Confindustria: “Italia ripartita ma non in ripresa”, si aumenti l’IVA

26 Maggio 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – L’Italia “è senza dubbio ripartita”, ma “non è in ripresa”. Lo ha detto Vincenzo Boccia, nuovo presidente di Confindustria. Boccia, che ha parlato in occasione dell’assemblea annuale, dopo un po’ ha auspicato l’aumento dell’IVA.

“Chiediamo di spostare il carico fiscale, alleggerendo quello sul lavoro e sulle imprese e aumentando quello sulle cose”. Boccia ha sottolineato che “le risorse derivanti dalla revisione delle tax-expenditures e dalla diminuzione dell’evasione devono andare all’abbattimento delle aliquote fiscali. Perciò l’evasione va monitorata attentamente”. Il nuovo numero uno di Confindustria ha ricordato che “la competizione tra paesi si gioca anche sul fisco. Per questo è ottima la riduzione dell’Ires al 24% a partire dal 2017. Che però non basta”.

Riguardo allo stato di salute dell’economia italiana, Boccia ha parlato di una “risalita modesta, deludente, che non ci riporterà in tempi brevi ai livelli pre-recessione. Le conseguenze della doppia caduta della domanda e delle attività produttive sono ancora molto profonde”. Per “risalire la china dobbiamo attrezzarci al nuovo paradigma economico. Noi imprenditori dobbiamo costruire un capitalismo moderno fatto di mercato, di apertura di capitali e di investimenti nell’industria del futuro”.

Mentre sugli aumenti dei salari, il dirigente ha affermato che devono essere legati agli incrementi di produttività.

“Consideriamo da sempre lo scambio salario-produttività una questione cruciale e crediamo che la contrattazione aziendale sia la sede dove realizzare questo scambio”.

Boccia ha lanciato dunque un avvertimento preciso ai sindacati. Noi, ha detto, “non vogliamo giocare al ribasso” e “adesso non si può interferire con i rinnovi (contrattuali) aperti”. “Gli aumenti retributivi devono corrispondere ad aumenti di produttività. Il contratto nazionale resta per definire le tutele fondamentali del lavoro e offrire una soluzione a chi non desidera affrontare il negoziato in azienda”. Di fatto, “con i profitti al minimo storico lo scambio salario-produttività è l’unico praticabile”. Anche a tal fine è necessaria “una politica di detassazione e decontribuzione strutturali senza tetti di salario e di premio con lo scopo di incentivare i lavoratori e le imprese più virtuosi”.

Ancora, gli accordi interconfederali degli anni scorsi “devono costituire la base per andare oltre. Per questo motivo avevamo chiesto ai sindacati di riscrivere insieme le regole della contrattazione collettiva. Vi erano tutte le condizioni per farlo e favorire così un processo di decentramento della contrattazione, moderno e ordinato, come sta accadendo in Europa”. Tuttavia, “a malincuore abbiamo accettato la decisione delle organizzazioni sindacali di arrestare questo processo per dare precedenza ai rinnovi dei contratti nazionali nel quadro delle vecchie regole, lasciando così ai singoli settori il gravoso compito di provare a inserire elementi di innovazione”.

Proprio oggi è stato reso noto il dato sulle retribuzioni, che hanno messo in evidenza l’aumento più basso dal 1982.

Immediata la replica della leader della Cgil, Susanna Camusso, alle parole di Boccia:

“La visione che mette in relazione lo scambio tra salario e produttività è una visione vecchia che non tiene conto del calo degli investimenti e del ritardo tecnologico delle imprese”. Camusso parla di una relazione “contraddittoria”, in cui si ravvisa comunque la presenza di “temi nuovi e importanti come la legalità e i migranti”. Inoltre, “è un’affermazione importante dire che le relazioni industriali sono un tema delle parti sociali e non del governo”.