Studio: Italia, libertà di stampa come in Guyana, rarità in Europa

4 Maggio 2012, di Redazione Wall Street Italia
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C’è un piccolo raggio di sole che squarcia le tenebre e le nubi della nostra informazione. In quel regime del conformismo e della sottomissione chiamato Italia, le dimissioni di Silvio Berlusconi hanno fatto rialzare la schiena ai nostri giornalisti e hanno improvvisamente aumentato la libertà di stampa del nostro Paese. Un’equazione facile, facile scritta e risolta da una di quella classifiche un tanto al chilo che tanto piacciono alla sinistra italiana.

La teoria del «meno Silvio, più libertà» è contenuta nel rapporto 2012 di Freedom House, organizzazione indipendente statunitense che ogni anno pubblica i dati relativi alla libertà di stampa nel mondo. Il verdetto non deve, però, far gioire più di tanto. L’Italia resta infatti «parzialmente libera», anche a causa dell’influenza dell’ex premier. A guidare la classifica, Finlandia, Svezia e Norvegia. Il peggio del peggio è riscontrato in otto Stati: Bielorussia, Cuba, Guinea equatoriale, Eritrea, Iran, Corea del Nord, Turkmenistan e Uzbekistan.

L’Italia è un raro esempio di nazione non libera in Europa occidentale e si posiziona al pari di Guyana e Hong Kong. Per la prima volta in otto anni, la situazione globale nel complesso non è peggiorata. Grande attenzione è rivolta alla situazione dei Paesi della primavera araba dove l’apertura degli ambienti multimediali in Tunisia e Libia risulta elemento fondamentale di speranza per il futuro.

Cina, Russia, Iran e Venezuela sono segnalati nel rapporto come Paesi dove «vengono detenuti i critici, chiusi mezzi d’informazione e condotti procedimenti penali contro giornalisti », con Pechino che vanta «il sistema più sofisticato al mondo per quanto riguarda la repressione dei media». In generale, sul totale di 197 Paesi analizzati, 66 sono liberi, 72 parzialmente liberi e 59 non liberi. Freedom House indica che il 40,5% della popolazione mondiale vive in un ambiente dove la stampa non è libera, il 45% in situazioni parzialmente libere, solo il 14,5% in Paesi liberi.

L’Italia figura dunque tra i Paesi «parzialmente liberi» almeno a dare retta all’organizzazione americana. Difficile capire quali siano i parametri applicati. I rapporti di Freedom House infatti hanno il crisma delle verità rivelate, doni inestimabili che vanno commentati e non criticati. I

nutile quindi interrogarsi sul motivo per cui un paese come l’Italia dove certo non manca il pluralismo dell’informazione, il numero dei quotidiani è elevato e il mondo del web in costante fermento venga sistematicamente bocciato dalle giurie di questo festival della libertà. Inutile chiedersi perché venga pressoché equiparata a Paesi dove i giornalisti vengono uccisi, torturati o rinchiusi in carcere.

Inutile chiedersi per quale motivo all’estero ci si stupisca della quantità di intercettazioni, spesso contenenti informazioni di carattere puramente privato e senza alcun rilievo penale, pubblicate dalla nostra stampa. Oppure perché, come ha fatto Jean Paul Fitoussi nell’intervistaal magazine Sette, un osservatore esterno come lui si stupisca dei talk show italiani dove «la critica verso i partiti è feroce» e «rimanga esterrefatto», chiosando che «in Francia c’è più rispetto per i politici».

Difficile capire quale schema debba seguire l’Italia per dirsi ed essere considerata libera. Anche perché se adottasse uno schema dovrebbe smettere di essere libera per obbedire ad esso. Per il momento di certo ha ridotto lo spread con la libertà di stampa grazie alle dimissioni di Berlusconi. Un’uscita di scena che ha restituito alle penne tremanti e minacciate dei giornali italiani la possibilità di scrivere in serenità. Anche se non le ha ancora convinte a farsi venire qualche dubbio sui misuratori di libertà altrui.

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