TASSE E TAGLI? NO, LA GUERRA E’ SUL BERLUSCONI BIS

9 Maggio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Archiviata, almeno per il momento, la pratica Alitalia con il compromesso
finian-tremoniano sulla soluzione Cimoli (e da An si fa sapere che se il
manager delle Ferrovie ha una paternità politica, quella è di Gianfranco
Fini, cui Cimoli si avvicinò grazie ad Altero Matteoli), adesso nella
maggioranza si potrebbe aprire un nuovo scontro sul nodo della riduzione delle
tasse.

Fonti accreditate del centrodestra rivelano però che, alla fine, nel
vertice previsto per martedì o mercoledì della prossima settimana si
arriverà a un altro compromesso. Il problema è allora capire il percorso che
porterà al decreto legge, come ha annunciato il premier, sulla
diminuzione delle aliquote. Ovvero: quali tagli saranno fatti alla spesa
pubblica, tenendo anche conto delle prospettive per niente rosee sull’economia
italiana, con il pil che non cresce come previsto (dall’1,9 per cento all’1,2)
e il deficit che aumenta (dal 2,2 per cento preventivato dal Tesoro al 2,9,
sotto la soglia di Maastricht)?

Nella maggioranza, ancora una volta, sono di fronte due assi. Da un lato
azzurri e leghisti, dall’altro il subgoverno An-Udc che ieri per bocca di
Buttiglione ha chiarito che «non esiste un progetto già chiuso». In altri
tempi, fa notare qualcuno, la polemica avrebbe tenuto banco per settimane, ma
adesso in piena campagna elettorale o quasi la Casa delle libertà è
costretta a trovare un accordo immediato. Del resto, il nuovo clima tra il
vicepremier e il ministro dell’Economia dovrebbe aiutare la discussione (le
previsioni di tutti sono infatti ottimistiche) e così a quel punto, una volta
risolta la questione tasse, con il tormentone Rai congelato e con la sola
incognita dei tre ostaggi italiani in Iraq, per i partiti del centrodestra non
resterebbe che la fatidica verifica delle urne.

Ormai il 13 giugno rimbalza in tutti i ragionamenti off the record dei leader
della Cdl e ognuno cova speranze diverse. A contare, ovviamente, saranno i
voti, ma già si delineano due scenari legati a un solo interrogativo: il
rimpasto annunciato sarà con o senza crisi? Dice un esponente di An: «Forza
Italia e Lega tenteranno di limitare i danni in caso di nuovi riequilibri, ma
la nostra offensiva sarà piena, compresa la crisi. Dopo le elezioni, il
premier non potrà rinviare un rimpasto e il problema Tremonti dovrà essere
risolto una volta per tutte».

Dentro il partito del vicepremier, però, ed è
questa la novità principale degli ultimi giorni, non c’è unanimità sulla
linea da seguire. I più oltranzisti, assestati sulla crisi a tutti i costi,
sono la destra liberal di Urso e Matteoli e quella sociale di Alemanno (ma
senza il governatore Storace). Oltre a ridurre Tremonti in modo sostanzioso,
le due correnti di An avrebbero l’obiettivo di un governo senza Lega o
comunque di un esecutivo in cui il peso dei bossiani non sia quello attuale
con tre ministri. Anche perché l’attuale titolare per le Politiche agricole
mirerebbe chiaramente a prendere il posto di Roberto Maroni al Welfare e
accentuare così il profilo sociale del governo.

Ma in An le ipotesi sul
Berlusconi tre (o due se si tiene conto solo di questa legislatura) sono a
tutto campo e prevedono anche Fini alla Farnesina, e Frattini alla commissione
europea al posto di Buttiglione che invece finirebbe all’Istruzione, la
Moratti alle Comunicazioni e Gasparri alla Difesa. Contro il correntone di An
che vuole la crisi (sociali più liberal) si è però già schierato il
coordinatore Ignazio La Russa, che con Gasparri guida la componente dei
berluscones: per i larussiani, sarebbe meglio «avere degli aggiustamenti
senza crisi».

In un quadro del genere, il vicepremier per il momento non ha preso posizione
per questo motivo, come spiega una fonte accreditata di An: «Adesso gli fanno
comodo entrambe le opzioni e comunque lui si pronuncerà dopo il voto. Non
dimentichiamo poi che la sua è soprattutto una partita personale: con o senza
crisi, Berlusconi lo dovrà accontentare». Insieme con An, un altro partito
di maggioranza in fermento è un, po’ a sorpresa, Forza Italia. Il
coordinatore Sandro Bondi sarebbe angosciato dalla soglia del 25 per cento da
raggiungere a tutti i costi (e già circolano i nomi dei successori,
espressione del nuovo uomo forte azzurro, Beppe Pisanu), ma nemmeno il suo
strenuo oppositore interno, Claudio Scajola, se la passerebbe tanto bene: il
rapporto di fine legislatura fatto stampare dal ministro per l’Attuazione del
programma avrebbe fatto infuriare il premier: «Le foto sono inguardabili e i
testi illeggibili, era meglio non farlo».

Ma tutti gli occhi, e le orecchie,
sono puntate su Giulio Tremonti: il ministro dell’Economia accarezzerebbe
sempre di più il sogno di un partito tutto suo, sul modello regionale della
Csu bavarese. Magari nato dalle ceneri della Lega e con l’apporto di spezzoni
laici ex socialisti di Forza Italia.

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