Brexit, ultima parola spetta al Parlamento

24 gennaio 2017, di Daniele Chicca

Nella sentenza più importante della sua storia, la Corte Suprema ha stabilito che spetterà ai parlamentari e dunque al potere legislativo la decisione di cacciare il Regno Unito dall’Unione Europea appellandosi all’articolo 50 e non all’esecutivo guidato da Theresa May. La sentenza chiarisce anche quale sarà il ruolo che avranno nel processo di Brexit il parlamento scozzese e le altre legislature del blocco britannico.

È stato il parlamento britannico ad approvare l’articolo 50 dei trattati e dev’essere il parlamento a esprimersi anche a favore del ricorso a questo provvedimento. Il governo non può farlo senza il permesso dell’aula legislativa. Il governo ha normalmente una prorogativa su questioni del genere, come la modifica dei trattati, ma “non in questo caso”, secondo i giudici. I voti sono stati 8 contro il ricorso del governo e 3 a favore. Scozia, Galles e Irlanda del Nord invece non potranno influenzare le decisioni del governo centrale sull’articolo 50 con il loro voto parlamentare.

Gli 11 giudici del tribunale britannico si sono così espressi. A leggere la sentenza è stato il presidente della Corte, Lord Neuberger. Anche se sarà il Parlamento a dover decidere se far scattare o meno l’articolo 50 dei trattati di Lisbona, difficilmente i presenti – nonostante la maggioranza sia contraria alla Brexit, anche all’interno dello stesso partito dei conservatori al governo – andrà contro il voto del popolo prendendo una decisione impopolare. Il leader dei labouristi Jeremy Corbyn dirà ai suoi di esprimersi a favore dell’articolo 50.

Sentenza Brexit cambia piani governo

La sentenza cambia i tempi e i piani del governo, in quanto significa che May non potrà iniziare a intavolare i colloqui con Bruxelles sulla Brexit fino a quando non si sarà tenuto il voto parlamentare. È tuttavia probabile che l’aula si esprimerà relativamente presto sull’articolo 50, verso fine marzo. Sui mercati valutari la sterlina, che cedeva lo 0,25% prima della decisione della Corte Suprema, ha accelerato al ribasso scendendo fino a 1,2457 dollari (-0,6%).

Secondo gli ultimi sondaggi, i cittadini britannici vorrebbero invece che fosse il primo ministro e non il parlamento ad avere l’ultima parola sul ricorso all’articolo 50: il 54% del campione interpellato in un sondaggio pubblicato da YouGov, infatti, la pensa così.

In ogni caso l’impressione è che non si tornerà più indietro: la Brexit come ha voluto il popolo con il voto del 23 giugno dell’anno scorso, ci sarà. Il Parlamento potrebbe però ottenere una certa leva negoziale sulla maniera con cui avverrà l’addio all’Ue. I parlamentari, in particolare quelli labouristi, hanno già fatto sapere che vorrebbero che anche l’aula parlamentare possa dibattere sulla strategia da adottare e giocare dunque un ruolo importante nei negoziati.

Keir Starmer, il segretario ombra della Brexit, vorrebbe che il voto in aula assuma un “significato forte”, e non che rappresenti un semplice voto finale dopo che May ha dettato le regole del gioco. In quel caso si tratterebbe di una mera scelta tra accettare l’accordo del governo oppure opporsi alla Brexit e quindi al volere dei cittadini britannici.

Brexit e Trump: “deglobalizzazione ci renderà poveri”

Il prossimo passo dopo l’approvazione parlamentare, saranno i negoziati per arrivare al completamento del passaggio di Londra da un’economia facente parte integrante dell’Unione Europea – anche se con uno statuto speciale – a un partner esterno del mercato unico. Per arrivare a questo punto, secondo le stime di alcuni analisti, bisognerà aspettare ancora un anno.

“Sebbene alcune delle tematiche citate rappresentino dei rischi estremi cioè poco probabili e il contesto macroeconomico di quest’anno sembri promettente, crediamo sia necessario restare prudenti. Il mondo nel 2017 è molto più caotico di quanto non lo sia stato negli ultimi 50 anni”: è il parere espresso da Pierre Olivier Beffy, Chief Economist di Exane BNP Paribas.

Ora che scatterà l’articolo 50 il Regno Unito avrà due anni di tempo per negoziare un’addio concordato e nuovi patti commerciali. L’intenzione del premier Theresa May è quella di ripartire da zero e gettare le basi per accordi completamente nuovi, senza prendere spunto dai casi esistenti come quello di Norvegia o Svizzera.

L’aver fatto chiarezza sulla strategia di uscita dall’unione doganale e dal mercato unico da parte del Regno Unito ha paradossalmente fatto bene alla sterlina sui mercati che si è rafforzata da quando May ha dichiarato quali tattiche intende adottare nei prossimi mesi.

Lo sviluppo di un mondo post-globalizzazione, segnato anche dalle politiche che il neo presidente Usa Donald Trump intende mettere in pratica, comporta numerose conseguenze per gli investitori. I rischi maggiori sono in Eurozona, dove si rischia un’ulteriore frammentazione nell’anno delle super elezioni (Olanda, Francia, Germania e forse persino Italia).

“Nel breve termine, i rischi di divergenze tra gli Stati Uniti e gli altri Paesi sono aumentati, e gli investitori non stanno dando la giusta attenzione alle conseguenze che potrebbero avere sull’economia globale”, secondo Beffy. “Nel lungo termine il processo di de-globalizzazione potrebbe rendere tutti più poveri a causa dell’aumento dei costi di transazione del commercio”.

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