Tassi Usa a zero per tre anni. Poi crash nel 2017

8 Novembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

MILANO (WSI) – Nei primi mesi del 1915 Freud riflette sul conflitto che divampa ormai in tutta Europa e pubblica le Considerazioni attuali sulla guerra e la morte. Sono riflessioni ispirate a un profondo pessimismo. Nella guerra saltano le fragili conquiste dell’incivilimento e riemergono le pulsioni primordiali. Il soldato (e dietro di lui la società intera mobilitata nello sforzo bellico) regredisce al livello psichico dell’uomo primitivo.

Questa regressione, che Freud non condanna moralisticamente ma indaga da studioso tardopositivista, avviene essenzialmente su due fronti. Il primo è quello del diritto a uccidere il nemico e a provare piacere per la sua morte. Il secondo, che è quello che qui ci interessa, è la convinzione soggettiva di essere immortali.

Questa idea è profondamente radicata nell’inconscio, che è totalmente impermeabile alla nozione della propria morte. In tempo di guerra questo consente al fante di lanciarsi dalla trincea verso il fuoco nemico e alla società che lo sostiene di ritenersi invincibile. Se questa convinzione non ci fosse, pensa Freud, non ci sarebbe nemmeno la guerra.

L’idea inconscia della propria invulnerabilità esiste comunque anche in tempo di pace. A livello conscio siamo perfettamente consapevoli dei nostri limiti e della nostra mortalità, ma il conscio conta poco e decide ancora meno. A livello razionale, ad esempio, sappiamo che un grande rialzo azionario si trasformerà un giorno in un lungo e doloroso ribasso o in un tragico crash.

A livello individuale e inconscio siamo però convinti che noi ce la faremo. O proiettiamo la fine del rialzo in un tempo metastorico oppure siamo certi che usciremo comunque in tempo dal mercato.

A livello cosciente, dunque, ci diciamo che il rialzo scala un muro di preoccupazioni, che la strada è piena di trappole e di insidie, che le valutazioni sono elevate e che la crescita è debole e che è quindi meglio restare al riparo. Chi decide dentro di noi, l’inconscio, è però convinto di essere invulnerabile e ci induce a uscire dalla trincea e a lanciarci verso il prossimo crash. Se non fosse così, per parafrasare Freud, non ci sarebbero né i rialzi né le successive cadute.

Tre studi pubblicati in questi giorni, due macro e uno micro, ci confermano nell’idea che la prossima fase del rialzo azionario sarà potenzialmente più lunga di quanto comunemente non si pensi, ma anche particolarmente tormentata. La futura dolorosa consapevolezza della natura artificiale di questo rialzo (ben diversa dalla sciocca creduloneria che accompagnò la bolla di Internet e quella del 2007) ci spingerà verso la prudenza.

La pancia ci spingerà però dentro il mercato e alimenterà il rialzo. Secondo Jung il conflitto tra l’ego e l’inconscio è la causa delle nevrosi. Nevrotici, dunque, saranno i prossimi mesi e anni di bull market.

La narrazione prevalente nel mercato, in questo momento, è che l’economia sta per accelerare in modo duraturo in quasi tutto il mondo e che questo sosterrà a lungo margini, utili, multipli e borse. Questa visione è espressa con poca enfasi e con basso profilo, ma è in ogni caso, nella sua modestia di orizzonti, solare e lineare. Non è nevrotica. I due studi macro a cui abbiamo fatto cenno ci dicono però che la crescita potenziale, senza politiche monetarie radicalmente più aggressive di quelle adottate o annunciate dalle banche centrali, rischierà addirittura di ridursi.

[ARTICLEIMAGE] I due studi vengono dai livelli più alti dello staff della Fed (il primo dalla Divisione Affari Monetari e il secondo dalla Ricerca Economica) e sono disponibili in rete (David Wilcox e William English sono gli autori). Jan Hatzius ne ha fatto un ottimo riassunto.

La crescita potenziale deriva essenzialmente da due fattori che sono la produttività (che vedremo dopo) e la quantità di lavoratori disoccupati a disposizione delle imprese nel caso queste vogliano produrre di più. I disoccupati, a loro volta, vengono divisi in ciclici (quelli che dopo un breve periodo di inattività trovano di nuovo un lavoro non appena l’economia si riprende) e strutturali (quelli che hanno competenze obsolete e restano inattivi per anni o per sempre). La crescita bassa di questi anni, dovuta alla produttività che dopo il boom del 2008-2009 si è completamente fermata, sta portando a un aumento dei disoccupati strutturali. I disoccupati ciclici diminuiscono, è vero (e questo ci dà l’illusione di una ripresa ormai irreversibile), ma nel medio termine la crescita potenziale rischia di essere ulteriormente abbassata dall’aumento dei disoccupati strutturali, quelli inutilizzabili.

