UN POPOLO DI EVASORI

26 Agosto 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Ebbene sì, anche l’Avvocato. Magari con stile, ma pur sempre evasore (al limite “evasove” con la erre roulée). L’Agenzia delle entrate sta indagando su un suo “tesoretto” depositato in Svizzera e mai dichiarato al fisco, inevitabile sbocco della contesa sull’eredità che vede la figlia Margherita Agnelli contrapposta alla madre Marella. Sul piatto, una cifra che andrebbe da uno ai due miliardi di euro.
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Ma non perseguiamo solo miliardari», fa sapere Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle entrate. In questi giorni è in atto una vera e propria offensiva di mezza estate contro gli evasori: si parla di 170 mila capitali illegalmente custoditi nei paradisi fiscali: conti in Liechtenstein, a Montecarlo e in Svizzera. La Guardia di finanza ha dichiarato una vera e propria guerra all’evasione e all’elusione. Gli 007 delle Fiamme gialle tra l’altro si sentono più forti per via del decreto anticrisi (che prevede la sanatoria dello scudo fiscale) e alla possibilità di incrociare i dati tra banche italiane e banche estere, fino a ieri impossibile.

Sta di fatto che le cifre scovate e sottratte agli evasori equivalgono a una Finanziaria. Nei primi sette mesi dell’anno il monte dei redditi in nero scovati è di 3,3 miliardi di euro. Di questi oltre un miliardo è stato rintracciato nelle transazioni intercorse nei paradisi fiscali. Quanto all’Iva, oggetto misterioso per molti carrozzieri, dentisti ed elettricisti e via evadendo, i soggetti denunciati per omessa dichiarazione sono stati 3.557, per un miliardo e 800 mila euro. Bruscolini, se pensiamo che secondo uno studio dell’Agenzia delle entrate a cura di Massimo Marigliani e Stefano Pisani l’Iva evasa supera la soglia dei 270 miliardi di euro.

Ma non è solo l’Italia che sta cambiando. È il mondo. La lotta ai paradisi fiscali riguarda tutte le amministrazioni finanziarie dell’Occidente. In prima linea ci sono gli Stati Uniti di Barack Obama, intenzionati a far emergere gli enormi patrimoni sottratti al fisco in primo luogo dalle multinazionali americane e nascosti negli Stati “off shore”, come le isole Cayman. Questo vento forse arriverà a cambiare l’anomalia italiana. Perché una cosa è certa, come spiega Roberto Ippolito, direttore delle relazioni esterne della Luiss e autore di una lunga inchiesta sull’argomento (Evasori, Bompiani) gli italiani sono un popolo di poeti, di eroi, di santi, di navigatori e di gente allergica alle tasse: «Senza offesa per nessuno: accanto ai salari e agli onesti cittadini, è fuori discussione che siano evasori in larga parte. Del resto questa è la fama conquistata nel mondo».

Ma a quanto ammonta l’evasione in Italia? Le stime sono diverse. La prima, prudente, relazione al Parlamento del ministero dell’Economia, a cura dell’allora viceministro Vincenzo Visco, parla di una cifra superiore a cento miliardi l’anno, circa sette punti di Prodotto interno lordo. L’intera spesa sanitaria in Italia. Ma l’Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre è convinta che le somme sottratte siano molte di più, con un imponibile sommerso di 316 miliardi di euro e quindi un buco, sommando anche i contributi previdenziali, di 150 miliardi di euro.

La politica di lotta all’evasione e all’elusione fiscale è partita con una certa efficacia con il Governo di Centrosinistra di Romano Prodi e del viceministro delle Finanze Visco, come ha riconosciuto Il Sole 24 Ore, il giornale di Confindustria. Ma anche l’attuale Governo Berlusconi ha continuato su questa linea. Le sanzioni, per coloro che si ostineranno a non dichiarare i redditi sottratti al fisco nonostante la sanatoria prevista dallo scudo fiscale del ministro dell’Economia Giulio Tremonti (si parla di una stima di 100 miliardi di euro che potrebbero rientrare), oscillano dal 200 al 400 per cento del capitale non dichiarato.

