito non pochi esponenti del partito, a cominciare dall’area che fa capo a Fioroni.

Anche per questo motivo si sarebbe messa in moto una macchina che avrebbe come esito finale, non dichiarato, la messa in discussione del ruolo di Franceschini. Proposito smentito dai firmatari e in particolare da Marco Minniti: «Figuriamoci, Franceschini è il segretario che abbiamo sostenuto al congresso». L’ex segretario, però, da qualche mese si è avvicinato alle posizioni di Bersani, rafforzandolo. Dalla sua parte si sono schierati anche Piero Fassino e Marina Sereni.

Comunque sia, la raccolta firme è andata avanti su un documento che ha cambiato faccia più volte. Dopo la cena dell’altra sera al ristorante romano «Scusate il ritardo», nome oggetto di qualche sarcasmo, i popolari hanno chiesto e ottenuto diverse variazioni. E altre sono arrivate per evitare uno scontro aperto. Così, ieri, è giunta la versione definitiva.

L’evocato «Movimento» diventa «movimento», perché qualcuno non pensi che si tratti di una corrente o di un’area. Il partito che «ha perso la sua bussola strategica» la ritrova, nel senso che l’accenno sparisce dal testo finale. E non c’è più alcun riferimento al «papa straniero», il leader esterno al partito che potrebbe ripercorrere i fasti prodiani. Anche se Veltroni ne ha parlato a voce e anche se ieri la Finocchiaro diceva: «Non mi scandalizzo affatto se il candidato non sarà il segretario del partito».

Resta la «scossa», come amano chiamarla i veltroniani, o la «ferita», come dice Rosy Bindi: «Ben venga Veltroni, peccato che il suo contributo abbia solo lacerato la minoranza e riproposto l’immagine distorta di un partito nella bufera. E poi nessuno ha il copyright del Pd». Ignazio Marino, rimasto fuori dai due blocchi, interviene: «Basta battibecchi dentro e balbettii fuori».

Resta l’incertezza su una linea contestata, quella delle alleanze larghe. Da fuori, si fa sentire Francesco Rutelli, che non ha dubbi: «Mai più con la sinistra radicale». Da dentro il partito, a chi contesta le lacerazioni, Minniti risponde ottimista: «Ex malo bonum» (dal male nasce il bene).