Brexit, due scenari: divorzio senza accordo o secondo referendum

19 Luglio 2018, di Daniele Chicca

La Brexit che il popolo ha votato con il 52% della maggioranza rischia di non essere lo stesso tipo di addio che i promotori e sostenitori del fronte del Leave si aspettavano.

Vista la crisi politica interna al governo dei conservatori, ormai gli scenari più probabili per la Brexit sembrano essere due. Uno è quello del poco auspicabile – specie per il Regno Unito – divorzio senza che sia stato stretto un accordo prima della deadline di marzo 2019. Il continuo impasse della Brexit ha fatto risorgere lo spettro di un non accordo.

Il dossier sull’addio all’UE ha provocato una crisi politica senza via d’uscita: nessuna delle soluzioni possibili è infatti sostenuta da una maggioranza parlamentare ben definita. Si preannuncia un braccio di ferro politico che non porterà da nessuna parte se non forse alla caduta del governo.

Anche la Commissione Ue ha avvertito di prepararsi alla chance di un ‘no deal’. L’altro scenario di cui si parla in queste ore – e che sarebbe clamoroso – è quello di un secondo voto sulla Brexit. Secondo L’Economist potrebbe non essere più fantapolitica.

Se si tiene conto dell’impasse parlamentare sulla strategia da tenere nei negoziati con l’UE, della frattura irreparabile apertasi in seno al partito dei Tories, della serie di dimissioni eccellenti e della fase di stallo in cui è finito il negoziato con Bruxelles, alla fine le autorità potrebbero ammettere la sconfitta e convincersi del fatto che occorre consultare di nuovo la popolazione prima di decidere al loro posto sui tempi e modi della Brexit.

Theresa May rischia di fare la fine di Margaret Thatcher. Una settimana fa la premier ha delineato la sua strategia per la Brexit in un white paper controverso, che è stato accolto con freddezza da alcuni dei suoi e che è stato giudicato troppo “molle” dai Brexiteer più convinti.

La polemica sul libro bianco ha portato alle dimissioni di due esponenti di spicco del governo inglese, il segretario degli Esteri Boris Johnson e il capo delle trattative sulla Brexit David Davis. In settimana il governo ha dovuto fare i conti con la ribellione parlamentare di 14 membri del partito, che si sono opposti alla linea di May in un emendamento sull’unione doganale.