Naturalmente il problema non può essere affidato solo alla Guardia di finanza. C’è anche una mentalità che va cambiata. Perché l’Italia è il Paese dei furbi. Non ci sono solo i casi eclatanti (tra l’altro tutti conclusi con un ravvedimento e un lieto fine, soprattutto per l’Agenzia delle entrate, come con big Luciano Pavarotti, Valentino Rossi, Alberto Tomba, Loris Capirossi, Andrea Bocelli, e “ultimaora”, Tiziano Ferro, ancora tutta da dimostrare). Siamo un popolo che ha poco o nulla da dichiarare. Prendiamo Perugia: 30.480 auto di grossa cilindrata in circolazione e solo 2.271 redditi oltre i 100 mila euro. Qualcosa non torna. Il 23 maggio 2007 a un controllo delle Fiamme gialle su professionisti, imprenditori e commercianti liguri, 96 su cento sono risultati non in regola. «E i quattro in regola probabilmente non erano liguri», direbbe forse il genovese Beppe Grillo.

«Ma chi non versa le tasse sa che sta rubando la luce dei lampioni, la benzina dei poliziotti, l’asfalto delle strade su cui cammina?», si chiede Roberto Ippolito nel suo mai abbastanza lodato Evasori. Forse una campagna informativa non guasterebbe. O, quanto meno, toglierebbe qualsiasi alibi ai soliti furbi.

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«FACCIAMONE UN VANTAGGIO»

Davvero per gli evasori nel mondo e in Italia la festa è finita? Lo chiediamo a Victor Uckmar, genovese, classe 1925, grande esperto di diritto tributario (è attualmente docente a Bologna di Diritto tributario internazionale). «La risposta immediata è che l’Italia rimane una terra di evasori. Lo desumiamo sia da quello che leggiamo nelle cronache che raccontano le operazioni della Guardia di finanza e dell’Agenzia delle entrate sia dalle dichiarazioni medie di professionisti, commercianti e imprenditori, con indici così bassi di capacità contributiva. Quella è evasione, è evidente».

Perché l’Italia è tradizionalmente terra di evasori fiscali?

«Perché non c’è mai stata la volontà di combatterla. Fa un po’ parte del carattere degli italiani, come la mania di passare col rosso o di fare i furbi saltando le code. È stato storicamente addirittura un fatto patriottico. Mi spiego. Quando entrai nella Resistenza, a Novi Ligure, come primo incarico il comando partigiano mi mandò a far la posta all’esattoria per indurre i contadini a non versare le imposte, perché andavano a finanziare Mussolini e il nemico. Confesso che non ho mai avuto compito più facile di quello. È un po’ un’abitudine latina, lo vediamo ad esempio in Argentina. Ma ci sono anche altre ragioni».

E quali?

«C’è un sistema fiscale piuttosto sperequato. Si dice che la pressione fiscale, che in Italia si attesta sul 42 per cento, è in linea con gli altri Paesi dell’Occidente. Ma è come la storia del pollo di Trilussa. I redditi da capitale sono tassati al 12,5 per cento. I redditi dei lavoratori autonomi arrivano a oltre il 50 per cento. La disparità è evidente. I redditi tassati alla fonte con ritenuta non sfuggono. Quelli che forniscono servizi, dai carrozzieri agli idraulici sfuggono eccome».

Diciamo che all’idraulico polacco si preferisce l’idraulico italiano, senza voler generalizzare.

«Ci sono anche delle questioni malposte. Anche l’opposizione fa la sua parte. Franceschini voleva tassare coloro che avevano dichiarato più di 120 mila euro definendoli “ricchi”. Ma quelli non sono ricchi, semmai contribuenti che vivono un po’ più agiatamente dei pensionati e degli impiegati. Anche perché è difficile trovare i veri ricchi nelle liste dei contribuenti. Quelli incapsulano i loro capitali, le loro plusvalenze e i loro utili in scatole finanziarie sottratte al fisco. L’Italia è piena di scatole del genere».

Sarebbe il caso di rompere le scatole, continuando la metafora…

«Direi di sì, ma dobbiamo dire che c’è una ripresa della lotta all’evasione».

Con quali frutti?

«È presto per dirlo, ma l’evasione può essere anche una sorta di tesoretto utile a fare di necessità virtù. Negli altri Stati per sanare il deficit e il debito pubblico salassato negli ultimi mesi per sostenere l’economia e la finanza, si andrà a pescare nelle tasche dei contribuenti. Noi in Italia invece possiamo recuperare l’evasione fiscale, abbiamo una scorta pari a sei anni di arretrati per fare man bassa. La nostra anomalia può diventare la nostra forza, la nostra occasione». (F.Anf.)

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