USA: QUALE FUTURO NEL DOPO SADDAM?

8 Aprile 2003, di Redazione Wall Street Italia

Gli “esperti” militari ipotizzavano tempi ancora lunghi per il conflitto iracheno, con tutti i rischi dello scontro urbano e la incombente minaccia delle armi non convenzionali; in realtà, la guerra appare già alle sue battute finali, segno che due dei suoi presupposti fondamentali – la presenza, e dunque anche la disponibilità ad usare, armi di distruzione di massa, e la minaccia militare costituita dall’agguerrito esercito di Saddam e dalla sua temuta Guardia Repubblicana – non erano poi così seri come l’Amministrazione Bush li aveva dipinti per giustificare la fine delle ispezioni ONU.

Tutto ciò conferma inoltre quanto abbiamo sempre
sostenuto, e cioè che l’operazione militare, visto lo squilibrio di forze in campo, non poteva che essere caratterizzata da tempi brevi e un esito scontato; oltre tutto, anche i danni collaterali alle infrastrutture petrolifere
sono stati molto limitati e tra breve sul mercato del greggio si riapriranno quei rubinetti dell’Iraq che ora funzionano ai minimi ma che in prospettiva, con i dovuti interventi da parte delle maggiori compagnie occidentali, potranno generare un flusso giornaliero persino uguale a quello dell’Arabia Saudita. I veri problemi invece
erano, e rimangono, di natura politica, dalla gestione del Paese dopo la caduta del regime alle mosse successive nell’area; anzi ora c’è il rischio aggiuntivo che proprio il facile successo militare spinga i falchi dell’Amministrazione Bush a insistere in tempi brevi nell’opera di “risistemazione” degli equilibri nel Medio Oriente, mettendo nel mirino la Siria o l’Iran, per poi stringere il controllo sull’Arabia Saudita e su quei regimi islamici da cui parte il sostegno all’estremismo fondamentalista ostile agli USA e ad Israele.

In questo senso, per adesso ogni passo verso la conclusione del conflitto sarà fonte di rialzi sui mercati azionari e sul dollaro, in parallelo con la caduta dei prezzi del greggio e dei bond a più lunga scadenza; ma il vero dilemma per gli investitori si presenterà dopo, quando occorrerà capire se avremo a che fare solo con un recupero di natura tecnica o con un riavvio più stabile e duraturo delle quotazioni. Tutto ovviamente dipenderà da come si muoverà l’economia, se cioè uscirà dallo stallo degli ultimi mesi, causato dalle incertezze “geopolitiche”, per riprendere a
crescere a ritmi soddisfacenti, o se invece, pur risvegliandosi, continuerà a mostrare tutte le incertezze e i limiti del 2002, con gli investimenti al palo e i consumi delle famiglie sempre più minacciati dalla necessità di ridurre
l’elevato indebitamento che li sostiene e da condizioni non più così favorevoli sul mercato del lavoro.

Proprio dall’economia USA sono giunte in settimana altre sorprese negative, al punto che molti iniziavano a pronosticare per maggio un altro taglio di tassi, anche di mezzo punto. Un’ipotesi che la fine ravvicinata del conflitto dovrebbe ora allontanare nuovamente, salvo assistere ad un peggioramento del quadro
congiunturale nel mese a venire. Gli occupati non agricoli sono scesi in marzo di altre 108mila unità, dopo le 357mila in meno di febbraio, riviste al ribasso dalle precedenti 308 mila; il calo ha coinvolto sia il comparto manifatturiero (-36mila), sia i servizi (-94mila) e solo in parte è dovuto all’effetto riservisti. Di positivo, più che l’inutile tasso di disoccupazione, rimasto invariato al 5,8% solo perché i movimenti in uscita dalla forza lavoro
hanno bilanciato il calo degli occupati, c’è stato solo l’aumento delle ore lavorate (+0,3%, dopo il –0,9% di febbraio), sebbene non confermato nel settore manifatturiero (-0,6%, a seguire il –0,7% di febbraio).

In precedenza, si erano mossi male anche i sussidi settimanali di disoccupazione, balzati a 445mila unità, un livello compatibile con una crescita prossima allo zero per il PIL, e l’indice dei direttori degli acquisti nel comparto servizi, precipitato a quota 47,9 da 53,9. Per fortuna dei mercati azionari, finora c’è sempre stata la scusante dell’Iraq; il
guaio però è che a guerra conclusa questo aiuto psicologico verrà meno e occorreranno davvero numeri migliori per giustificare la prosecuzione del rialzo…

*Michele Pezzinga e’ capo strategist di Eptasim.