STUPORE
E TERRORE

21 Marzo 2003, di Redazione Wall Street Italia

«Sono contrario a questa guerra perché è una guerra sbagliata. Non si può essere d’accordo con la decisione di Bush. Attaccare un Paese senza il consenso delle Nazioni Unite per me è inammissibile. È un fatto gravissimo. L’America è il Paese più forte e proprio per questo dovrebbe essere di esempio ed evitare il conflitto. Gli ispettori dell’Onu stavano facendo un buon lavoro. Perché attaccare l’Iraq?».

No, queste non sono parole ascoltate sulle piazze italiane e del mondo durante le migliaia di manifestazioni di pace avvenute dovunque. Non sono parole di ostilità e di antagonismo verso gli Stati Uniti. Queste sono parole del diplomatico americano Thomas Foglietta, che è stato ambasciatore a Roma quando era presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, quando quel Paese e quel governo si davano come progetto di «portare un po’ di pace in un mondo dilaniato dalla violenza e dalla diseguaglianza» (è una frase nell’ ultimo discorso di Clinton sullo «Stato dell’Unione»).

Sono parole dette ieri, a Roma, in una intervista pubblicata a pag. 38 de Il Messaggero. Dimostrano quale immensa distanza, in un periodo precipitoso e breve, George W. Bush è riuscito a creare rispetto a tutta l’America che lo ha preceduto, e a quella parte dell’opinione pubblica del mondo che si è sempre sentita vicina all’America fino a pochissimo tempo fa.

Pensate a Jimmy Carter, che non ha mai pensato di scatenare una guerra mentre centinaia di americani erano stati catturati e tenuti in ostaggio per mesi in Iran. E confrontatelo con il piano di attacco che ci è stato svelato oggi. Mentre si alzano il fumo e le fiamme nel cielo notturno di Bagdad, coloro che lavorano a questa strana guerra di cui il mondo intero non ha capito il senso, ci dicono che l’operazione ha il nome terribile di «Stupore e terrore».

Vuol dire l’intenzione che si sappia bene che questo è un progetto senza scampo e che la sua capacità distruttiva dovrà essere esemplare, memorabile. Precisano alla Cnn alcune voci da Washington: «Ciò che sta per accadere è qualcosa che non si è mai visto, qualcosa che apparirà senza uguali».

È una intimazione difficile da capire, da interpretare. A confronto solo le parole del Papa, che parlano di un profondo dolore ed annunciano una ostinata volontà di rifiuto, sembrano adeguate. Infatti persino il più appassionato discorso politico, nel suo linguaggio tradizionale, sembra incapace di dire tutto il disorientamento, tutta la confusione, tutto lo spavento che l’annuncio, il nome e le prime immagini di questa guerra comunicano.

Perché tutta la forza del Paese più potente del mondo, e la sua più avanzata e avveniristica tecnologia, devono essere usate, con costi immensi di vite umane e ricchezze, per provocare «stupore e terrore» come in una maledizione biblica?

Dove, quando, come è avvenuta questa perdita di saggezza, che adesso consiglia di distruggere in modo stupefacente, per poi impiantare qualche forma di nuovo ordine che discenderà dal terrore che sta scatenando? Come si è formato un simile senso di solitudine cieca?

Certo, il trauma è stato immenso l’11 settembre. Ma ripagare l’orrore (moltiplicato per la tecnologia e la potenza) per andare a colpire a caso, senza sapere dove comincia e come si forma davvero il pericolo, impone all’America la condanna di vivere fra lutto e lutto, fra strage e strage.

In questo modo si costruisce la prigione di un incubo destinato a non finire, stretto nel cerchio del dolore subìto e del dolore provocato. Un incubo grande quanto la capacità tecnica e la volontà terribile di provocare «stupore e terrore» e una guerra mai vista.

Ecco perché Thomas Foglietta, che è stato fino a poco fa ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, ha concluso ieri la sua intervista con queste parole: «Sì, lo ammetto, anch’io ho paura».

Copyright © l’Unita’ per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved