Argentina, cds più cari al mondo dopo il default. Rabbia in piazza: “Qui si incendia tutto”

1 Agosto 2014, di Redazione Wall Street Italia

BUENOS AIRES (WSI) – L’economia argentina, pur stando meglio di 13 anni fa, è destinata a subire la sua prima contrazione annuale dal 2002. Il tutto mentre l’inflazione non ufficiale viene indicata dagli analisti al 40%.

Questo signigica che uno scenario di default tecnico renderà la vita difficile agli argentini, che cercano di accumulare dollari e scaricare pesos. Secondo Hernan Yellati, capo delle ricerche presso Banctrust & Co, le attività economiche ne subiranno le conseguenze.

I Credit Default Swaps, ossia il prezzo per assicurarsi contro un default del debito, sono balzati. Il paese non ha accesso ai mercati internazionali del credito dal default di 95 miliardi di 13 anni fa.

I Cds a tre mesi sono diventati i titoli più cari al mondo ieri. I contratti a cinque anni valgono $3,1 milioni a cui vanno aggiunti 500 mila dollari l’anno, per assicurare 10 milioni di debito.

Circa un miliardo del debito sovrano argentino è coperto da quei contratti, contro i 10 miliardi di titoli russi e i 16 miliardi di debito brasiliano, per esempio.

Nella sua prima apparizione pubblica da quando, mercoledì, l’Argentina non è riuscita a trovare un accordo sul debito con un gruppo di hedge fund, il presidente Cristina Fernandez Kirchner è tornata a minimizzare l’importanza del default in cui Buenos Aires è caduta per la seconda volta in 13 anni. Anche se due delle principali agenzie di rating, Fitch e Moody’s, hanno “bocciato” il Paese sudamericano.

Allo stesso tempo ha fatto capire di essere ancora disposta a trattare con i cosiddetti creditori “holdout”, il gruppo di hedge fund appunto che chiede di essere rimborsato per i debiti su cui il Paese sudamericano è andato in default nel 2001. NML Capital, divisione di Elliott Management, e Aurelius Capital Management, infatti, non sottoscrissero le ristrutturazioni del debito avvenute nel 2005 e 2010.

Parlando giovedì notte (ora italiana), il presidente Kirchner ha dichiarato: “E’ il 31 luglio e la fine del mondo non c’è stata”.
Il giorno prima era la scadenza entro la quale un accordo doveva essere trovato per poter onorare i propri impegni con i creditori che, diversamente dai fondi hedge, accettarono il concambio e che dunque sono chiamati “exchange”.

Il presidente dell’Argentina ha invitato il suo popolo a restare calmo, puntano il dito contro gli hedge fund, chiamati nella nazione “fondi avvoltoi”.
“Vogliamo essere parte del mondo, ma è anche ora che il mondo metta freno ai fondi avvoltoi e alle banche insaziabili”.

Come già fatto dal suo ministro dell’Economia, Axel Kicillof, Kirchner ha sostenuto come sia inaccurato parlare di default, visto che l’Argentina ha depositato a giugno 539 milioni di dollari presso Bank New York of Mellon affinché i creditori “exchange” potessero ricevere i dovuti interessi sui bond. Ma alla banca americana è stato impedito di trasferire il denaro su ordine di un giudice americano che, in una sentenza del 2012, stabilì che l’Argentina deve rimborsare gli hedge fund, se vuole onorare i propri impegni con gli altri creditori. Quel giudice oggi, alle 20 italiane, terrà un’udienza a New York con le parti chiamate in causa.

“Default significa che non si paga. Impedire a qualcuno di pagare non è default. Bisogna trovare la giusta parola” per una simile situazione, ha detto il presidente dell’Argentina. Prima di lei, Kicillof aveva definito il concetto di caduta in default dell’Argentina una “stupidaggine atomica”.

Intanto Fitch ha, come detto, bocciato Buenos Aires a “restricted default” da “CC”. “L’economia argentina è già in recessione e ciò probabilmente peggiorerà, visto che il default condiziona la fiducia e potenzialmente limita ulteriormente il flusso di valute verso il Paese, portando alla volatilità dei tassi di cambio”, ha scritto l’agenzia nel suo report.

Successivamente anche Moody’s si è pronunciata abbassando l’outlook di Buenos Aires a “negativo”. Il mancato accordo con gli hedge fund “aumenta la pressione sulle riserve valutarie dell’Argentina, che sono scese di quasi la metà negli ultimi tre anni”, mentre “continua la stagnazione economica”. Moody’s – che ha un rating “Caa1”, decisamente “junk” sull’Argentina – crede che il default indebolirà la valuta locale, provocando un deflusso di capitali dal Paese.