[ARTICLEIMAGE] Il mercato di solito guarda alla crescita effettiva, non a quella potenziale, e i dati, fino a oggi, non sono stati così negativi, anzi. La crescita effettiva si sta però avvicinando al suo limite potenziale (l’output gap è di soli 3 punti di Pil), è cioè sempre più vicina a un tetto che, di suo, si sta abbassando. Siamo seduti in una mansarda, ci alziamo gradualmente e camminiamo verso l’angolo in cui spiove il tetto. Per il momento siamo più in alto e ne siamo contenti, ma presto dovremo chinarci.

Per alzare il tetto, dicono gli autori, bisogna tenere i tassi a zero (non bassi, a zero), non fino a quando la disoccupazione sarà scesa al 7 o al 6.5, ma fino a quando non sarà arrivata al 6 o, meglio ancora, al 5.5. In pratica, tassi a zero fino al 2017. Bisogna cioè riassorbire fino all’ultimo disoccupato ciclico per potere riacciuffare almeno una parte dei disoccupati strutturali prima che diventino definitivi. Bisogna aumentare l’offerta (la capacità di produrre) per aumentare la domanda aggregata.

Lo sappiamo, ci sono studi che studiano sul serio e studi che servono a giustificare scelte politiche già prese o che verranno prese tra poco dalla Fed guidata dalla Yellen. Ha poca importanza sapere se siamo nell’uno o nell’altro caso. Quello che conta è il preannuncio di una politica ancora più espansiva. E di molto.

Ma perché la produttività non sale più? Perché le imprese continuano a investire il meno possibile. Perché investono poco? Perché la manodopera è abbondante e costa poco e perché la domanda cresce poco. Non c’è motivo di spendere per un robot, ci si penserà quando davanti all’ufficio del personale ci sarà la fila di dipendenti che chiedono l’aumento. Se la produttività non sale e l’economia non cresce molto, come mai aumentano gli utili delle società? Perché le imprese, invece di investire, acquistano azioni proprie, facendo salire gli utili per azione. E perché aumentano i dividendi? Perché le società, invece di usare la cassa per investire, aumentano i dividendi. Esageriamo, naturalmente. Qualche società migliora sul serio, ma ce ne sono molte che ricorrono a questi piccoli trucchi.

[ARTICLEIMAGE] Il terzo studio, pubblicato da David Kostin di Goldman Sachs, chiede alle società di usare un trucco più aggressivo. Restituite il cash agli azionisti, dice, e quando la cassa sarà vuota prendete soldi a prestito per ricomprare altre azioni della società e distruggerle. In questo modo gli utili per azione continueranno a salire. Si noti che fino a due anni fa si chiedeva alle società di fare il contrario. Accumulate cassa, si diceva, il mondo è un posto pericoloso e il cash non è mai abbastanza. Come cambiano i tempi.

Riassumiamo. Nei prossimi tre anni (2014, 2015 e 2016) avremo tassi garantiti a zero perché l’economia sarà a rischio di rinsecchimento e avremo utili per azione in crescita perché le società prenderanno soldi a prestito per comprare azioni proprie e spingere in alto gli utili per azione. Niente, assolutamente niente di esaltante. Niente di simile alla ripresa sana e confortante che fa da base alla narrazione di questo momento sui mercati.

Avremo dunque un mondo meno bello di come lo immaginiamo oggi ma avremo allo stesso tempo ancora più motivi per comprare borsa e tenere i bond (se ci accontenteremo di un rendimento simbolico). Da qui il tormento e la nevrosi. La testa ci dirà di vendere e la pancia di comprare. E la pancia vince sempre, come abbiamo visto.

Quando finirà? Lo studio di English sostiene che, se si tirerà la corda con la politica monetaria ultraespansiva, i rialzi dei tassi dal 2018 ai primi anni Venti saranno consistenti e porteranno i Fed Funds sopra il livello neutrale. Si può stare tranquilli sul fatto che la corda verrà tirata il più possibile. È sempre stato così e a maggior ragione lo sarà questa volta.

I rialzi continui dei tassi metteranno sotto forte stress i grandi debitori (ce ne sono alcuni in Europa). Le società non potranno più indebitarsi per comprare azioni proprie e gli utili ne risentiranno. Le borse smetteranno di salire anche in presenza di economie in crescita. Se le economie non saranno in crescita le azioni scenderanno. Tutto questo avverrà dal 2017 in avanti. Forse ci sarà un breve crash nel 2017 seguito poi da una ripresa di qualche anno prima dell’eventuale bear market di metà anni Venti.

I lunghi bull market hanno sempre un crash a due terzi del loro cammino. Tutti questi eventuali problemi riguarderanno naturalmente solo gli altri. Noi, come individui, saremo sempre invulnerabili e immortali.

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*Questo documento e’ stato preparato da Alessandro Fugnoli, strategist Kairos Partners SGR. ed e’ rivolto esclusivamente ad investitori istituzionali ovvero ad operatori qualificati, così come definiti nell’art. 31 del Regolamento Consob n° 11522 del 1° luglio 1998 e successive modifiche ed integrazioni. Le analisi qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.