Economia

UE, accordo unanime sul nuovo Patto di Stabilità e Crescita: ecco i pilastri di flessibilità

I ministri dell’Economia dell’Unione Europea hanno raggiunto l’intesa sul nuovo Patto di Stabilità e Crescita. Lo ha annunciato su X la presidenza di turno dell’UE, detenuta dalla Spagna fino al 31 dicembre 2023, parlando di una riforma della supervisione di bilancio, che “assicura stabilità e crescita con regole equilibrate, realistiche e adatte alle sfide attuali e future”. 

I principi cardine restano quelli fissati nel Trattato di Maastricht: mantenere il deficit al di sotto del 3% del PIL e il debito al di sotto del 60%. Ma scompare la regola che stabilisce che per la quota del rapporto debito/PIL in eccesso rispetto al livello del 60%, il tasso di riduzione debba essere pari ad 1/20 all’anno. E nelle nuove regole sono stati introdotti margini di flessibilità per evitare che il risanamento dei conti si trasformi in austerità, blocco degli investimenti e rallentamento della crescita.

Il nuovo Patto di Stabilità dunque non costituisce una vera e propria rivoluzione rispetto al passato, ma detta semplicemente delle regole più flessibili, ma anche più complesse. Nel caso in cui uno Stato non dovesse essere in linea con questi parametri, dovrà mettersi in regola e concordare una serie di piani di rientro direttamente con la Commissione Europea. I piani ad hoc sono quadriennali e, all’insegna della flessibilità, potranno essere estesi a sette anni tenendo conto degli sforzi di investimento e riforma compiuti dai governi per attuare i PNRR (non devono essere redatti, quindi, con scadenza annuale). Il percorso di aggiustamento proposto dallo Stato membro deve essere coerente con l’analisi di sostenibilità del debito (DSA) e terrà conto della traiettoria proposta dalla Commissione all’inizio del processo. La discesa del debito deve avvenire con elevata probabilità, e non soltanto negli scenari più favorevoli. Il percorso di aggiustamento sarà definito in base alla spesa pubblica al netto di interessi, variazioni discrezionali delle entrate, elementi ciclici dei sussidi di disoccupazione, misure una tantum e spesa in programmi UE totalmente coperta da fondi UE (“net expenditure”). Ogni anno Bruxelles provvederà a verificare che il percorso stabilito venga rispettato ma, soprattutto, chiederà aggiustamenti nel caso in cui dovesse ritenere che siano necessari (il piano di aggiustamento “national medium-term fiscal-structural plan” deve essere presentato dagli Stati membri entro il 30 aprile dell’anno precedente). L’Italia ha concordato con le nuove regole e l’Ecofin ha quindi dato il via libera alla riforma.

Le novità possono essere così riassunte:

Nei fatti i Paesi membri con un debito superiore al 90% del PIL, come l’Italia, saranno chiamati a perseguire un aggiustamento a ribasso del debito pari ad almeno l’1% del PIL in media annua.Tasso di decremento che scende a 0,5% per gli Stati con debito minore al 90% del PIL ma superiore al 60%, come la Germania.
Nel caso di deficit eccessivo, l’aggiustamento strutturale dovrà essere di almeno lo 0,5% del PIL. Nel periodo transitorio 2025-2027 la Commissione europea, nello stabilire il percorso di risanamento dei conti, terrà conto degli oneri degli interessi sul debito sempre con l’obiettivo di lasciare ai Paesi spazio per gli investimenti.
Inoltre, è stato deciso di introdurre salvaguardie di bilancio che impongano deficit dell’1,5% del PIL in termini strutturali, in modo da avere spazio di manovra nel caso di shock economico.

I 5 pilastri del nuovo Patto di Stabilità e Crescita nel dettaglio

Ricapitolando, dunque, i 5 pilastri del nuovo Patto di Stabilità e Crescita sono:

