‘Tre, e sei fuori’, ‘Double Dip’ e parecchie altre definizioni di economia e finanza

4 Luglio 2010, di Redazione Wall Street Italia

Paure. Perché i profeti del double dip sono sempre così numerosi e ascoltati? Googlando “double dip” vengono fuori due milioni e mezzo di voci, tutte di economisti che ci narrano di sventure in arrivo. Provando con “double top” ne escono solo 400mila e la maggioranza si riferisce a un gioco di freccette, a una tenda da campeggio, a un modello di chitarra e a uno di bicicletta, mentre il resto è dominio riservato dei chartisti. La spiegazione, probabilmente, sta nel fatto che il nostro software di base è rialzista e il mondo è sempre net long. Siamo quindi molto più vulnerabili e impressionabili da un lato che dall’altro e chi profetizza sventure ci sembra più degno di attenzione, più profondo e più intelligente, sempre e comunque.

Definizioni. Yes, we can è lo slogan con cui Obama ha vinto le elezioni. Molto efficace perché ognuno l’ha riempito come voleva. Uno dei motivi della fortuna del concetto di double dip è la sua vaghezza. Double dip, infatti, non è solo un ricadere nella crescita negativa ma anche una semplice decelerazione. Essendo vago, come concetto, è anche impossibile da falsificare. In altre parole, il double dipper avrà sempre ragione e non dovrà nemmeno aspettare molto tempo perché una fase di rallentamento è comunque sempre presente anche nei cicli migliori.

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Blockbuster. Il double dip è la nostra coda di paglia, la nostra cattiva coscienza, il nostro senso di colpa e come tale è a modo suo eccitante. In questa fase ha più dignità teorica la New Normal di El Erian, fatta di una fatica di vivere di lunga durata con bassa crescita, tasse in aumento, politica invadente e sfiducia nel futuro. Il double dip vende però meglio della New Normal, come l’horror riempie i cinema più di neorealistiche descrizioni di vite modeste, grame e banali.

Si stava meglio quando si stava peggio. C’è in giro quasi una nostalgia per i tempi in cui il debito era soprattutto delle imprese e degli individui. Oggi che è soprattutto degli stati è anche più concentrato e più misurabile, e quindi più ansiogeno. Si segue quasi in tempo reale il rapporto debito pubblico-Pil, mentre la posizione finanziaria delle imprese, ai tempi, era osservata occasionalmente come dato macro solo da pochi cultori della materia. Si dimentica che le imprese non possono creare moneta. Non possono obbligare le banche a comprare il loro debito. Non possono tassare la popolazione. Non possono fare quantitative easing. Non possono ricorrere al Fondo Monetario. Gli stati sì.

Tre e sei fuori. Il mercato è andato in cortocircuito perché nel giro di poche settimane ha ricevuto tre avvisi di rallentamento dall’America, dall’Europa e, ultimo ma più temuto di tutti, dalla Cina. Non è rimasto nessun appiglio, tutte le luci si sono spente.

America. Il rallentamento del secondo semestre era stato segnalato da Goldman Sachs già l’autunno scorso. Dal canto loro le previsioni ufficiali, in particolare la Fed e il Fondo Monetario, non sono ancora state riviste al ribasso e continuano a ipotizzare una crescita moderata. La crisi europea sta fornendo un’ottima scusa a Fed e Amministrazione per giustificare i segnali di rallentamento evidenti da maggio, ma è difficile fare risalire ai problemi della Grecia i licenziamenti nell’edilizia, dovuti piuttosto al venir meno degli incentivi fiscali all’acquisto (e quindi alla costruzione) di case. Tecnicamente una crescita con poca creazione di occupazione è perfettamente possibile e la produzione industriale mostra ancora segni di forza.

Europa. Giorno dopo giorno, quasi impercettibilmente, la crisi europea sembra meno drammatica proprio mentre è l’America a mostrare qua e là delle crepe. La disoccupazione in Germania è scesa ai livelli precrisi. L’Irlanda ha ripreso a crescere. La Grecia sta superando gli obiettivi di abbattimento del deficit. La ristrutturazione delle Cajas spagnole procede a grande velocità. Le banche sono liquide, l’allargamento dello stress test è un segno di forza e la Bce sembra avere un buon controllo della situazione. Il contagio dei titoli italiani e francesi sta rientrando. Il secondo semestre si profila buono. I tagli fiscali avranno impatto nel 2011, ma sul 2010 l’effetto sarà trascurabile. Come ha detto il vicegovernatore della banca centrale cinese, l’euro sarà debole nel breve, ma poi recupererà.

