TASSI BCE & FED: SCEGLIETE IL VOSTRO SCENARIO

24 Novembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana. Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Sta molto probabilmente avvicinandosi il momento di rivedere gli scenari economici che vanno per la maggiore. A determinare questa necessità sono le due principali banche centrali del mondo: la Federal Reserve statunitense e la Banca centrale europea.

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La pubblicazione di alcune note del verbale della riunione del Comitato direttivo della Federal Reserve ha infatti rimesso in discussione l’aspettativa dei mercati finanziari che il movimento al rialzo dei tassi americani sarebbe continuato anche dopo il prossimo mese di febbraio, quando alla guida della Fed si insedierà il successore di Alan Greenspan, Ben Bernanke. Dalle minute della riunione emerge che alcuni membri del Comitato direttivo della banca centrale americana cominciano a temere che la stretta monetaria potrebbe frenare in modo significativo la crescita economica.

È dunque meno credibile l’aspettativa dei mercati finanziari secondo cui i tassi a breve statunitensi sarebbero stati alzati fino al 4,75% o anche fino al 5%. In pratica, ciò vuol dire che la Federal Reserve ritiene di essere prossima alla fine della sua manovra di politica monetaria proprio mentre la Bce ha preannunciato di voler alzare già il prossimo primo dicembre i tassi a breve europei, che erano rimasti fermi al 2% dal giugno del 2003. Dato che è impensabile che i propositi della Bce siano solo di operare un rialzo «una tantum», è evidente che il differenziale dei tassi a breve tra le due sponde dell’Atlantico non è più destinato ad allargarsi come ci si attendeva fino a poco tempo fa.

Anzi, se si ipotizza che la Bce si proponga di alzare i tassi europei al 3% entro la fine dell’anno prossimo e che la Federal Reserve si fermi dopo aver portato i tassi fino al 4,5%, si può facilmente concludere che il differenziale tra i tassi americani e quelli europei è destinato a restringersi.

La prima variabile a risentire di questo cambiamento di aspettative è ovviamente il tasso di cambio tra euro e dollaro. In altri termini, perde peso il fattore (il differenziale di tassi) che negli ultimi mesi (insieme con il bisogno di comprare dollari per pagare gli acquisti di un petrolio più caro) ha spinto al rialzo il dollaro ed è quindi facilmente prevedibile una stabilizzazione attorno agli attuali livelli del tasso di cambio tra dollaro e moneta unica europea o anche una nuova fase di indebolimento del biglietto verde nei confronti dell’euro. Ora, dato che i tassi di cambio sono estremamente importanti non solo per i mercati finanziari, ma anche per l’economia reale, è necessario riaggiustare tutte le previsioni.

Come avevamo già scritto, la manovra restrittiva della banca centrale europea rischia di strozzare sul nascere la ripresa dell’economia di Eurolandia soprattutto se provoca, come è probabile, un rafforzamento dell’euro. Infatti in Eurolandia, e soprattutto in Germania, all’appuntamento con la ripresa mancano i consumatori e il miglioramento congiunturale è essenzialmente dovuto all’aumento delle esportazioni favorito dall’euro debole. In altri paesi, come la Spagna, è in gran parte dovuto all’esuberanza del mercato immobiliare che con la sua manovra restrittiva la Bce si propone di raffreddare. La correzione del mercato immobiliare inciderebbe negativamente sui consumi e quindi sulla crescita.

Dall’altra parte dell’Atlantico è proprio la paura dello scoppio dell’enorme bolla formatasi nel mercato immobiliare americano a spingere alcuni membri della Fed ad arrestare la marcia al rialzo del costo del denaro. Infatti negli Stati Uniti numerosi indici segnalano che l’inversione dell’andamento dei prezzi degli immobili è già iniziata e quindi si teme che lo sgonfiamento della bolla immobiliare, congiunto con l’aumento del servizio degli ingenti debiti accumulati dalle famiglie, provochi un calo dei consumi ed una frenata dell’economia, come sta già avvenendo in Gran Bretagna e in Australia.

Nei prossimi mesi si potrà dunque capire se la politica delle banche centrali dei principali paesi industrializzati di «inondare» i mercati di capitali a basso costo per uscire dalla grave crisi determinata dal crollo delle borse all’inizio di questo decennio ha solo rinviato l’appuntamento con la realtà oppure se ha creato le premesse per una crescita sostenibile nel tempo.

I timori espressi da alcuni membri del Direttivo della Fed indicano che anche la crescita americana è ancora molto fragile e che lo scoppio delle nuove bolle (mercato immobiliare e indebitamento delle famiglie) ci riporterebbe rapidamente nella situazione di pericolo di una crisi deflazionistica dell’inizio di questo decennio. Non è quindi da escludere che la «forza» dei dati economici costringerà l’anno prossimo le banche centrali ad abbassare di nuovo affannosamente i tassi appena alzati. È quanto sembra prevedere anche il mercato dei capitali americano, dove i tassi a lungo termine non sono saliti ed anzi tendono a scendere.