Strage di imprenditori italiani a Dacca: terroristi ricchi rampolli

4 Luglio 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Non erano disoccupati, poveri o disperati i terroristi della strage di Dacca, Bangladesh, che è costata la vita a 20 persone, tra cui nove italiani, sette giapponesi, due poliziotti. Trenta i feriti. Gli attentatori erano “ricchi rampolli”, istruiti, appartenenti a famiglie benestanti e apparentemente non facenti parte dell’ISIS.

Lo ha detto lo stesso ministro bengalese degli Interni Asaduzzaman Khan, affermando che i giovani, tutti ricercati da tempo, facevano parte del “gruppo jihadista bengalese Jumatul Mujahedeen Bangladesh”, dichiarato illegale nel paese da più di dieci anni.

Proprio l’ISIS aveva rivendicato subito l’attacco, ma il governo bengalese ha smentito, affermando che i terroristi non avevano alcun legame con lo Stato Islamico. Khan ha affermato che gli uomini non hanno presentato alcuna richiesta durante l’attacco all’Holey Artisan cafe. Tre di loro avevano meno di 22 anni ed erano dispersi da sei mesi.

In tutto i terroristi che hanno sferrato l’attacco erano sette: sei sono morti durante il raid delle forze di polizia, mentre un settimo uomo è stato arrestato ed è sottoposto in queste ore a interrogatorio. Tutti appartenevano a famiglie agiate, e avevano studiato in scuole e università. Non avevano frequentato né madrase né avevano presenziato a seminari islamici, dove si ritiene che diversi gruppi jihadisti reclutino nuove forze per crescere. Insomma, ragazzi apparentemente normali, quasi insospettabili.

Il governo del Bangladesh ha dichiarato due giorni di lutto nazionale.

Le vittime

Nove italiani, identificati nelle persone di:

  • Christian Tossi
  • Marco Tondat
  • Nadia Benedetti
  • Adele Puglisi
  • Simona Monti
  • Claudia Maria D’Antona
  • Vincenzo D’Allestro
  • Maria Rivoli
  • Claudio Cappelli

Sette giapponesi: cinque uomini e due donne. I funzionari giapponesi hanno finora diffuso l’identità di quattro tra le vittime

  • Koyo Ogawawara
  • Makoto Okamura
  • Yuko Sakai
  • Rui Shimodaira

Quattro bengalesi:

  • due poliziotti
  • due vittime sono state identificate come Faraaz Ayaaz Hossai, studente presso la Emory University degli Stati Uniti, l’altra vittima nella persona di Ishrat Akhond

Il ragazzo musulmano eroe

Farraz Ayaaz Hossai: si è parlato molto di lui nella stampa di tutto il mondo, che lo definisce “un eroe”, che si è rifiutato di abbandonare i suoi amici e che, per questo motivo, è morto. I terroristi gli avevano infatti offerto l’opportunità di salvare la propria vita e scappare, ma quando gli stessi si sono rifiutati di liberare i suoi amici, le studentesse Abinta Kabir e Tarishi Jain, lui ha deciso di rimanere con loro.

Faraaz si trovava a Dacca dallo scorso 18 maggio, ed era tornato a casa per trascorrere le vacanze estive nella sua città. Aveva 20 anni ed era amico sia di Abinta Kabir, cittadina Usa e studentesse anche lei presso la Emory University, che di Tarishi Jain, indiana e studentessa a Berkley.

Una cittadina americana:

  • Abinta Kabir, studentessa presso la Emory University

Un indiano

  • Tarishi Jain, 18 anni, studente presso la University di Berkeley

Una foto di Tarishi e Faraaz, il ragazzo-eroe che ha sacrificato la propria vita per stare insieme alle sue amiche.

 

Dettagli sulle vittime italiane

Cristian Rossi,  era un imprenditore e viveva con la famiglia a Feletto Umberto (Udine). Era in Bangladesh per motivi di lavoro: sposato, padre di due gemelline di 3 anni. Rossi era stato manager alla Bernardi e dopo alcuni anni si era messo in proprio.

Marco Tondat, imprenditore, 39 anni, era nato a Spilimbergo (Pordenone), ma viveva a Cordovado. Così il fratello, stando a quanto riporta l’Ansa. “Era un bravo ragazzo, intraprendente e con tanta voglia di vivere (…) Marco era partito un anno fa, perchè in Italia ci sono molte difficoltà di lavoro e ha provato ad emigrare. A Dacca era supervisore di un’azienda tessile, sembrava felice di questa opportunità. A tutti voglio dire che quanto accaduto deve far riflettere: non è mancato per un incidente stradale. Non si può morire così a 39 anni”.

Claudia Maria D’Antona. La descrive la sorella Patrizia D’Antona all’Ansa: “Mia sorella Claudia e suo marito Giovanni erano una coppia fantastica, due persone d’oro, con un grande impegno nel volontariato. Finanziavano un’associazione che porta esperti di chirurgia plastica in Bangladesh per curare le donne sfregiate con l’acido. Aiutare il prossimo era sempre in cima ai pensieri di Claudia e di suo marito. Si erano sposati due anni, con una bellissima cerimonia a Dacca, dove avere convissuto per oltre 20 anni”. Claudia era la moglie di Giovanni Boschetti, sopravvissuto all’attacco, in quanto proprio durante la cena aveva ricevuto una telefonata e si era recato nel terrazzo per parlare. In un’intervista a La Repubblica Boschetti racconta quelle ore terribili:

“Una cosa orribile col cuore in gola di paura e la preoccupazione di quello che succedeva dentro, con quella sensazione angosciante di non vedere mia moglie, specialmente quando hanno spento tutte le luci. Io non osavo uscire perché i terroristi osservavano sempre fuori dalle finestre, ma quando stava per fare alba mi sono deciso e sono andato non visto al cancello d’uscita”. Alla domanda, “quando ha capito che per sua moglie non c’era più niente da fare?”, risponde:”Quando ho visto quei lenzuoli macchiati di sangue nell’obitorio. Mi creda, fino a quel momento, chissà perché, speravo che fosse viva”.

Nadia Benedetti, manager 52enne e figlia di imprenditori che proprio da Viterbo ha mosso i primi passi nell’industria tessile.

Simona Monti , 33enne viveva in Bangladesh e lavorava in un’azienda tessile. Era incinta e aveva prenotato un volo che l’avrebbe riportata nella sua Magliano Sabina (Rieti), per un lungo periodo di aspettativa.

Maria Riboli mamma di una bimba di 3 anni, spesso in giro per il mondo per il suo lavoro in un’impresa che si occupa di abbigliamento, avrebbe compiuto 34 anni il prossimo 3 settembre.

Adele Puglisi, uccisa alla vigilia del suo rientro a Catania, dove abitava, ma “sempre in giro per il mondo per il suo lavoro”, in base a quanto hanno raccontato i suoi vicini.

Vincenzo D’Allestro, imprenditore tessile, abitava ad Acerra (Napoli); 46 anni, era spesso fuori per lavporo.

Claudio Cappelli, imprenfitore, aveva una impresa nel settore tessile. Era da più di 5 anni impegnato in questa ‘avventura’ in Bangladesh. “Era entusiasta e diceva che era un Paese dove si poteva lavorare molto bene” ricorda il console generale onorario del Bangladesh in Veneto, l’avvocato Gianalberto Scarpa Basteri .