Brexit, i quattro scenari possibili quando mancano poche ore al no deal

10 Aprile 2019, di Daniele Chicca

Slittamento del divorzio – breve, di sei mesi o di un anno – unione doganale, revoca della Brexit oppure divorzio senza accordo. Sono rimasti quattro gli scenari principali possibili allo stato attuale delle cose. Il Guardian ha creato una infografica in cui si spiega passaggio dopo passaggio cosa potrebbe succedere dal Consiglio Europeo straordinario di oggi fino alla scadenza dei negoziati, con scatto dell’articolo 50.

Infografica del Guardian spiega quali scenari si aprono ora

1) Proroga breve, divorzio prima delle elezioni Europee

L’articolo 50 può essere ancora rimandato di qualche giorno per dare un po’ più di tempo al governo britannico di trovare un piano comune da ripresentare all’UE dopo il fallimento del testo di Theresa May. Il primo ministro inglese e leader dei conservatori aveva ottenuto già uno slittamento fino al 12 aprile, ma questo sembra non essere stato sufficiente.

May sta cercando di trovare un’intesa con il leader dell’Opposizione Jeremy Corybin per una Brexit che comporti il mantenimento di Londra all’interno dell’unione doganale. Quando mancano meno di 48 ore, May desidera ottenere una nuova proroga dell’articolo 50 per tentare di sbloccare l’impasse nel quale si trova a causa dell’opposizione degli esponenti della linea dura. Si tratta dei deputati del gruppo parlamentare European Research Group, i Brexiteer della prima ora, e gli unionisti nordirlandesi (il partito DUP di destra).

Westminster ha bocciato tre volte l’intesa stretta da May con Bruxelles a dicembre e rivista a inizio marzo. E, soprattutto, si sono mostrati incapaci di delineare un assetto comune alternativo. Da inizio aprile May ha avviato colloqui con il Labour che tuttavia ancora non hanno dato frutti. I negoziati riprenderanno giovedì, all’indomani del summit straordinario europeo.

Per essere efficace, l’ulteriore richiesta di proroga di May fino al 30 giugno deve essere approvata da tutti e 27 gli Stati Membri. In questo caso Londra, pur effettuando i preparativi per le elezioni del Parlamento europeo, cercherebbe in tutti i modi di abbandonare l’area prima del 22 maggio, in modo da evitare di dover partecipare allo scrutinio.

2) Proroga lunga flessibile, potrebbe andare fino al 2020

Tuttavia l’UE ha spiegato di aver perso la pazienza quindi non è detto che accetti le condizioni imposte dal Regno Unito. Se la premier Theresa May si lascia convincere dai leader europei lo scenario più probabile è di conseguenza quello di uno slittamento di un anno. Alcune indiscrezioni stampa parlano anche di una proroga di sei mesi.

Il rischio per May, se non accetta le condizioni europee, è quello di una prospettiva indesiderata di “no deal” che la maggioranza del parlamento inglese vuole evitare a tutti i costi.

Allo stesso tempo May ha detto davanti al Parlamento di “non essere intenzionata a concedere una proroga oltre il 30 giugno in qualità di primo ministro” (vedi video qui sotto ripreso da Twitter). È un bel dilemma: o rifiuta la proposta dell’UE rischiando il ‘no deal’ oppure accetta e rassegna le dimissioni.

È la soluzione avanzata da Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo. Tale scenario permetterebbe di fisare una nuova data per la Brexit dopo il 29 marzo e il 12 aprile. Allo stesso tempo lascerebbe la porta aperta a una Brexit anche prima di questa scadenza. Gli irriducibili della Brexit dura si oppongono a questa opzione, ma sembra la più percorribile al momento, in quanto consentirebbe ai deputati di Westminster di approvare un piano diverso dal withdrawal agreement di May, da riproporre per la ratifica ai paesi Ue.

La proposta di Tusk dovrà però essere approvata dai 27 paesi membri all’unanimità e implica la partecipazione di Londra alle elezioni europee. Sarebbe un’umiliazione per il Regno Unito e la Francia ha già definito “un po’ troppo lungo” lo slittamento di un anno. La Cancelliera tedesca Angela Merkel, invece, si è detta aperta all’ipotesi di rimandare tutto a inizio 2020.

3) Un “no deal” da venerdì 12 aprile

È lo scenario definito ‘catastrofico’ che non vuole quasi nessuno ma al quale si sono preparate aziende e governi europei. Se l’UE si rifiuta di offrire una proroga nel summit odierno, è un’opzione. Rimarrebbero infatti solo due strade da percorrere al governo May: accettare il no deal o revocare la Brexit (vedi punto quattro).

Significherebbe un divorzio brutale senza nemmeno due anni di periodo di transizione e nessun rapporto commerciale definito tra Londra e Bruxelles. Dopo 46 anni di appartenenza al progetto dell’Europa unita, il paese lascerebbe da un giorno all’altro il blocco e con esso mercato comune e unione doganale. Londra dovrebbe in questo caso sottostare alle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Revoca della Brexit ed elezioni anticipate

Sarebbe un colpo di scena che i mercati non si attendono. Gli investitori da temp puntano a una Brexit morbida (come per esempi sarebbe nel caso della soluzione dell’unione doganale). Una minoranza dei deputati la sostiene. Tuttavia se i parlamentari dovessero trovarsi di fronte a due opzioni, no deal o no Brexit, potrebbero anche votare a favore della revoca del divorzio.

Implicherebbe l’organizzazione di elezioni anticipate o di un nuovo referendum che ribalterebbe il risultato della prima consultazione, quella di giugno 2016. Se il Regno Unito finisce per adottare questa strategia, può decidere di rinunciare ad abbandonare l’UE anche senza il placet degli Stati membri Ue. Lo ha stabilito la Corte di Giustizia europea.

Convocare nuove elezioni sarebbe l’unica opzione possibile se Westminster e Downing Street non riescono ad appianare le differenze sulla Brexit. Un scrutinio può essere organizzato anche dopo il voto di una mozione di sfiducia contro May e il suo governo, ipotesi che è già stata avanzata sia dall’Opposizione sia dagli irriducibili della hard Brexit.