USA: QUATTRO IDEE PER IL PRESIDENTE CHE VERRA’

31 Ottobre 2008, di Redazione Wall Street Italia

*Sindaco di New York. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – La Borsa è crollata. Il mercato del credito è congelato. La disoccupazione cresce. Le case finiscono alle banche. I consumi sono deboli. Le fabbriche tagliano la produzione. Una recessione globale è alle porte. Benvenuto alla Casa Bianca, 44° Presidente!

La crisi finanziaria globale ha suggerito innumerevoli confronti con la Grande Depressione e senza dubbio i media le chiederanno subito di descrivere in dettaglio la sua agenda per i primi cento giorni, aspettandosi che lei replichi lo scatto legislativo di Franklin D. Roosevelt nel 1933. Il mio consiglio è: li ignori. I suoi primi cento giorni a Washington saranno meglio spesi nella preparazione dei successivi 1.360.

I primi cento giorni di FDR realizzarono quello che l’amministrazione Bush e il Congresso hanno cercato di fare negli ultimi sessanta: ripristinare la fiducia nelle nostre istituzioni finanziarie. Quando lei entrerà alla Casa Bianca, il peggio del panico bancario dovrebbe essere alle spalle.

E’ invece possibile che si sia nel pieno della recessione e portarne fuori il Paese gettando le basi per un nuovo secolo di crescita e prosperità non è impresa da farsi in pochi mesi e neppure con la sola riforma delle regole.
Riorganizzare le strutture che governano le istituzioni finanziarie sarà probabilmente il compito principale del prossimo Congresso, ed era ora. Ma è cruciale che lei non permetta al Congresso di confondere la riforma delle regole con un’agenda economica. La salute e la forza a lungo termine dell’economia di una nazione dipendono non tanto dalla forma delle regole federali quanto dalla capacità di crescita e innovazione.

Negli ultimi dieci anni c’è stata una sfida al nostro status di superpotenza economica mondiale mai vista prima. Grazie soprattutto all’America, il capitalismo ha trionfato nel mondo e adesso tutti ci vogliono battere al nostro gioco. Questa è una competizione che ci dovrebbe allettare, perché noi continuiamo a godere di tutti i vantaggi: le università migliori, le fabbriche e le cure mediche più avanzate, i lavoratori più imprenditoriali e la qualità di vita migliore.

Ma come un campione sportivo che, soddisfatto di sé, ha smesso di allenarsi, così il governo federale – paralizzato dagli interessi particolari – ha lasciato che l’America perdesse combattività e forza. Recuperarle non sarà facile né indolore ma l’alternativa – perdere terreno a favore di Cina, India, Corea, Giappone, Unione europea – non è un’opzione.

La crisi dei mercati finanziari ha elevato i nostri problemi economici a tema principale della campagna elettorale e la sua vittoria, caro Presidente, è largamente attribuibile alla fiducia che gli elettori hanno riposto in lei e nella sua capacità di agire e ottenere risultati. Lei ha fatto la sua campagna sulla necessità di apportare cambiamenti e riformare quasi ogni aspetto della politica federale, compresa la sanità e la sicurezza sociale. Temi fondamentali, come tanti altri. Ma lei non potrà affrontarli tutti contemporaneamente, dovrà stabilire delle priorità e, in tempi di crisi economica, l’economia deve avere la precedenza su tutto.

Lei riceverà consigli da molte persone sagge. Come sindaco della più grande città americana, come uomo d’affari che ha cominciato 25 anni fa con tre uomini e una caffettiera, come padre di due ragazze profondamente preoccupate per il futuro del loro Paese, le offrirò qualche idea anch’io.

INFRASTRUTTURE

Il tornado Katrina ha tragicamente messo in luce lo stato delle nostre infrastrutture, ma tutti i sindaci d’America lo vedono ogni giorno: trasporti di massa da costruire, ponti da riparare, aeroporti da ampliare, acquedotti e fognature da migliorare. Gli americani riconoscono la necessità di maggiori investimenti nelle infrastrutture e dalla mia esperienza a New York sono disposti a pagarli, a condizione di essere certi che il loro denaro sarà speso per migliorare le loro comunità e non le possibilità di rielezione di qualche legislatore. Anziché pagare le infrastrutture con le riserve accantonate, si potrebbe creare una banca specifica, che finanzi progetti basati rigorosamente sul merito, investendo di più là dove più grande è il bisogno e coinvolgendo i cittadini nel controllo della spesa e dei tempi di realizzazione. Lo chiami «Nuovo New Deal», Presidente: investire di più, più saggiamente e con miglior resa. In questo modo non solo ci sarà lavoro per gli americani, ma ci saranno anche le infrastrutture che servono per competere nel XXI Secolo.

ENERGIA

Più energia nucleare e nuove trivellazioni, certo. Ma entrambi sappiamo che la vera soluzione a lungo termine sono le fonti rinnovabili, come già hanno capito i governi del Medio Oriente che, pur ricco di petrolio, investe nell’energia verde. Se saremo noi i pionieri, creeremo decine di migliaia di posti di lavoro ben retribuiti. Se invece dovremo acquistarla da altri, continueremo a trasferire all’estero miliardi di dollari

IMMIGRAZIONE

Per essere pionieri nelle nuove tecnologie occorrono i cervelli migliori. Purtroppo il nostro sistema respinge molti immigrati o, dopo averli istruiti, dà loro un calcio, per cui quelli prendono il loro sapere e se lo portano in Paesi più accoglienti. Questa è pura follia! E danneggia la nostra capacità di innovazione. Una nuova legge per l’immigrazione è dunque fondamentale. Potrebbe prendere la forma di una carta di identificazione che permetta ai datori di lavoro di verificare la legalità dei candidati, aumentando le opportunità per chi insegue il sogno americano e offrendo a chi è qui illegalmente la possibilità di guadagnarsi il diritto a restare.

EDUCAZIONE

L’America è diventata una superpotenza perché abbiamo sempre aperto le porte ai più brillanti e perché le nostre grandi scuole li hanno prodotti. Ma da decenni il nostro sistema educativo è in folle, mentre altri Paesi schiacciavano l’acceleratore, con il risultato che adesso competono con noi per i lavori ad alta specializzazione. Anche lei, Presidente, sa quanto sia importante per i nostri studenti imparare più matematica, più scienze, più ingegneria, più tecnologia.

Il problema non è solo che non spendiamo abbastanza, perché spendiamo moltissimo, ma che mettiamo il denaro in un modello di scuola superato e inefficiente, retto più dal potere dei sindacati che dalle necessità degli studenti. Occorrono invece standard di insegnamento più alti, stipendi migliori, premi di merito, rapporti sul rendimento scolastico, orari più lunghi. Queste riforme sono state fondamentali per il nostro successo a New York. E se è stato possibile attuarle qui, dove i sindacati e gli interessi particolari hanno spradroneggiato per decenni, possono essere benissimo attuate in tutto il Paese.

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