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Le ultime settimane hanno riportato al centro dell’attenzione un tema che gli investitori tendono spesso a sottovalutare: la fragilità fiscale delle grandi economie europee e gli inevitabili riflessi negativi sugli spread. È bastato l’annuncio del primo ministro francese François Bayrou, che si sottoporrà a un voto di fiducia l’8 settembre, per rinfocolare i dubbi sulla tenuta dell’eurozona.
Il problema non è solo politico. Come sottolinea Yves Bonzon, Group Chief Investment Officer di Julius Baer, la Francia è solo un esempio di un fenomeno molto più ampio: “Il predominio fiscale e i deficit insostenibili (debito pubblico è al 116% del Pil mentre il deficit per il 2025 è stimato al 5,4%) pesano su tutte le valute ufficiali del G7, non solo sul dollaro”.
Francia sotto i riflettori: cosa sta succedendo
La situazione francese è esplosiva. Bayrou chiede la fiducia a pochi giorni da una legge di bilancio che promette lacrime e sangue e alla vigilia di uno sciopero nazionale fissato per il 10 settembre. Secondo le analisi di Julius Baer ci sono quattro possibili esiti:
- il premier Bayrou supera la fiducia (scenario poco realistico),
- il presidente della repubblica Macron nomina un nuovo capo di governo per cercare un compromesso,
- il presidente Macron scioglie il parlamento con elezioni anticipate già a ottobre
- ipotesi remota – Macron decide di lasciare l’Eliseo.
I mercati, per ora, hanno reagito con relativa calma. Ma lo spread tra BTP francesi e Bund tedeschi a 10 anni si è allargato, segnalando la preoccupazione crescente per un Paese che da anni spende più di quanto incassa e non ha ancora presentato una strategia credibile di consolidamento. È un problema serio, ma non immediato: la Francia ha potuto finanziarsi a tassi bassissimi per molto tempo, e questo ritarda il rischio di una vera crisi.
E il dollaro?
Se l’euro traballa, nemmeno il dollaro può dormire sonni tranquilli. Negli ultimi mesi la valuta americana sul forex ha mostrato una certa resistenza, restando stabile anche davanti a tensioni politiche interne come il tentativo dell’ex presidente Trump di licenziare la governatrice della Fed, Lisa Cook. Ma per Bonzon la vera sfida arriverà dai fattori ciclici: con i tassi d’interesse destinati a scendere, il differenziale rispetto ad altre aree valutarie si ridurrà e questo potrebbe indebolire il biglietto verde.
Attenzione però: non si tratta di un crollo. “Non bisogna sopravvalutare la debolezza del dollaro, soprattutto se lo si confronta con altre valute del G7, anch’esse in condizioni non ottimali”, chiarisce l’analista. Tradotto: anche il dollaro zoppica, ma non è l’unico.
Guardare oltre il G7: l’analisi di Julius Bear
Proprio per questo, molti investitori stanno iniziando a guardare altrove. “Chi vuole diversificare l’esposizione valutaria dovrebbe prendere in considerazione i mercati emergenti”, osserva Bonzon. In diversi Paesi i fondamentali sono in miglioramento: crescita più robusta, conti pubblici relativamente in ordine, minore dipendenza dal debito a basso costo che ha caratterizzato l’Occidente negli ultimi dieci anni.
È un cambio di prospettiva non banale. Per anni i mercati emergenti sono stati percepiti come rischiosi, oggi rischiano di apparire più solidi di alcune economie avanzate ingolfate dai deficit.
Geopolitica ed energia
Lo scenario non è solo economico. La geopolitica pesa, e molto. Un esempio? Il nuovo gasdotto Russia-Cina. A prima vista, non sembra indispensabile per Pechino, che non dipende dal gas russo. Ma per Mosca è vitale, perché deve trovare alternative alla perdita delle esportazioni verso l’Europa. È il simbolo di un mondo che non gira più intorno a un unico centro ma è diventato multipolare, con equilibri sempre più complessi e conseguenze dirette anche sui mercati valutari.
C’è poi un altro tema che attraversa trasversalmente mercati e società: l’impatto dell’intelligenza artificiale. Molti si concentrano sul boom dei data center e sui consumi energetici che generano, ma Bonzon invita a una lettura più equilibrata: «Il ciclo di investimenti nell’elettrificazione è già in corso da tempo. I data center lo accelerano, ma non ne sono la causa principale».
Anche qui il messaggio è chiaro: più che sui metalli necessari per alimentare l’IA, la cui domanda resterà marginale, gli investitori dovrebbero guardare ai fornitori di apparecchiature non informatiche, che avranno un ruolo chiave nella transizione energetica.
Mettendo insieme tutti questi elementi, emerge un quadro meno scontato di quanto sembri. Le tensioni francesi ci ricordano che la fragilità fiscale non è un’esclusiva di Washington.
Il dollaro non è in gran forma, ma nemmeno l’euro, lo yen o la sterlina lo sono. I mercati emergenti diventano quindi un’alternativa interessante, mentre la geopolitica e la transizione energetica definiscono le nuove traiettorie di investimento. In soldoni, più che cercare la valuta perfetta all’interno del G7, conviene pensare a un portafoglio più diversificato, pronto a muoversi in un mondo multipolare.
Come conclude Bonzon: “Il predominio fiscale e le finanze pubbliche insostenibili pesano su tutte le valute del G7. Gli investitori devono allargare lo sguardo oltre i confini tradizionali, verso nuove mappe e nuove scelte di portafoglio”.