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Usa provocano crollo lira turca, emergenti a rischio contagio

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Sarebbe sbagliato pensare che il tonfo della lira turca sia una questione circoscritta esclusivamente alla Turchia. Con la diatriba sui visti gli Stati Uniti hanno a tutti gli effetti economicamente e politicamente danneggiato uno dei loro grandi paesi alleati, provocando il crollo della moneta nazionale. Sul Forex la lira turca ha perso il 6% nei confronti del dollaro Usa dopo che il governo Erdogan ha annunciato la sospensione dei visti di ingresso per i cittadini statunitensi.

Si tratta di una rappresaglia della Turchia contro quanto aveva deciso l’amministrazione Trump qualche giorno addietro. Il governo americano aveva deciso di ricorrere alla misura estrema dopo che un uomo che lavorava per il consolato americano è stato arrestato in Turchia, con l’accusa di aver collaborato all’organizzazione del golpe dell’anno prima. Dopo il fallito colpo di stato militare di luglio 2016, il presidente turco Erdogan ha fatto ricorso alle misure pesanti, attuando di fatto una caccia all’uomo per stanare i responsabili nell’ambito di un’operazione di repressione contro le personalità dell’opposizione.

Per ora la discesa a candela della lira turca non ha contagiato i mercati emergenti e parte delle perdite accusate nella prima mattinata sono state recuperate. Ma secondo un trader e commentatore di mercato, grande esperto del panorama valutario, l’andamento negativo della moneta turca causerà molto probabilmente problemi seri a tutta l’area degli emergenti e possibilmente persino fuori dai confini dei paesi in via di Sviluppo.

Crollo emergenti: un precedente pericoloso nel 2006

Nella sua ultima nota Mark Cudmore, lo strategist macro e sul Forex di Bloomberg, scrive che a meno che il cambio lira dollaro non si stabilizzi in fretta, tutti i mercati emergenti e non solo potrebbero essere coinvolti. “Gli investitori internazionali hanno accumulato debito turco quest’anno. Queste posizioni appariranno improvvisamente vulnerabili se la lira dovesse portare a una fase di ripiegamento generalizzata nei mercati emergenti”.

La fase ribassista è per la verità iniziata un mese fa, come osserva Cudmore. Ed è dalla settimana scorsa, quando i dati sull’inflazione in Turchia hanno confermato che i prezzi sono entrati in una spirale fuori controllo e che i rendimenti reali del paese sono troppo bassi, che la situazione è peggiorata sensibilmente per i creditori di debito turco.

La fuga dei detentori di bond potrebbe preso trasformarsi in un effetto domino nei mercati emergenti, secondo Cudmore. E c’è un precedente. Nel 2006 l’indice dei mercati emergenti MSCI ha perso il 25% in appena cinque settimane.

“È accaduto nel bel mezzo dell’era d’oro dell’area e di un mercato rialzista pluriennale per la classe di asset degli emergenti. Allora nulla sembrava andare storto, fino a quando la lira ha preso a scendere a inizio maggio. È quell’evento che ha allontanato gli investitori nei mercati emergenti, provocando un peggioramento delle perdite, in una sorta di loop (ciclo ripetitivo, NdR) negativo”.

C’è dell’altro: i danni potrebbero non essere limiti ai paesi emergenti, avverte l’investitore e analista. “I mercati emergenti sono stai tra le scommesse più solide del 2017. Se le perdite iniziano ad accumularsi e la volatilità a salire nei mercati emergenti, è probabile che un simile fenomeno si verifichi anche altrove”. Per il momento i mercati emergenti stanno ignorando il crac della lira turca, ma la situazione è da monitorare con la massima attenzione.