Cina. La bolla immobiliare a Shanghai e Pechino è in rapido ridimensionamento, come da programma. Il governo ha deciso che i prezzi dovranno scendere del 20-30 per cento e così sarà. La decelerazione nelle costruzioni nell’edilizia libera è già evidente. Si lavora d’altra parte velocemente all’avvio dei programmi di edilizia pubblica, sull’efficacia dei quali non c’è ragione di nutrire dubbi. Tra la cancellazione dei programmi privati e l’avvio di quelli pubblici ci sarà però un intervallo, il tempo di progettare i nuovi quartieri popolari. Tutto in Cina è veloce, ma ci sono comunque dei tempi tecnici.

Renminbi. E’ chiaro che la Cina ha rivalutato controvoglia e di pochissimo solo per togliere al senatore Schumer un argomento per chiedere ritorsioni protezioniste da parte degli Stati Uniti. Appare sempre più evidente che la Cina vuole rivalutare in termini reali e non nominali. Gli aumenti salariali renderanno la Cina meno competitiva nelle produzioni meno sofisticate (che andranno in Vietnam o in Bangladesh). I consumi e le importazioni cresceranno e il surplus si ridurrà.

2006. C’è una lista di cose che sono tornate ai livelli del 2006. La lista include praticamente tutte le materie prime, industriali e agricole, con l’eccezione del rame che costa di più e del gas che costa quasi la metà. Petrolio e mais sono esattamente agli stessi livelli di quattro anni fa. La borsa di Shanghai è entrata negli ultimi giorni nell’elenco. Il Pil nominale cinese è però salito, dal 2006, del 60 per cento.

Capolinea. Le borse scendono anche perché sentono i policy maker più distanti, stanchi e confusi. I cinesi stringono ma mantengono un saldo controllo della situazione. L’Europa che stringe, giusta o sbagliata che sia la scelta, mostra comunque una strategia e una certa determinazione. Appare invece molto opaca l’America. La Fed se ne sta ad aspettare nel limbo perché non giudica ancora la situazione così compromessa da dovere riprendere il quantitative easing. La politica fiscale perde slancio ogni giorno e le misure di spesa (anche quelle politicamente più facili come l’estensione dei sussidi di disoccupazione) suscitano in Congresso perplessità crescenti. Il malessere dell’opinione pubblica rende i politici molto nervosi e il risultato è l’alternanza tra momenti di paralisi e un attivismo disordinato con sottotoni antibusiness che non possono piacere al mercato. Il capolinea keynesiano che ogni tanto appare sullo sfondo non è al momento dovuto a un rifiuto da parte dei creditori (che continuano a strapparsi di mano i Treasuries) ma a una crisi di coscienza del debitore.

Il breve e il medio. Nel breve la linea di minore resistenza è verso il basso. Una volta (eventualmente) bucato mille, l’SP 500 si sentirà però, a buon diritto, a buon mercato. Questo non significa che risalirà subito, ma che comincerà a valorizzare le buone notizie, quando arriveranno, più di quanto non faccia da due mesi a questa parte. Nel medio è verosimile che la Cina, soddisfatta del rallentamento, tolga il piede dal freno e dia qualche colpo di acceleratore. Shanghai, non New York, sarà di nuovo il mercato guida del rialzo. Questa volta, però, il resto del mondo non aspetterà quattro mesi (come accadde fra il minimo cinese di fine ottobre 2008 e il minimo globale nel marzo successivo) ma si accoderà subito. Non è da escludere che questo possa accadere prima di fine anno.

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*Questo documento e’ stato preparato da Alessandro Fugnoli, strategist Kairos Partners SGR. ed e’ rivolto esclusivamente ad investitori istituzionali ovvero ad operatori qualificati, così come definiti nell’art. 31 del Regolamento Consob n° 11522 del 1° luglio 1998 e successive modifiche ed integrazioni. Le analisi qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.