Riforma lavoro, nuovo referendum anti Renzi in vista

14 dicembre 2016, di Daniele Chicca

Il nuovo premier Paolo Gentiloni ha spiegato alla Camera che il suo non è un governo di scopo che si limiterà a traghettare l’Italia verso le prossime elezioni e che invece è un esecutivo di stabilità per portare avanti le riforme necessarie al paese fino anche al termine della legislatura, se il parlamento lo consentirà. Il primo vero banco di prova è iniziato oggi al Senato, dove il governo ha ottenuto il voto di fiducia dei senatori per un pelo.

Con l’addio di ALA, il gruppo parlamentare guidato da Denis Verdini snobbato nella scelta dei ministri fatta da Gentiloni per il suo mini rimpasto di governo, maggioranza che sostiene il governo è infatti molto più risicata a Palazzo Madama rispetto a Montecitorio. La seconda grande sfida riguarderà invece la revisione della legge elettorale. Ma un grande ostacolo, una vera e propria mina vagante, di cui i giornali hanno iniziato a parlare solo di recente, è quello rappresentato dalla riforma del Lavoro, un altro dei pilastri dei mille giorni di governo di Renzi.

Il Jobs Act, che il governo si vanta abbia creato posti di lavoro, ma che abolendo l’articolo 18 e aumentando la flessibilità in uscita e non soltanto in entrata ha anche favorito i licenziamenti, rischia di venire addirittura abrogato. I quesiti referendari proposti dalle firme sindacali della Cgil saranno sottoposte al giudizio della Consulta il prossimo 11 gennaio.

Il Pd pensa di ripristinare l’art.18

Se il referendum abrogativo sarà indetto, si rischia un nuovo effetto destabilizzante ai livelli di quello del referendum costituzionale. In particolare a voler evitare a tutti i costi che si voti sulla riforma del lavoro è l’ex premier Renzi. A tal punto che il PD sembra stia valutando l’ipotesi di ripristinare l’articolo 18, proprio per scongiurare l’appello alle urne. Per disinnescare la bomba o si va al voto prima dell’estate 2017 oppure si sconfessa il Jobs Act. Quest’ultima sarebbe una sconfitta per Renzi, mentre il primo è uno scenario che piace all’ex presidente del Consiglio e segretario del PD.

“Dopo la sconfitta del Sì al referendum costituzionale, non è il caso di rischiare un’altra batosta», spiega ai giornalisti un renziano nell’aula della Camera per votare la fiducia a Gentiloni, aggiungendo: “Questo, a differenza di quello costituzionale, è un referendum che prevede il quorum, ma con l’aria che tira e visto l’argomento ad alto tasso di sensibilità sociale il quorum verrebbe sicuramente raggiunto. In questo caso vincerebbero i Sì e per noi sarebbe una Caporetto“.

Che sia una manovra astuta dei renziani per spingere Gentiloni ad andare al voto subito? Il rischio di seconda sconfitta bruciante per il PD, però, è reale. Per contrastare il Jobs Act è possibile che si ripresenti un comitato di orientamenti variegati – sindacati, sinistra, ma anche M5S, Lega e ala dem del PD – anti Renzi. L’elettorato della destra tradizionale, fatta quindi esclusione per la Lega Nord, voterebbe contro l’abrogazione e a favore di Renzi, ma a parte Forza Italia, che si era espresso contro la riforma della costituzione che in un primo momento aveva anche approvato in parlamento, tutti gli altri schieramenti contrari alla riforma costituzionale farebbero di nuovo scudo insieme contro la riforma del Lavoro.

Il MoVimento 5 Stelle, la Lega, la sinistra radicale e forse quelli dell’ala dem del PD farebbero campagna per l’abolizione e il quorum sarebbe raggiunto con facilità. A questo punto le strade percorribili per il PD, partito al governo, sono due: andare al voto anticipato prima che si svolga il referendum contro il Jobs Act, oppure ripristinare con decreto il controverso articolo 18. Sarebbe un provvedimento clamoroso.

Quando la Corte Costituzionale, in aggiunta alle altre cause già fissate, tratterà dell’ammissibilità delle richieste relative a tre referendum popolari abrogativi in materia di lavoro e Jobs act, è probabile che giudichi ammissibili i quesiti referendari promossi dalla Cgil dopo aver raccolto 3,3 milioni di firme e che riguardano le norme del Jobs act, tra cui l’art.18, l’abolizione dei voucher (criticati dai sindacati che li hanno definiti la “nuova frontiera del precariato”) e gli appalti (in questo caso si propone di riesumare la responsabilità in solido di appaltatore e appaltante in caso di violazioni nei confronti del lavoratore).

L’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione ha già dato il via libera, se arriva anche l’ok della Consulta il governo è costretto a decidere una data da metà aprile a met`a giugno per indire il voto popolare. L’unico modo per rinviare la consultazione popolare di un anno è quello di indire elezioni anticipate in quello stesso periodo.

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