Azionario: basta con le promesse, i QE, le bolle. Ora il market mover è altro

16 Dicembre 2015, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Percezione distorta del rischio. E’ questo il più grande danno che hanno commesso – e stanno ancora commettendo – le banche centrali di tutto il mondo: alimentare le aspettative degli investitori non sulla base dei fondamentali economici ma sulla base delle loro prossime manovre. Così è stato con i vari QE della Fed, così è al momento con il QE targato Bce.

Nelle ultime sessioni, tuttavia, qualcosa è cambiato. Gli investitori e i traders non stanno più decidendo di vendere o comprare un determinato asset sulla base delle speculazioni su quello che una determinata banca centrale farà o non farà. La bussola che sta orientando le scelte di investimento è sempre più il trend delle materie prime. O, ancora meglio, le dinamiche della domanda e dell’offerta dei suddetti mercati.

E cosa succede quando l’azionario smette di anticipare le mosse delle banche centrali e riflette più che altro il trend delle commodities?  Succede che, dopo  anni di rialzi gonfiati, gli indici cancellano tutti i guadagni del passato in sei mesi, riflettendo la debolezza della realtà economica, come spiega questo grafico:

(linea blu: i mercati operano basandosi sull’euforia e le speranze sulle mosse della Banca centrale; linea rossa, “Si prende atto delle realtà economiche”).

Un articolo di Phoenix Capital Research precisa che “dal momento che la maggior parte dei banchieri centrali è keynesiana, in fondo, la convinzione è che conferire alle banche centrali più potere viene considerata sempre una buona cosa”.

“Di conseguenza, invece di fare un passo indietro quando la crisi finì (nel 2011-2012), le banche centrali continuarono a sostenere i mercati, puntando a una maggiore centralizzazionedell’economia globale. Il risultato di tutto ciò, fu che le distorsioni iniziali presenti nei mercati dei capitali e indotte dal Qe e dal ZIRP (Zero Interest Rate Policy, ovvero politica di tassi di interesse a zero) divennero sistemiche. Gli investitori non acquistarono più gli asset in base alla percezione del loro valore rispetto all’economia reale. Piuttosto, li acquistarono sulla base delle manovre e promesse della Banca centrale”.

E dunque:

“Tenete in considerazione che fu la promessa del QE, non il QE stesso, che ebbe l’impatto maggiore sui bond”.

Basta guardare quanto avvenne nel 2010.

Il QE 1 terminò nel giugno del 2010. Poco dopo, la Fed fece riferimento alla possibilità di lanciare un nuovo piano, il QE 2. I bond segnarono un rally nell’intero periodo, dal momento che gli investitori li acquistarono per anticipare l’arrivo del programma. Una volta che il QE venne effettivamente lanciato, i bond scesero.

Ma forse questo gioco che va avanti da quasi un decennio è ormai giunto alla sua conclusione. Forse più maturi o avvezzi alle promesse delle banche centrali, gli investitori hanno deciso oradi dare ascoltare una voce sola. Quella che viene dalla domanda del settore delle commodities. E che non è assolutamente di buon auspicio. Ma che almeno dovrebbe riflettere i fondamentali dell’economia.

Una distorsione senza precedenti

Un altro grafico conforma la distorsione dei mercati che si è compiuta negli ultimi anni. Il grafico fa riferimento alla performance dei Treasuries Usa a 10 anni. I periodi in cui la Fed fu effettivamente attiva con i suoi programmi di quantitative easing o altre misure accomodanti di politica monetaria sono bianchi.

Quelli in cui la Federal Reserve promise misure aggiuntive di stimolo sono verdi. E, di fatto, i rally più sostenuti dei bond avvennero nei periodi in cui la Banca centrale Usa stava promettendo di fare di più, addirittura più che nei periodi in cui l’istituto davvero stava agendo.