Alitalia: privata, e salvata ancora coi soldi nostri

10 Ottobre 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Sono passati appena cinque anni, e succede un’altra volta. Alitalia è ad un passo dal fallimento. A poche ore dalla fine di ogni residua liquidità, ieri sera i tecnici del governo erano riuniti a Palazzo Chigi per trovare una soluzione per evitare la messa a terra dei 140 aerei della ex compagnia di bandiera.

Nonostante il rinnovo della flotta, una forte riduzione dei dipendenti e una società complessivamente meglio gestita di allora, per paradosso la situazione è più complicata. Dopo aver sborsato fra i tre e i quattro miliardi di euro dei contribuenti, giustificare un nuovo salvataggio di fronte all’opinione pubblica non è semplice.

«Alitalia è una società privata», ricorda il sottosegretario alla presidenza Filippo Patroni Griffi. Nonostante la disponibilità di Palazzo Chigi e Tesoro a fare «la propria parte» e giorni di contatti, la trattativa è in stallo.

I soci italiani, le banche azioniste (Intesa SanPaolo) e creditrici (Unicredit, ma anche Mps e Popolare di Sondrio), la stessa Air France-Klm non vogliono accollarsi il costo di una pesante ristrutturazione, e soprattutto di un debito accumulato di 1,3 miliardi. Nelle prime ore della serata veniva dato per imminente un vertice con Letta, Saccomanni e gli altri ministri coinvolti. Ma finito il consiglio dei ministri la riunione è stata aggiornata forse ad oggi, lasciando al lavoro solo gli sherpa.

Piaccia o no, Alitalia è una compagnia con 14.000 dipendenti, alle quali vanno sommate le migliaia di persone impegnate nell’indotto degli aeroporti. Il governo, suo malgrado, è costretto a prendere in mano la situazione. Sul tavolo ci sono due opzioni, a loro volta declinabili in un paio di varianti.

La prima è quella di sostenere finanziariamente la compagnia o con l’ingresso nel capitale attraverso una sua controllata, oppure con un prestito convertibile simile a quello concesso al Monte dei Paschi. La prima è l’opzione cui puntano i sindacati («Occorre assolutamente garantire la continuità aziendale», dice il segretario generale della Uil Trasporti Claudio Tarlazzi), la seconda opzione è la preferibile per il governo perché eviterebbe di farsi carico del debito. Ma a ieri sera l’accordo attorno a questo schema era tutt’altro che vicino.

Così con il trascorrere delle ore si è fatto avanti lo spettro del fallimento, che potrebbe assumere due forme: quello del «concordato in continuità aziendale» o l’applicazione della legge Marzano.

Ieri in un incontro del pomeriggio con i sindacati l’amministratore delegato di Alitalia del Torchio l’ha elencato fra gli scenari possibili.

Fino a prova contraria lui però crede ancora alla ipotesi di varare un aumento di capitale da 300 milioni. Per metà se ne dovrebbe fare carico lo Stato, l’altra metà sarebbe sottoscritto dai soci italiani più importanti (Intesa, Colaninno, Benetton) e da Air France-Klm.

Le banche si dovrebbero invece far carico di concedere linee di credito per almeno 200 milioni, il minimo indispensabile per far ripartire l’azienda e sperare che si risollevi. Ieri la compagnia ha chiesto aiuto ad Ernst & Young, che ha avviato una due diligence per definire meglio il fabbisogno di liquidità. Per il redde rationem è solo questione di ore: stamattina Del Torchio incontrerà il numero uno dell’Enac Vito Riggio, il governo si riunirà per decidere il da farsi. Ieri è circolata anche la voce di un interessamento dell’ultim’ora di Lufthansa. Vero o no, è il segno che lo scenario di cinque anni fa si sta ripetendo puntuale come un mantra.

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