Pensioni, Boeri: politica nasconde informazioni. Motivo? La paura di essere impopolari

19 Aprile 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Tito Boeri, presidente dell’INPS, a tutto campo. Parla del rischio di una “generazione perduta” in Italia, della necessità di una riforma delle pensioni che sia definitiva, e anche di una politica che non è riuscita a dare informazioni sufficienti riguardo al fronte pensionistico e previdenziale dei cittadini… per paura.

Nel suo intervento al Graduation Day dell’Altemps dell’Università Cattolica, Boeri dice chiaro e tondo, riferendosi all’importanza dell’invio delle buste arancioni che contengono informazioni sulla storia previdenziale di ogni cittadino, che:

“Non sono state date informazioni di base per paura di essere puniti sul piano elettorale“. Di fatto, “sono stati posti ostacoli nella proiezione delle pensioni future e soprattutto nell’operazione buste arancioni perché c’è paura nella classe politica che queste informazioni la possano penalizzare”.

Boeri ha lanciato un allarme sulla situazione attuale in cui versano i giovani italiani e dunque sulla necessità di introdurre la flessibilità in uscita “in tempi stretti”. Esiste a suo avviso “una penalizzazione molto forte dei giovani e dato il livello della la disoccupazione giovanile c’é il rischio di avere intere generazioni perdute all’interno del nostro Paese”.

I livelli della disoccupazione giovanile vengono definiti “assolutamente intollerabili”.

A tal proposito, Boeri ha detto che la generazione del 1980 andrebbe in pensione a 75 anni:

“Abbiamo voluto studiare una generazione che può essere indicativa, quella del 1980 e abbiamo ricostruito l’estratto conto previdenziale. Abbiamo preso in considerazione i lavoratori dipendenti, ma anche gli artigiani, persone che oggi hanno 36 anni e che probabilmente a causa di episodi di disoccupazione vedono una discontinuità contributiva di circa due anni. Due anni senza contributi”.

Il risultato è che se:

“ora se la generazione 1980 dovesse andare in pensione con le regole attuali che prevedono i 70 anni, con l’interruzione contributiva registrata ci andrebbe dopo due-tre o anche cinque anni, perché non ha i requisiti minimi”. Dunque, tale generazione dovrebbe aspettare il compimento di 75 anni per andare finalmente in pensione.

Il problema è che:

“Entreremo nel nuovo sistema contributivo a partire dal 2032, troppo tardi. Per questo meglio una riforma seria e definitiva invece che questo stillicidio di riforme che disorientano le persone”.

Sul part time in uscita per quei lavoratori che vogliono andare in pensione:

“Ci sono dei limiti di stanziamento, quindi, in ogni caso non potranno essere più di trentamila lavoratori nel giro di tre anni“. “Certamentevaluteremo la misura con attenzione. È una sperimentazione e come tale va studiata. Per questo non si può dare un giudizio prima”.

In definitiva:

“Noi le nostre proposte le abbiamo fatte ormai quasi un anno fa e le abbiamo presentate al governo. A ottobre le abbiamo rese pubbliche. Il nostro contributo lo abbiamo dato, adesso spetta alla politica decidere cosa fare. Io mi auguro che qualcosa venga fatta”.

Un chiaro invito al governo Renzi: “sicuramente il tema dell’uscita flessibile è un tema che va affrontato non fra cinque anni ma adesso“.