Tamburi scrive a WSI: “Smettete di drammatizzare”

2 Novembre 2011, di Redazione Wall Street Italia

Gianni Tamburi e’ Presidente di Tamburi Investment Partners S.p.A. La sua lettera e’ indirizzata a Luca Ciarrocca, direttore di Wall Street Italia.

Caro Luca,

da visitatore storico e più che affezionato di Wall Street Italia credo di poter fare qualche commento sulla recente linea. Ultimamente infatti trovo un po’ troppa drammatizzazione degli eventi.

Notizie sbagliate – o meglio titoli strillati e fuorvianti, sempre in negativo – come quella del maggior costo per gli interessi sul debito pubblico, da una fonte seria e documentata dovrebbero far capire al lettore che ciò sarà forse – e comunque – vero, solo se cioè tutto continuasse così per anni ed anni, solo quando ci saranno nuove emissioni annue per ammontari molto rilevanti. Nessuno infatti spiega mai bene che la politica del Tesoro negli ultimi anni è stata quella di allungare molto la vita media e pertanto le nuove emissioni sono per ancora un po’ di anni una piccola parte del totale. Ma questo è solo un esempio.

Trovo infatti troppo spesso notizie che fanno pensare a default dell’indomani, alla Grecia distrutta, alla Spagna in bancarotta ed all’Italia sull’orlo del baratro. Un paio di anni fa infatti si drammatizzava sulla situazione dell’Irlanda che, alla fine, ha pubblicizzato molto, ha tagliato moltissimo ma ora sembra essere avviata ad una vita ancor più virtuosa di quanto i parametri imposti richiedessero. Sulla stessa Irlanda è sbagliato anche il gridare allo scandalo per dei titoli “subordinati”, pertanto per definizione al massimo del rischio, che sono stati rimborsati ad un ennesimo del valore.

Dopo peraltro aver dato ampie chance di rinnovo con altri titoli, chance che qualcuno ha colpevolmente ignorato. La stessa Grecia in fondo sta continuando – con l’ossigeno dell’Europa – a vivere in qualche modo, ha promosso riforme vere ed alla fine la ricetta che risolverà tutto è che i titoli più lunghi verranno penalizzati. Come è giusto che sia quando si comprano cose ad alto tasso di rischio.

Ma a parte gli esempi credo che una fonte come la vostra, a cavallo tra i mercati americani e l’Italia, abbia il dovere di segnalare i problemi. Ma non di cercare in tutti i modi di terrorizzare la gente.

La mia personalissima visione sulla crisi è che sia grande, che la lezione del 2007 non l’ha voluta imparare moltissima gente, che tutto il mondo occidentale si sta progressivamente impoverendo e che continuerà ad impoverirsi per decenni, ma che non siamo sull’orlo della catastrofe. Andando con ordine. I grandi colpevoli della situazione attuale sono sicuramente i banchieri, centrali e delle singole istituzioni. I banchieri centrali innanzitutto non sono stati capaci di controllare l’erogazione del credito che hanno fatto espandere senza logica.

Non solo ma non hanno mai avuto il coraggio di regolamentare seriamente i derivati, vera bomba atomica sempre innescata. I singoli banchieri poi – nella loro ridicola corsa alle crescite a tutti i costi – hanno trovato assai spesso il modo di finanziare quello che non dovevano finanziare, di fare leva in casa loro e farla fare ai clienti – stati ed enti parastatali in primis – in modo assolutamente insensato.

Sulle colpe delle agenzie di rating, quasi peggio di quelle dei banchieri, si è già detto e scritto molto, per cui glisso, tanto lo sanno ormai tutti e speriamo solo che il loro peso diminuisca da solo per mancanza oggettiva di credibilità. Riguardo agli stati ed alle loro politiche dissennate si può solo ripetere che dovranno dimagrire molto, imporre sacrifici, essere meno spreconi. Sono tutte le “caste” del mondo il vero cancro da estirpare.

Ma non siamo qui a parlare di colpe. Siamo a discutere di profondità della crisi. Che è profonda ma non così al limite, secondo me, anche perche’ due, tre, quattro anni fa tutto era molto simile. Se però si guarda a chi genera il valore aggiunto, cioè le imprese, in quasi tutto il mondo da otto trimestri – in media, ma è una media che conta molto – battono le attese in termini di fatturati ed utili. Ovviamente ci sono migliaia di imprese che soffrono ma se si va a guardare sono quelle più indebitate, sono le figlie dei buy out più aggressivamente leveraged, sono quelle che si sono fermate, non hanno investito né innovato. Ma il dato che conta è la media, che è costantemente meglio delle aspettative, trimestre appena concluso incluso.

Questo vuol dire che il mondo va avanti e neanche tanto male. Anche qui da noi tutti i piccoli e medi imprenditori si sono rimboccati le maniche ed hanno una gran voglia di riscatto. Vedi il dato più recente di produzione industriale italiana. E non a caso quella previsione di Morgan Stanley sulla minor crescita del Pil mondiale che creò tanto scandalo, che anche voi additaste come la madre di tante sventure, la portò dal 4,2 al 3,9%. Che non mi pare voglia dire ne’ recessione né tantomeno crollo del sistema industriale. Anzi, un mondo che continua a svilupparsi – globalmente – a quel ritmo è comunque una buona notizia.

Per cui cercate di non far diventare una crisi finanziaria, seppur grave, una crisi sistemica. E se anche qualche vero o presunto guru per mettersi in mostra dice che tra poco crollerà tutto, diamo il dato di Morgan Stanley, diamo il dato delle liquidità orientali ed indigene che continuano a sottoscrivere titoli occidentali (anche perché i soldi ci sono e non sanno dove altro andare), ricordiamo che uno dei più grandi errori è stato quello di far fallire Lehman, perché dai tracolli si esce sempre male. Mentre dagli aggiustamenti si esce molto meglio, sempre. Anche se non sono risolutivi. Per cui vediamo di miscelare meglio le informazioni vere, quelle che si basano sui dati oggettivi. E se anche – da sempre – il morto in copertina fa vendere più giornali, almeno voi, seri, del web cercate di evolvervi.

Giovanni Tamburi