Stimoli all’economia? No, grazie

11 Agosto 2010, di Redazione Wall Street Italia

Era stato pensato per tenere il tasso di disoccupazione americana non piu’ in alto dell’8%. E invece gli Stati Uniti si trovano a dover fare i conti con un tasso al 9.5% e una perdita di posti di lavoro, nel solo mese di luglio, pari a 131 mila unita’.

Stiamo parlando del piano di stimolo all’economia da $800 miliardi voluto dall’amministrazione Obama, che ha mancato di centrare gli obiettivi citati e voluti da Christina Romer, la presidente del Council of economic advisers (il team di consulenti economici voluto dal presidente) che, guarda caso, se ne e’ andata ufficialmente per “impegni familiari”. E se lo avesse fatto anche per non aver azzeccato le proprie stime? Certo e’ che, come molti, anche Romer e’ inciampata nel motto “un governo di peso maggiore e’ buono”.

Quale che sia il bilancio del primo pacchetto di stimolo, sono in molti a interrogarsi se sia un bene o meno accarezzare anche solo l’idea di un secondo caso. Secondo Brian S. Wesbury e Robert Stein, economisti di First Trust Advisors e autori di una nota settimanale su Forbes, sarebbe meglio lasciare perdere. I due esperti non intendono dire che in assoluto lo zampino del governo nell’economia sia sbagliato. Ci sono casi, anzi, in cui e’ ben visto. Ma quello di cui gli Stati Uniti hanno ora bisogno non sono altri aiutini. Poco importa, sostengono Wesbury e Stein, se in molti si nascondo dietro calcoli secondo cui ogni dollaro speso dal governo crea oltre un dollaro di Prodotto interno lordo. Simili affermazioni, dicono i due, non sono altro che coperture per giustificare gli intenti della classe politica.

L’esempio che spiega il loro ragionamento e’ il Canada, alle prese con tagli alla spesa e tasse da oltre un decennio. Il suo deficit di bilancio e’ intorno al 4.5% del Pil, ben al di sotto del 10% degli Usa. Gli stimoli all’economia adottati dal paese, inoltre, sono di portata inferiore rispetto a quelli adottati nelle precedenti recessioni, tanto che il deficit nel biennio 1992-93 era al 5.6% del Pil e nel 1982-83 si era portato al 7.6%. In questi ultimi casi il dato era superiore di quello vantato dagli Usa nello stesso periodo.

Se gli amanti delle teorie di Keynes avessero ragione, continuano i due economisti, l’economia americana dovrebbe sovraperformare quella canadese mentre il Canada stesso avrebbe dovuto battere i vicini di casa statunitensi negli anni 80 e 90. Invece e’ accaduto il contrario. Il tasso di disoccupazione a Toronto e dintorni e’ all’8% (il target di Romer) e si attesta sotto i tassi Usa sin dall’ottobre 2008, quando “le spese da parte del governo hanno iniziato a impazzire”. Dal 1982 al 2008, al contrario, i disoccupati in Canada sono stati numericamente superiori a quelli americani con una differenza sul tasso del 2.8%.

Il quadro tracciato non e’ altro che il riflesso della riduzione delle dimensioni (o dello zampino nell’economia) del governo. In Canada, le spese dell’amministrazione statale sono scese dal 53.3% del Pil avuto nel 1992 al 39.2% nel 2007. Da allora, c’e’ stata una ripresa al 43.8% ma il trend e’ nuovamente in declino cosi’ come le tasse.

“La lezione e’ chiara: minori spese, minori tasse e maggiore liberta’ d’azione. Facciamo in modo che non ci siano altri stimoli. Gli Stati Uniti non possono permetterselo”, concludono Wesbury e Stein.