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Stretto di Hormuz riapre: quanto tempo serve per smaltire l’ingorgo navale e stabilizzare il greggio

L’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz rappresenta una svolta importante per i mercati energetici internazionali, ma il ritorno alla normalità sarà tutt’altro che immediato. Secondo operatori del settore, compagnie energetiche e analisti potrebbero essere necessarie diverse settimane, e in alcuni casi mesi, prima che il traffico navale e i flussi commerciali tornino ai livelli precedenti al conflitto.

La firma del memorandum d’intesa tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian prevede la completa riapertura dello stretto senza l’applicazione di pedaggi da parte di Teheran per almeno 60 giorni. La notizia ha immediatamente alleggerito le tensioni sui mercati petroliferi, con il Brent sceso sotto la soglia degli 80 dollari al barile grazie alle aspettative di una ripresa delle forniture di petrolio, gas naturale liquefatto (LNG) e altre merci.

Tuttavia, secondo gli esperti, il ripristino effettivo dei flussi commerciali sarà molto più lento rispetto alla velocità con cui i mercati finanziari hanno reagito all’annuncio.

Guerra in quattro mesi paralizzato il traffico marittimo

I quasi quattro mesi di conflitto hanno infatti provocato una vera e propria congestione navale nel Golfo Persico. Numerose navi sono rimaste bloccate o hanno evitato di attraversare lo Stretto di Hormuz per ragioni di sicurezza, creando un accumulo di traffico che richiederà tempo per essere smaltito.

Adam Sharpe, vicepresidente editoriale di Lloyd’s List Intelligence, ritiene che lo scenario più probabile sia una riapertura graduale e controllata. Secondo l’analista, restano aperte numerose questioni operative: dalle autorizzazioni preventive per il transito alle eventuali tariffe di servizio richieste dall’Iran, fino all’accettazione delle scorte navali straniere e alla necessità di verificare l’assenza di mine o altri rischi residui lungo le rotte marittime.

“Non esistono precedenti per una riapertura di Hormuz dopo un’interruzione di questa portata”, osserva Sharpe, sottolineando come sia irrealistico aspettarsi un ritorno immediato agli oltre 100 passaggi giornalieri registrati prima della crisi.

Prima della guerra, infatti, attraverso lo stretto transitavano ogni settimana tra 650 e 770 navi cargo, pari a circa 90-110 attraversamenti al giorno nelle due direzioni.

Oltre cento petroliere ancora in attesa

Le difficoltà logistiche sono evidenti anche nei dati raccolti dagli operatori specializzati nel monitoraggio dei traffici marittimi. Secondo le stime di Kpler, circa 118 petroliere risultano ancora bloccate nel Golfo Persico. Gli analisti ritengono che serviranno tra 10 e 15 giorni soltanto per smaltire la coda delle navi in attesa, ma questo non significherà un ritorno immediato alla piena capacità operativa.

L’incremento iniziale dei transiti sarà infatti in larga parte “meccanico”, legato allo sblocco delle imbarcazioni ferme da settimane, senza un reale aumento della capacità di trasporto complessiva. Anche i dati elaborati da QuantCube Technology mostrano che, per il momento, non si registra ancora una significativa accelerazione delle esportazioni di greggio da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iraq.

Nella regione saudita di Dammam, che comprende il grande terminal petrolifero di Ras Tanura, molte petroliere hanno completato il carico ma restano ancorate al largo in attesa di condizioni operative più chiare. Un segnale che suggerisce come l’ingorgo si sia semplicemente spostato dai porti alle aree offshore.

Priorità a petrolio e gas

Con centinaia di navi in attesa di attraversare il passaggio strategico, la gestione delle priorità sarà cruciale. Gli esperti prevedono che petroliere e metaniere riceveranno corsie preferenziali, data la loro importanza per gli approvvigionamenti energetici mondiali. Di conseguenza, le navi container e altri carichi commerciali potrebbero subire ritardi più lunghi. La selezione delle imbarcazioni autorizzate al transito potrebbe non dipendere esclusivamente da criteri commerciali. Autorità e organismi di controllo potrebbero infatti valutare elementi come la bandiera della nave, la proprietà, il tipo di carico, la direzione di navigazione, i rischi geopolitici associati e le condizioni di sicurezza dell’imbarcazione.

Una delle principali incognite riguarda proprio la trasparenza del processo e la possibilità che le autorizzazioni vengano gestite caso per caso.

Petrolio sotto pressione, Goldman Sachs taglia le stime

La prospettiva di una riapertura stabile dello Stretto di Hormuz ha già spinto Goldman Sachs a rivedere al ribasso le proprie previsioni sul prezzo del petrolio. La banca d’affari ha abbassato la stima sul Brent per il quarto trimestre del 2026 a 80 dollari al barile, rispetto ai precedenti 90 dollari. Per il 2027 la previsione media è stata ridotta a 75 dollari al barile.

Secondo Goldman Sachs, la ripresa delle forniture potrebbe essere più rapida del previsto. I flussi energetici provenienti dall’area del Golfo sarebbero già risaliti a circa 11 milioni di barili al giorno grazie alla combinazione tra una graduale riapertura di Hormuz e il ricorso a rotte alternative. Nel breve periodo, tuttavia, il mercato continuerà a monitorare con attenzione l’evoluzione della situazione. Perché se l’accordo politico ha riaperto una delle arterie energetiche più importanti del mondo, la normalizzazione dei traffici marittimi e delle catene di approvvigionamento richiederà ancora tempo.