Bitcoin: i tempi sono maturi per Wall Street?

13 marzo 2018, di Redazione Wall Street Italia

A cura di Anatoliy Knyazev, Exante.eu

La scorsa settimana il prezzo del bitcoin è crollato di oltre il 19%, scendendo sotto l’importante soglia psicologica dei 10.000 dollari, che al momento della scrittura non è ancora riuscito a recuperare. Dopotutto trader e investitori in criptovalute sono abituati alle montagne russe: dall’inizio dell’anno il BTC ha registrato un’escursione di prezzo compresa tra i 17.705 dollari del 6 gennaio e i 6.040 dollari di appena un mese dopo.

Gli ultimi due mesi e mezzo hanno offerto materiale in abbondanza tanto ai sostenitori di un boom prolungato nel tempo del bitcoin quanto ai detrattori più accaniti, sicuri che il terreno sia ormai pronto per lo scoppiare della bolla. Ma quale dei due campi ha ragione?

Ancora è difficile dirlo con certezza, ma tra i tanti interrogativi possibili, ce n’è uno in particolare che potrebbe fungere da bussola nei prossimi mesi: Wall Street scioglierà le riserve nei confronti del bitcoin? La risposta a questa domanda determinerà che tipo di anno sarà il 2018 per bitcoin (BTC) e per il mercato delle criptovalute in generale.

Finora la maggior parte delle grosse banche, gli hedge fund e gli asset manager hanno tenuto una certa distanza di sicurezza dal bitcoin. Gli stessi volumi dei futures istituiti da CME e CBOE hanno lasciato a desiderare. Il mix di mancanza di regolamentazione e poca liquidità che espone il mercato alle operazioni delle balene, i grossi detentori di bitcoin, hanno impedito a questo mercato di approdare stabilmente ai piani alti della finanza.

Ma ci sono dei segnali positivi all’orizzonte su entrambi i fronti. Le autorità di vigilanza sui mercati americani, Sec e Cftc, hanno allontanato la possibilità di un divieto totale del trading come avvenuto in Cina (o come è stato temuto per un certo periodo in Corea del Sud) e hanno persino espresso parole positive nei confronti della tecnologia alla base delle criptovalute, la blockchain.

Gli sforzi delle autorità sembrano quindi concentrarsi sulla creazione di requisiti da far rispettare alle piattaforme di scambio e alle società che lanciano delle ICO.

J. Christopher Giancarlo, direttore della CFTC (organo che si occupa del mercato di futures e derivati negli Usa), ha fatto intuire che verrà seguito un approccio “do-not-harm” sul modello dei primi giorni di Internet, ovvero una regolamentazione poco invasiva, pur nel rispetto della tutela degli investitori.

Questa potrebbe davvero essere la spinta decisiva per far salire Wall Street sul carro delle criptovalute. Ad ogni modo ritengo che il trend generale vada in quella direzione: a riprova di questo andazzo basta consultare l’ultima edizione del Wealth Report di Knight Frank, che rivela come nel 2017 l’esposizione alle criptovalute è aumentata presso il 21% dei 50.000 “super-ricchi” che compongono il campione oggetto dello studio.

Parliamo di individui che dispongono di patrimoni molto alti, per una ricchezza complessiva di oltre 3.000 miliardi di dollari. In pratica un profilo dei clienti di primo piano delle istituzioni di Wall Street. Cosa ci rivelano queste cifre? Nient’altro che una grande verità di ogni mercato, non importa quanto complesso e contraddittorio: il percorso compiuto dai soldi resta sempre l’indicatore più affidabile.

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