Come il fisco erode i risparmi delle famiglie

7 Ottobre 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Il recupero delle tasse evase ammonta ogni anno a circa 12-13 miliardi di euro, aggiungendo di avere ricevuto “segnali” che chi ha esportato capitali all’estero sarebbe pronto a rimpatriarli. Lo ha dichiarato il numero uno dell’Agenzia dell Entrate Attilio Befera.

Ridurre le tasse per combattere il fenomeno dell’evasione fiscale è fondamentale per Befera. Le famiglie italiane, infatti, come dice uno studio dell’Università Cattolica di Milano, pagano al fisco il prezzo più alto della crisi che ha colpito l’area euro. Nel corso degli ultimi vent’anni l’aumento della pressione fiscale infatti ne ha assottigliato la capacità di risparmio in termini “reali”, cioè al netto dell’inflazione, con il risultato che il reddito medio lordo disponibile fra il 2012 e il 1991 ha subito un calo del -25%. Un onere pesante quello stimato da Luigi Campiglio, docente di Politica economica nella facoltà di Economia dell’Università Cattolica, che ha condotto uno studio su pressione fiscale e famiglia, presentato alla 47ª Settimana Sociale dei Cattolici italiani.

«Gran parte di tale diminuzione è stata la conseguenza di un aumento della pressione fiscale in occasione di due crisi economiche, quelle del 1992 e del 2012, nonché dello sforzo fiscale richiesto al paese nel 1998 per l’ingresso nell’euro, senza un adeguato riequilibrio successivo», spiega l’economista. Una pressione fiscale che nel 2012 ha raggiunto il suo massimo storico del 44% rispetto al Prodotto interno lordo, con un ulteriore e sensibile aumento rispetto al 42,6% del 2011 e il 38,3% del 1990, e che alle famiglie consumatrici è costato 402 miliardi di euro tra tasse, dirette, indirette e contributi sociali. La conseguenza economica più rilevante? La riduzione del tasso di risparmio delle famiglie. «Il suo valore – afferma Campiglio – è passato dal 24% all’inizio degli anni ’90 all’8% nel 2012: quei risparmi finanziavano, attraverso le banche, sia gli investimenti delle imprese sia il debito pubblico, e la loro drastica diminuzione oggi obbliga le imprese e lo Stato a rivolgersi in modo vincolante ai mercati finanziari internazionali, con i problemi che ne derivano».

La diminuzione della capacità di risparmio dei nuclei familiari si è così riflessa in una diminuzione del risparmio lordo per l’intera economia e, dunque, sulle sue opportunità di investimento e crescita con finanziamento interno. «Se nel 1995 il risparmio delle famiglie consumatrici rappresentava il 62% del risparmio totale dell’economia – precisa Campiglio -, nel 2012 tale quota è caduta al 32%: a ciò è corrisposto un simmetrico aumento dei profitti per le società, finanziarie e non, e per le famiglie produttrici (le piccole imprese) oltre che per il settore pubblico, salvo il peggioramento nel periodo 2007-2012 come conseguenza della crisi».

All’interno di questo quadro, sono soprattutto le famiglie monoreddito le più penalizzate dal fisco italiano. Il professor Campiglio ha elaborato una doppia simulazione calcolando il meccanismo di imposizione fiscale per due famiglie “Rossi” e due “Bianchi” di Milano, soggette alle stesse addizionali regionali e comunali, tutte con un figlio a carico e con redditi annui di 56 mila e 28mila euro. In un caso si tratta di famiglie monoreddito; nell’altro bireddito, con entrambi i genitori che lavorano e partecipano ciascuno per metà al reddito familiare. Il sistema fiscale è quello in vigore nel 2013, oggetto della dichiarazione dei redditi nel 2014.

«L’analisi dei due casi – dice Campiglio – offre numerose indicazioni, di cui la principale è l’eccesso di pressione tributaria sulle famiglie monoreddito rispetto a quelle bireddito: la maggiore pressione è stimata in circa 10 punti e circa 5.500 euro nel caso di un reddito di 56.000 euro (vedi allegato 1) ed è pari a 7 punti di maggiore pressione e circa 1.900 euro nel caso di un reddito di 28.000 euro (vedi allegato 2)». Poiché in entrambi i casi si tratta di famiglie con un figlio, continua Campiglio, è legittimo domandarsi se questo divario riveli un problema di equità. Per la famiglia bireddito la somma delle detrazioni di lavoro dipendente è più elevata di circa 1.900 euro rispetto alla famiglia monoreddito per entrambi i livelli di reddito ed è di poco maggiore la somma delle detrazioni per un figlio e dell’importo dell’assegno familiare (da 140 a 280 euro). L’apparente vantaggio, a parità di reddito e figli, delle famiglie bireddito rispetto a quelle monoreddito non è tuttavia scontato. «Il vantaggio economico di 1.900 euro è solo apparente – chiarisce l’economista – se la famiglia bireddito è obbligata a pagare un asilo nido, non potendo disporre di adeguate strutture pubbliche a prezzo davvero ridotto: in questo caso l’equità orizzontale richiede un intervento preliminare e cioè che i costi per l’asilo siano deducibili. L’obiettivo dell’equità orizzontale richiede perciò una definizione più accurata, che consideri non solo il numero di componenti e loro età, ma anche altri aspetti, come le condizioni di offerta del welfare».

Il professor Campiglio ipotizza una manovra di riduzione del divario d’imposizione fiscale fra famiglie monoreddito e bireddito, con una clausola di salvaguardia iniziale, cioè quella di diminuire gradualmente la pressione fiscale sulle famiglie monoreddito senza aumentarla su quelle bireddito. «Per almeno metà delle famiglie italiane il sistema tributario presenta caratteristiche regressive o, al meglio, di proporzionalità, che possono essere riequilibrate solo in questo modo: diminuire la disuguaglianza con maggiori opportunità di lavoro, introdurre un vincolo di equità basato sul reddito familiare e un efficiente sistema di protezione sociale, con un mix di prestazioni monetarie e in natura che minimizzino l’evasione e il rischio di sprechi».

Oggi è andato di scena un incontro tra il Premier Enrico Letta e i sindacati per discutere della diminuzione dl cuneo fiscale e decidere i contenuti della manovra finanziaria, ora nota come legge stabilità. La riduzione del costo del lavoro e l’incremento dei soldi in busta paga sono considerate da industriali e rappresentanti dei lavoratori le condizioni necessarie per rilanciare la ripresa e superare l’emergenza disoccupazione.