  • Salvaguardia sul debito: la riduzione del debito dovrà essere dell’1% annuo per i Paesi che superano la soglia di un rapporto debito-PIL del 90% e dello 0,5% annuo per chi lo ha tra il 60 e il 90% del PIL. Un punto particolarmente sfidante per l’Italia e gli altri PIIGS. La riduzione viene calcolata sull’orizzonte del piano: non è necessario che il debito scenda dell’1% in tutti gli anni, perché potrebbe essere previsto un percorso più rapido in alcuni anni e più lento in altri.
  • Salvaguardia sul deficit: alla fine del percorso il deficit deve essere inferiore al 3% del PIL. E deve restare tale anche dopo il periodo del piano, senza dover ipotizzare nuove correzioni di bilancio. Lo sforzo fiscale deve essere “lineare”, cioè non concentrato negli anni finali, e almeno “proporzionale” alla correzione richiesta lungo l’intero periodo di aggiustamento (che potrebbe essere più lungo). Ai Governi dei Paesi con rapporto debito/PIL superiore alla soglia del 60% sarà consentito deviare dal percorso di spesa netta dello 0,3% del PIL su base annua (rispetto al precedente 0,5%) e dello 0,6% del PIL cumulativamente durante il periodo di monitoraggio (rispetto al precedente 0,75%). Se supera tali soglie, scatta la EDP, la procedura di disavanzi eccessivi. In pratica, se la deviazione non supera mai lo 0,3% annuo, la EDP sarebbe avviata soltanto dal quarto anno del piano (cioè al terzo anno di violazione certificata). La EDP dovrebbe quindi scattare sia nel caso di deficit superiore al 3% del PIL, sia di una significativa deviazione dal percorso di riduzione del debito concordato fra Commissione e Stato membro.
  • Procedura di raccomandazioni per deficit eccessivo: nel caso di applicazione della EDP, la correzione annua minima richiesta (calcolata sul saldo strutturale) sarà pari a 0,5% del PIL (quindi, potrebbe essere maggiore). L’accordo prevede però che il ritmo della correzione tenga conto dell’aumento della spesa per interessi al fine di non bloccare gli investimenti più urgenti. Il taglio del deficit può essere anche differenziato lungo il percorso (non per forza -0,5% ogni anno) per permettere ad esempio in alcuni anni più investimenti se necessario. L’importante è che al termine del percorso di rientro venga raggiunto l’obiettivo. Se un Paese è sottoposto a EDP, non si applica la regola di riduzione del debito. Ciò significa che, per i Paesi che iniziano il periodo di aggiustamento in EDP, il tasso medio di riduzione del debito viene calcolato a partire dall’anno in cui si prevede di abrogare la procedura; prima, prevale il criterio di riduzione del deficit strutturale al ritmo di almeno 0,5% all’anno.
  • Clausola periodo transitorio (2025-2027) sul deficit eccessivo: come per altri Paesi che si troveranno sotto procedura per deficit eccessivo, l’Italia, una volta che sia riuscita a uscire dalla procedura e scendere sotto il rapporto deficit/PIL del 3%, dovrà ridurre ulteriormente la spesa. Anche se a questo punto il processo sarà più lento e graduale. Perciò, nel tentativo di premiare questo sforzo, è stata introdotta una clausola transitoria che copre il biennio 2025-2027. In questo periodo temporale, la Commissione Europea, nella procedura per deficit eccessivo, potrà adeguare il benchmark di riduzione dello 0,5% all’anno (quindi ridurlo), per tenere conto dell’aumento dei costi legato alla spesa per interessi, alla spesa per la difesa o agli investimenti per le transizioni verdi e digitali.
  • Braccio preventivo: gli Stati membri con debito tra 60-90% del PIL dovranno ridurre il rapporto deficit/PIL al 2% (non più al 3%) mentre i Paesi con un rapporto debito/PIL superiore al 90% dovranno far scendere il livello del disavanzo all’1,5%. Dunque i Paesi UE non potranno più limitarsi a un rapporto deficit/PIL al 3%, ma dovranno garantire un cuscinetto per le situazioni di crisi e scendere all’1,5%, anche quelli più morigerati. Con il nuovo Patto di Stabilità si crea una sorta di margine di manovra dell’1,5%. Questo significa che gli Stati membri devono puntare a raggiungere nel medio termine un deficit strutturale pari a 1,5% del PIL, invece del pareggio di bilancio previsto dalle regole attuali, in modo da sostenere gli investimenti (in precedenza, invece, si chiedeva di puntare allo 0,5%). Per raggiungere l’obiettivo, servirà un aggiustamento del deficit strutturale annuo dello 0,4% del PIL per quattro anni o dello 0,25% in sette anni, calcolato al netto degli interessi sul debito e a fronte di un piano concordato di riforme e investimenti (fermo restando l’obbligo di riduzione del rapporto debito/PIL nel corso del periodo di aggiustamento). L’Italia, ad esempio, passa da un obiettivo di medio termine di avanzo primario dello 0,25% a un deficit strutturale dell’1,5%.

