Educazione finanziaria per contrastare la violenza economica

16 Settembre 2019, di Redazione Wall Street Italia

Articolo di Giuliana Schirru, consulente finanziaria di Cagliari

Da 22 anni sono consulente finanziaria e patrimoniale. Sono una mamma e una compagna e mi divido fra l’impegno professionale e quello familiare come molte donne del mio tempo. Mi occupo da diversi anni di progetti di educazione finanziaria consapevole del fatto che gli italiani risultano ultimi in Europa e fra gli ultimi nel mondo per grado di conoscenza dei più elementari concetti di finanza come inflazione, rapporto rischio rendimento o spread. Ma se il tema della educazione finanziaria sin qui descritto mi appassiona, sfumature ben diverse assume quando ne parlo come strumento di contrasto alla violenza economica.

Violenza economica: cos’è e come tutelarsi

La violenza economica in taluni casi anticipa, accompagna e aggrava le altre forme di violenza che colpiscono le donne (violenza verbale, psicologica, fisica). La prima cosa da sapere è che la violenza economica è molto diffusa, subdola, devastante, trasversale e questo significa che chiunque ne è potenzialmente vittima. La violenza economica viene  per la prima volta citata nella Convenzione di Istanbul ma nonostante questo passaggio normativo di violenza economica non se ne parla abbastanza. I motivi sono diversi, sicuramente si fa fatica a riconoscerla ed inoltre il denaro è tabù e parlarne associandolo alla sfera dei sentimenti appare inopportuno.

 

Uno studio nell’ambito del progetto europeo WE GO  (Women Economic Indipendence & Growth Opportunity) dice che è l’assenza di risorse economiche personali che  impedisce alle donne vittime di situazioni di violenza domestica  di provare ad uscirne.

Il 53% delle donne sentite nei centri antiviolenza, dichiara di aver subito violenza economica. Nel 25% dei casi per mancato accesso al reddito familiare, nel 19% per non disporre dei propri soldi liberamente, a seguire i casi di controllo delle spese da parte del partner e un 10% si vede negato il permesso di lavorare.

Il compagno despota agirà inizialmente con delicatezza tanto da far apparire i suoi comportamenti atti di tutela, protezione, e accudimento di cui magari bearsi con le amiche.

Vado io in banca così tu non ti disturbi

Vai in banca e chiedi un estratto conto o fai il versamento che poi passo io per discutere col direttore!

Vai dal commercialista porta i documenti, prendo io un appuntamento per discutere il  bilancio.

Si tratta di  strategie finalizzate ad avere il controllo “finanziario” del rapporto con l’ obiettivo di limitare  fortemente la capacità di reazione creando quel legame di dipendenza che rende difficoltoso  se non pericoloso ogni  tentativo di ribellione e di fuga dalla situazione di vessazione. Durante i seminari suddivido queste strategie in livelli di attenzione.

I livelli di attenzione da individuare

  1. Attenzione quando pur avendo un conto corrente cointestato e a firme disgiunte è sempre lui ad occuparsi della gestione. Può essere scambiato come un gesto di attenzione o di mera ripartizione dei ruoli quando degli investimenti se ne occupa lui e delle pratiche ordinarie se ne occupa lei e magari per svolgerle si offre anche di accompagnarla non sia mai che da sola possa venirgli in mente di chiedere  i rendiconti finanziari che lui abilmente nasconde.
  2. Attenzione quando per la gestione delle spese familiari viene dato un compenso periodico riservandosi di  esercitare il controllo sulla sua gestione o pretendendo rendiconti dettagliati delle spese sostenute. Attenzione il tesoriere despota procede nella sua strategia di  isolamento finanziario dando alla compagna esclusivamente i soldi per la spesa della famiglia, a cadenze settimanali o mensili e spesso insufficienti, o  non consentendo  alla donna di fare la spesa e non dandole nemmeno il minimo necessario perché  sarà lui ad occuparsi degli acquisti necessari a suo insindacabile giudizio. Negare i soldi per cure o medicine, impedire di usare il bancomat o la carta di credito o sottrarli a proprio piacimento sono altri esempi.
  3. E ancora attenzione, il tesoriere-despota  arriva a dilapidare il capitale di famiglia all’insaputa della compagna o dilapidare il capitale della compagna, a far sottoscrivere  polizze  di cui lui solo è il beneficiario, a svuotare il conto corrente in previsioni della separazione o obbliga la compagna a firmare documenti (fideiussioni prestiti o ipoteche) senza dare spiegazioni ma arriva  ad obbligare la compagna a fare da prestanome o a farle firmare assegni in bianco o richieste di prestiti o finanziamenti. Questi inganni completano il quadro delinquenziale e la donna  seppure trovasse la forza di allontanarsi si troverebbe con buona probabilità non solo senza il becco di un quattrino ma anche nella impossibilità di rivolgersi al credito per iniziare una nuova vita avendo con quegli atti abbondantemente compromesso la propria credibilità creditizia.

