Bce sorprende, taglia i tassi allo 0,25%. Draghi teme la deflazione?

7 Novembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

FRANCOFORTE (WSI) – La Bce sorprende il mercato riducendo i tassi allo 0,25% ai nuovi minimi storici dal precedente 0,50%. Il taglio è dunque di 25 punti base. Inoltre, a partire dal prossimo 13 novembre, il tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginali scenderà dall’attuale 1% allo 0,75%. Confermato a zero il tasso praticato sui depositi custoditi per conto delle banche commerciali.

La decisione sulla riduzione dei tassi di interesse è stata presa con una “maggioranza significativa”, ha detto Mario Draghi nella conferenza stampa al termine del Consiglio direttivo. Alcuni esponenti del direttorio avevano delle riserve ma solo sui tempi, visto che chiedevano di intervenire ilvmese prossimo.

“Non abbiamo toccato ancora il livello più basso dei tassi di rifinanziamento”. Lo spazio non è molto, ma “esiste”.

Spiazzata buona parte della comunità degli investitori, che si attendeva un taglio, ma non così presto. A convincere Mario Draghi sono stati probabilmente due fattori, in particolare: la forza dell’euro e i crescenti timori di uno scenario deflattivo. E a tal proposito, con il taglio dei tassi, Draghi ha dato un messaggio forte e chiaro.

Nell’area euro “potremmo assistere ad un prolungato periodo di bassa inflazione“, ha avvertito Draghi, che ha dunque confermato lo scenario di bassa inflazione che sta caratterizzando i fondamentali dell’economia dell’Eurozona, a dispetto dell’ossessione verso l’inflazione che ha sempre mostrato di avere la Germania.

“Ci sorprende il declino dell’inflazione”, ha ammesso quasi candidamente il banchiere, ribadendo che i rischi che incombono sull’economia europea sono ancora al ribasso e che “bassa è la domanda sul fronte dei prestiti”.

Ribadita così la promessa: “i tassi di interesse resteranno al livello attuale o più basso per un protratto periodo di tempo”. Tuttavia Draghi ha detto anche che al momento non esiste un vero e proprio rischio di deflazione. “Non siamo preoccupati della deflazione“, quello che ci preoccupa è un periodo prolungato di inflazione bassa”. Dunque, saremo “pronti a intervenire se l’inflazione scende ancora” e il “tasso sui depositi potrebbe essere ancora rivisto”, diventando così negativo.

Ancora, Draghi ha detto che la Bce ha deciso di continuare a mantenere operative almeno fino a metà 2015 le operazioni di rifinanziamento agevolate alle banche su prestiti a tre mesi e che il Consiglio direttivo è “pronto a prendere in considerazione tutte le opzioni”.

Detto questo, il banchiere è stato anche molto deciso nel sottolineare che il rafforzanmento dell’euro e il rapporto della moneta unica con il dollaro “non hanno avuto un ruolo” nella decisione di tagliare il costo del denaro.

“Implementare i meccanismi di controllo sul sistema finanziario”, ha auspicato poi Draghi, sottolineando che i governi dovranno continuare a portare avanti gli sforzi sul fronte del debito e dei deficit. “Sicuramente l’Unione bancaria aiuterà a ristabilire la fiducia sul fronte finanziario”. In generale, l’obiettivo è quello di creare una economia flessibile e indipendente”.

Draghi ha insomma dato ascolto ai numerosi appelli giunti da più parte, e dallo stesso ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni, che aveva auspicato l’adozione di una politica monetaria più espansiva da parte della Bce, per sostenere i fondamentali dell’economia europea, la cui ripresa viene spesso e volentieri messa in dubbio, e anche per frenare euro, che era arrivato a balzate oltre la soglia di quota $1,38 nelle ultime settimane, attestandosi al valore più alto in due anni.

Abbassando ancora i tassi già ai minimi storici la Banca centrale europea ha spiazzato gli analisti e scosso il mercato del Forex, con l’euro che ha segnato un brusco calo, scivolando sotto la soglia psicologica a quota $1,34.

Se da un lato, dopo l’ultimo e più marcato rallentamento dell’inflazione, gli analisti di Bank of America, Ubs ed Rbs avevano scommesso su una riduzione del costo del denaro già da oggi, gli strategist di Bnp Paribas, Societe Generale, JpMorgan e Scotiabank ritenevano che un intervento sarebbe stato più possibile a dicembre, dopo la pubblicazione delle nuove proiezioni sull’economia dell’Eurozona.

Ma come scrive un articolo di Bloomberg, la sfida che ora Draghi deve intraprendere è contro la minaccia della deflazione (che secondo alcuni sarebbe comunque un vantaggio per il Sud Europa).

A suonare un campanello di allarme su tale rischio sono stato gli ultimi dati resi noti in Eurozona, in particolare proprio quello dell’inflazione, che ha accusato una flessione ben più marcata del previsto, finendo sotto allo 0,7% su base annua: un vero e proprio collasso con cui l’inflazione è tornata ai minimi dal 2009, quando si era in piena recessione globale nel dopo crisi finanziaria del 2007-2008. Tutto ciò, a fronte di una disoccupazione che testa il massimo storico del 12%.

La cronologia degli interventi sui tassi

2013 – 7 novembre 0,25% (taglio di 25 punti base); 2 maggio 0,50%(taglio di 25 punti base)

2012 – 5 luglio 0,75% (taglio di 25 punti base)

2011 – 8 dicembre 1,00 (-25); 3 novembre 1,25 (-25) 7 luglio 1,50% (+25); 7 aprile 1,25% (+25)

2009

7 maggio 1,00 (-25) 2 aprile 1,25 (-25) 5 marzo 1,50 (-50) 15 gennaio 2,00(-50).