Trattato transpacifico non farà altro che rendere più forte Wall Street

8 Gennaio 2015, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – Il Trattato transpacifico è un disastro annunciato e non farà che rendere più potenti le big di Wall Street.

Non usa mezzi termini Robert Reich, ex Segretario del Lavoro Usa sotto Bill Clinton. L’accordo per il commercio internazionale transpacifico (TPP) sarà il maggiore della storia e coinvolge paesi di tutto il mondo dal Cile al Giappone, pari al 40% dell’economia mondiale.

Parte del problema del TTP, spiega l’esponente dei Democratici sul suo blog, è che rappresenterà 792 milioni di persone ma che è stato trattato a porte chiuse senza che venissero rese note al pubblico gran parte delle informazioni.

Tra i dettagli trapelati sinora si scopre che l’intesa garantirà all’industria farmaceutica una maggiore protezione sui brevetti, perché ritarderà l’arrivo sul mercato delle versioni generiche e meno care dei farmaci. Una vittoria per le multinazionali a discapito dei consumatori.

I lobbysti americani delle maggiori società e banche Usa – denuncia Reich – sono stati invitati alle negoziazioni, mentre il pubblico è stato tenuto pressoché all’oscuro di tutto.

L’accordo porterà profitti più corposi e stipendi maggiori per i grandi manager, ma nessun vantaggio per tutti gli altri. Anzi.

Per trent’anni dalla Seconda Guerra Mondiale il libero scambio ha funzionato bene in America. È stata una situazione vincente per tutti. “Ma negli ultimi decenni la situazione è diventata più complicata” e a cogliere i frutti degli accordi di commercio internazionali sono state le persone che si trovano nella parte alta della scala sociale.

Grazie alla libera concorrenza le tariffe si sono abbassate con il tempo per i consumatori, ma ora le multinazionali e Wall Street vogliono mantenere il libero scambio, affiancandoci anche un po’ di protezionismo.

Secondo Reich i grandi gruppi societari vogliono una protezione internazionale in alcuni frangenti come la proprietà intellettuale, per potersi garantire copyright, brevetti e licenze anche all’estero e proteggere così i loro accordi e prestiti su scala globale.

Nelle trattative del TPP non si è parlato solo di proprietà intellettuale, ma anche di norme di regolamentazione finanziaria, diritto del lavoro, sicurezza, ambiente e sanità.

Le grandi aziende americane vogliono meno protezioni per dipendenti, piccoli investitori, consumatori e ambiente, “perché tali entità interferiscono con il loro potere di generare profitti”. Pertanto cercano di raggiungere accordi di scambio che permettano loro di schivare le protezioni e gli impedimenti.

Non sorprende che con il TPP ci siano riuscite, avendo esse firmato un accordo che è stato disegnato da lobbysti del mondo societario e vicini a Wall Street.

Le aziende potranno anche disporre di un tribunale internazionale di avvocati privati esterno al loro sistema legale nazionale, che potrà decidere di dispensare compensi pecuniari per qualsiasi “esproprio ingiusto” di asset stranieri. Non solo: il tribunale potrà addirittura ordinare il recupero dei profitti persi dalle società come risultato delle norme di regolamentazione straniera.

Philip Morris si sta servendo di un simile accordo stretto fra Svizzera e Uruguay per recuperare i profitti persi per via delle norme severe per combattere il fumo in vigore nel paese sudamericano. Secondo la multinazionale elvetica del tabacco riducono gli utili dell’azienda.

Il TPP (Trans-Pacific Partnership) offrirà alle società americane l’occasione di esternalizzare ancora di più il lavoro e trarre vantaggio dalla manodopera a basso costo all’estero. Mettendo i dipendenti di tutto il mondo in competizione tra loro, gli stipendi finiranno per abbassarsi e i costi delle aziende dimuniranno.

L’accordo rischia di mettere a rischio anche la sicurezza sul posto di lavoro. Le multinazionali Usa possono infatti contestare le regolamentazioni dei governi, comprese quelle del governo americano che secondo loro ingiustamente ridimensionano al ribasso i profitti.

A rischio di essere non rispettate sono ad esempio “le norme per la salvaguardia dell’ambiente contro le emissioni inquinanti o per la protenzione dei consumatori da prodotti non considerati sicuri o da cibo non ritenuto salutare; per la protezione degli investitori da titoli fraudolenti o da prestiti a tassi da usura; per la protezione dei lavoratori impegnati in condizioni non sicure o per quella dei contribuenti”, in modo che non partecipino ingiustamente a un altro salvataggio di Wall Street.

In altre parole, secondo Reich, al pari del Trattato Transatlantico (destinato a favorire gli Usa alle spese dell’Europa), il Trattato Transpacifico è un cavallo di Troia in una corsa globale al ribasso. Alle negoziazioni hanno partecipato finora Australia, Brunei Darussalam, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam.

Le banche e le multinazionali di questi paesi hanno trovato un modo per eliminare tutte le norme e le regolamentazioni che impediscano loro di fare soldi. Da qualunque lato la si voglia vedere, dice Reich sul suo blog, “l’accordo TransPacifico è un remedio sbagliato per un problema sbagliato”.

(DaC)