Il ruolo del consulente finanziario per ridurre l’asimmetria cognitiva

Il dovere morale e civico  che io sento come consulente e come donna  è quello di trasferire alle donne concetti anche elementari di educazione finanziaria così da metterle in condizione di riconoscere i comportamenti illeciti che un compagno despota potrebbe attuare ai loro danni soprattutto se delegano totalmente la gestione delle finanze familiari e peggio ancora personali. Alle donne vanno dati consigli pratici e basi di educazione finanziaria e strumenti per essere protagoniste della propria dimensione economica.

Le associazioni che si occupano del problema sono concordi nel ritenere che è l’educazione  finanziaria il migliore strumento per contrastare e prevenire la violenza di tipo economico. Esiste una forte asimmetria di potere economico fra i generi che deve essere colmata. L’occupazione femminile in Italia è al 49%, il 51% delle donne in età lavorativa dipende da altri per vivere. Il 17% delle donne che lavorano non possiede un conto corrente, quindi non gestisce il proprio salario ma lascia la sua gestione a qualcun altro. La violenza economica è diffusa trasversalmente ed indipendentemente dalle fasce di reddito e dal livello di istruzione.

Secondo il rapporto realizzato per il progetto “WE GO” l’82,5% delle donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza è dipendente economicamente, solo il 17,5% è indipendente nonostante il 40,9% lavori. Il 53% delle donne ha subito forme di violenza economica. La maggioranza ha una buona istruzione: il 38,8% un diploma di scuola superiore, il 22,7% ha studi universitari. Il 29,6% si ferma alla primaria o secondaria di primo grado, il 9% ha un livello d’istruzione inferiore alla primaria.

Noi consulenti finanziari possiamo fare tanto aiutando a ridurre l’asimmetria cognitiva di cui abbiamo parlato.

 

Consigli utili per evitare la “dipendenza economica”

Concludo i miei incontri sempre con una lista delle cose da NON fare o NON accettare.

  1. Non accettare di dover rendere conto di ogni spesa o essere private del bancomat.
  2. Non mettersi mai nella condizione di elemosinare la soddisfazione dei propri bisogni
  3. Non firmare mai documenti  se non prima di aver letto e compreso o assegni in bianco
  4. Non sottoscrivere mai impegni con finanziarie o con amici
  5. Non fare da prestanome
  6. Non delegare mai completamente le attività finanziarie, bancarie, assicurative
  7. Avere  conoscenza dei temi fiscali eventualmente recandosi dal commercialista
  8. Una relazione paritaria è basata sull’essere correttamente e puntualmente informate sulla situazione economica della famiglia e della azienda familiare.

Le donne devono imparare a difendere i loro di soldi e i loro beni  così come devono imparare a difendere il loro corpo e la loro dignità.

 

Questo articolo fa parte di una nuova rubrica di Wall Street Italia dedicata ai consulenti finanziari che vogliono raccontare le loro esperienze e iniziative professionali. Se siete interessati a pubblicare una vostra storia scriveteci a: social.brown@triboo.it


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