Spy Vaticano, la sentenza: “Maggiordomo ha agito da solo”

23 Ottobre 2012, di Redazione Wall Street Italia
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Roma – Si è trattato di un vero e proprio furto, non di un’appropriazione indebita, e l’aiutante di camera Paolo Gabriele era imputabile perché sapeva molto bene ciò che stava facendo e che le sue azioni erano illecite. L’imputato per i vatileaks ha agito da solo, senza complici e le «suggestioni» che può aver ricevuto dalle persone con cui era in contatto hanno un carattere «soggettivo» e non «oggettivo»: dalle indagini non sono emerse prove di correità o complicità.

È quanto si legge nelle motivazioni della sentenza di condanna del maggiordomo di Benedetto XVI condannato a tre anni per furto aggravato con la pena dimezzata a un anno e sei mesi perché senza precedenti penali e perché i giudici lo hanno ritenuto credibile quando ha dichiarato di aver agito in quel modo perché pensava di «aiutare il Papa».

Il documento, di 14 pagine, è stato pubblicato questa mattina. I giudici Giuseppe Dalla Torre (che ha presieduto il Tribunale e ha scritto la sentenza), Paolo Papanti-Pelletier e Venerando Marano ritengono che Gabriele fosse pienamente imputabile. In un passaggio della sentenza ricordano che «nel corso dell’interrogatorio del 6 giugno 2012», parlando del suo primo incontro con il giornalista Gianluigi Nuzzi, il maggiordono dice: «Questo incontro, che è avvenuto a ottobre o forse a novembre 2011, è durato poco tempo anche perché, sapendo di rischiare, temevo di poter essere riconosciuto da qualcuno. Avendogli detto che non volevo avere contatti telefonici anche per timore dei controlli su di essi, il Nuzzi, mi ha invitato per un successivo incontro a casa sua».

E ancora ricorda anche le precauzioni prese «affinché io non venissi riconosciuto» nel corso dell’intervista camuffata mandata in onda durante una puntata della trasmissione «Gli Intoccabili» su La7. Gabriele ha detto: «Naturalmente sapevo di correre dei pericoli, nel senso che c’era il rischio di essere scoperto». Parole che, scrivono i giudici, «sono chiaramente» indicatrici «della sussistenza, nell’imputato, della capacità di intendere l’illiceità del suo comportamento e della sicura volontà di porlo in essere». Da notare che il Tribunale non mette in dubbio il racconto di Gabriele sulle modalità con cui ha contattato Nuzzi.

Un altro capitolo importante della sentenza riguarda i possibili complici del maggiordomo. Gabriele ha affermato di non aver avuto complici, i giudici scrivono che «le testimonianze escusse in istruttoria confermano queste dichiarazioni» e spiegano che «dalle indagini di polizia giudiziaria» non si ricavano «indizi in contrario». Quanto agli eventuali istigatori, l’aiutante di camera ha detto di essere stato «suggestionato da circostanze ambientali», facendo i nomi di persone con cui era in contatto in Vaticano (in aula ha citato i cardinali Angelo Comastri e Paolo Sardi, la professoressa Ingrid Stampa e monsignor Francesco Cavina, oltre al confessore don Giovanni Luzi). Il Tribunale ha ritenuto di credergli quando, richiesto di una precisazione in proposito, Gabriele ha spiegato che per «suggestione» non intendeva una forma di «collaborazione» delle persone citate alla duplicazione e diffusione delle carte segrete.

«È comprensibile che il Gabriele avesse contatti con molte persone, per intuibili ragioni di ufficio – si legge nella sentenza – né si deve sottovalutare il fatto che, proprio per la sua prossimità al Santo Padre, fosse un interlocutore ricercato». Ma il termine «suggestione», per i giudici, «non ha una valenza oggettiva, con riferimento cioè ad una forza esterna che l’ha indotto all’azione criminosa. Quel termine ha invece una valenza tutta soggettiva, nel senso che dalla molteplicità di persone che aveva l’occasione di incontrare o che determinavano l’incontro con lui veniva ad avere una serie di informazioni sugli ambienti di riferimento, che avrebbero alla fine condotto al convincimento soggettivo, ma erroneo, di dover fare qualcosa di dirompente a difesa del Santo Padre e della Chiesa». Non risultano pertanto «prove della correità e della complicità» anche se «ulteriori indagini sono in corso circa la sussistenza di altre eventuali responsabilità nella fuga di documenti riservati».

Sui documenti trafugati, dalla sentenza emerge che a casa di Gabriele non sono state rinvenute solo copie, ma anche originali, E sul numero delle copie eseguite, i giudici specificano: «Le dichiarazioni dell’imputato presentano qualche contraddizione, per esempio laddove afferma di aver fatto solo due copie (quella data al Nuzzi e quella data al confessore), quando invece di molti documenti si è trovata anche una terza copia». In ogni caso, per quanto riguarda i documenti «illecitamente sottratti, la confessione che si ricava dalle dichiarazioni rese dall’imputato sia in sede istruttoria che in sede dibattimentale trova conferma nelle testimonianze acquisite nel corso del dibattimento, oltre che negli altri elementi di prova acquisiti».

Nella sentenza viene invece sensibilmente ridimensionata la portata del ritrovamento in casa di Gabriele dell’assegno da centomila euro intestato al Papa, della pepita (non si sa se d’oro o no) e della Cinquecentina dell’Eneide. I giudici distinguono i primi due oggetti dal terzo. Sull’assegno e la pepita, credono all’imputato che ha detto di non sapere di averli sottratti e che il fatto era dovuto alla «degenerazione del mio disordine», una dichiarazione, che «appare plausibile in ragione della confusione in cui è stato rinvenuto il materiale sequestrato».

Inoltre la sentenza rileva che non sono «del tutto chiare le circostanze rinvenimento» di questi oggetti in casa di Gabriele da parte dei gendarmi vaticani, che hanno reso testimonianze «non univoche» al riguardo. Per quanto riguarda il libro antico, invece, il maggiordomo si è giustificato dicendo di aver chiesto al segretario del Papa il permesso di prenderlo a prestito per farlo portare a scuola dal figlio. Don Georg Gänswein non ricorda la circostanza, ma la sentenza conclude che «non risultano contraddette le ragioni giustificative addotte dal Gabriele e, comunque, manca ogni prova dell’animus avertendi (cioè dell’intenzione di sottrarre, ndr) da parte dello stesso».

Infine, la sentenza specifica come l’azione di Gabriele sia stata «in realtà lesiva nell’ordinamento vaticano della persona del Pontefice, dei diritti della Santa Sede, di tutta la Chiesa cattolica e dello Stato della Città del Vaticano; così come tale azione è stata oggettivamente lesiva di diritti ed interessi di persone fisiche ed istituzioni». Ma al tempo stesso, «tenuto conto della semplicità cognitiva del Gabriele» messa in luce dalla perizia del professor Tatarelli ritiene che «tale condizione personale avrebbe potuto determinare l’insorgere del convincimento soggettivo – seppure erroneo – di “giovare e non di danneggiare la Chiesa”», come il maggiordomo ha affermato.

Un’ultima curiosità: nella sentenza vengono spiegate le motivazioni del rigetto della richiesta della difesa di Gabriele, che voleva far convocare dalla Commissione cardinalizia due porporati: l’ex Prefetto di Propaganda Fide Ivan Dias, e l’ex teologo della Casa Pontificia Georges Cottier. Perché sarebbe stato interessante ascoltarli? Che cosa avrebbero dovuto raccontare?

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