Il miglioramento annuale del saldo primario strutturale (richiesto ai Paesi con un disavanzo oltre il 3% del PIL e sotto procedura per deficit eccessivo) per raggiungere il margine dell’1,5% di disavanzo pubblico, deciso dai dirigenti di Francia e Germania in un incontro avvenuto nella serata di martedì 19 dicembre e pari a una riduzione della spesa dello 0,4% del PIL annuo in 4 anni oppure dello 0,25% in 7 anni in presenza di investimenti e riforme, è dunque più graduale rispetto alle regole attuali ma ha aumentato la velocità di aggiustamento richiesto rispetto alla proposta originaria: allo 0,4% per il miglioramento annuale del bilancio primario, dallo 0,3% precedente, e allo 0,25% se si fanno investimenti e riforme, dallo 0,2%. In sostanza, l’aumento della spesa per gli interessi sul debito, dovuta a eventuali aumenti dei tassi d’interesse o al nuovo debito contratto sui mercati per finanziare gli investimenti e le riforme, sarà preso in considerazione dalla Commissione e dovrebbe permettere di diminuire di uno o due decimi di punto (in termini di PIL) la correzione annuale richiesta.

Questa proposta, nonostante la minor flessibilità prevista, detiene comunque un grande vantaggio per l’Italia rispetto alle regole dell’attuale Patto di Stabilità che rientrerebbe in vigore dal 2024, se non si riuscisse a trovare una quadra entro dicembre tre i 27 ministri delle Finanze dell’Unione. In particolare, le norme attualmente sospese prevedono la riduzione annuale di 1/20 dell’eccedenza del debito/PIL rispetto alla soglia del 60% (ovvero, con il debito al 140%, una diminuzione del 4% all’anno), e un “obiettivo di medio termine” che in pratica consisterebbe in un azzeramento del deficit/PIL. Ora, invece, il nuovo “obiettivo di medio termine” per il deficit viene fissato all’1,5%, e il debito dovrà ridursi solo dell’1% all’anno.

Peraltro le due potenze europee si erano trovate d’accordo anche di limitare, almeno in un primo tempo, allo 0,3% del PIL l’autorizzata deviazione dal percorso di aggiustamento nazionale concordato con la Commissione Europea, nel caso il Paese abbia un disavanzo comunque sotto al 3% del PIL. Ma forse, soprattutto la Germania, dovrebbe fare attenzione ad ergersi paladina di austerity.

Processo programmazione fiscale previsto dalle regole del nuovo Patto di Stabilita

I commenti dei ministri delle finanze

L’accordo tra i ministri delle Finanze è stato unanime, a dimostrazione dell’equilibrio della proposta sul tavolo. Il compromesso garantisce quella natura anticiclica contenuta nella proposta originale della Commissione europea e prevede un periodo transitorio da qui al 2027 per tenere conto del forte aumento dei tassi d’interesse”, ha commentato la ministra delle Finanze spagnola, Nadia Calviño, che ha presieduto la riunione ministeriale.

Per la prima volta in 30 anni questo Patto di Stabilità riconosce l’importanza degli investimenti e delle riforme strutturali che saranno essenziali nei prossimi decenni. Investimenti nella decarbonizzazione e nella difesa per confermare il suo posto sulla scena internazionale“, ha sottolineato il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire.

Abbiamo partecipato all’accordo politico per il nuovo Patto di stabilità e Crescita con lo spirito del compromesso inevitabile in un’Europa che richiede il consenso di 27 Paesi. Ci sono alcune cose positive e altre meno. Ad esempio, consideriamo positivo il recepimento delle nostre iniziali richieste di estensione automatica del piano connessa agli investimenti del PNRR, l’aver considerato un fattore rilevante la difesa, lo scomputo della spesa per interessi dal deficit strutturale fino al 2027. L’Italia ha ottenuto però molto e, soprattutto, quello che sottoscriviamo è un accordo sostenibile per il nostro Paese, volto da una parte a una realistica e graduale riduzione del debito mentre dall’altra guarda agli investimenti, specialmente del PNRR, con spirito costruttivo. Adesso le nuove regole dovranno sottostare alla prova degli eventi dei prossimi anni che diranno se il sistema funziona realmente come ci aspettiamo“, ha aggiunto il ministro Giancarlo Giorgetti.

Gli ha fatto eco il commissario UE agli affari monetari Paolo Gentiloni, che ha spiegato che entrerà in vigore nella primavera del 2024 se le tappe finali per la sua approvazione si concluderanno positivamente: “Sebbene i negoziati abbiano aggiunto un po’ di complessità ai testi, rispetto alla nostra proposta, ne conservano gli elementi fondamentali: il passaggio a una pianificazione a medio termine; una maggiore titolarità da parte degli Stati membri dei piani di bilancio; e la possibilità di perseguire un aggiustamento più graduale che rifletta gli impegni in vista di investimenti e riforme”.

Come detto, l’obiettivo dell’esecutivo comunitario era di semplificare le regole di bilancio, facilitare gli investimenti pubblici, risanare il debito.