Spread: l’impatto della spesa per interessi su debito e manovra

17 Maggio 2019, di Mariangela Tessa

La recente fiammata dello spread Btp-Bund che ha sforato quota 290 (anche se ieri è sceso di poco a 284) ha riacceso i riflettori sul vero problema che si nasconde dietro l’impennata della differenza dei rendimenti tra i titoli di stato tedeschi (Bund) e italiani (btp), ovvero la montagna di soldi che gli italiani perdono ogni giorno, in termini di interessi sul debito pubblico italiano.

In pratica, gli interesse restituiti dallo Stato agli investitori nazionali e internazionali che hanno comprato i buoni del tesoro. Nonostante in una recente audizione la Banca d’Italia abbia informato il Parlamento che la spesa per interessi del 2018 è diminuita, pur se in misura minima, rispetto all’anno precedente, ogni anno gli italiani pagano circa 65 miliardi di euro all’anno, 178 milioni al giorno. Con la crisi questa voce è arrivata 83,5 miliardi (il 4,38% del Pil) salvo poi scendere gradualmente fino ai 64,62 miliardi del 2018 (il 2,86% del Pil). Questa discesa virtuosa, innescata dagli stimoli monetari della Bce, si interromperà quest’anno perché lo Stato, per via della risalita dello spread, spenderà circa 5 miliardi in più di interessi secondo le stime di Ameco.

In generale, il problema non è il debito pubblico in sé, ma il fatto che il rapporto tra il tasso di interesse medio pagato dall’Italia ai suoi creditori e quanto cresce il Pil nominale ogni anno è -1,2%. In pratica, la nostra economia cresce così poco che non riesce a ripagare gli interessi e quindi per rimanere sostenibile è costretta a pagare altri debiti.

Un concetto ribadito ieri dal governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che ha spiegato: “L’alto debito pubblico in rapporto al Pil espone l’Italia alla volatilità dei mercati finanziari. La riduzione del premio per il rischio sui titoli di Stato è un obiettivo cruciale”, ha sottolineato, tanto più in una situazione in cui l’Italia, “deve rifinanziare un ammontare annuale di titoli che attualmente è di 400 miliardi”.

Secondo Visco, dunque, è “di vitale importanza ridurre il differenziale tra la spesa per interessi sul debito pubblico e il tasso nominale di crescita del Pil, mantenendo allo stesso tempo un adeguato avanzo primario”. Tra l’altro, anche sui prestiti a famiglie e imprese “cominciano a emergere segni di tensione” e le condizioni del credito “si sono inasprite, in particolare per le piccole imprese, in seguito all’aumento dei costi di finanziamento delle banche e al deterioramento delle prospettive economiche”.