Sorpresa: è questo il paese nuova frontiera della finanza d’assalto

19 Gennaio 2016, di Alberto Battaglia

MILANO (WSI) – Non è solo il senatore Antonio Razzi a trovarla attraente: la Corea del Nord piace anche ad alcuni gestori di fondi, che, contro ogni buon senso comune, vorrebbero ardentemente fare investimenti diretti nel paese comunista. James Passin, hedge fund manager presso Firebird Management ha dichiarato al New York Times che le virtù della Corea del Nord sono più di quelle che immaginiamo. A partire da fatto che riposa sopra miliardi di barili di petrolio; una quantità che protrebbe, se sfruttata, rendere Pyongyang un produttore della stessa stazza dell’Oklahoma. Inoltre, sono a disposizione “25 milioni di persone giovani, molto disciplinate, istruite, oltreché un forte complesso militare e industriale. E’ possibile che gli investitori precoci vengano premiati”, ha dichiarato Passin.

Affari per stomaci forti, come quello di Jim Rogers, fondatore di Quantum Fund con George Soros e proclamato l’Indiana Jones della finanza; Rogers ha detto al Wall Street Journal che se potesse “mettere tutti i suoi soldi in Corea del Nord” lo farebbe, perché “grandi cambiamenti stanno avvenendo”. Ma si quali cambiamenti si sta facendo protagonista la dittatura coreana?

L’economia di Pyongyang, a partire dagli anni Novanta, sta gradualmente diventando meno centralista; ciononostante ottenere dati economici affidabili è impossibile, tanto che per farsi un’idea della crescita reale delle attività economiche del Paese bisogna ricorrere alle immagini satellitari. Un’operazione che sembra ridicola, ma che ha rivelato con certezza che dai primi anni Duemila la crescita è stata visibile, ad esempio nel boom delle costruzioni visibile nella capitale. Certo, il governo resta imprevedibile, così come non promettono bene le statistiche ufficiali, che registrano un Pil calante dal 1990 al 2014: in media -0,5% ogni anno.

Se però si vuole raccogliere la sfida dell’investimento vanno ricordati i precedenti poco incoraggianti di coloro che in passato hanno puntato su Pyongyang. Il Paese, che attualmente è indebitato per 20 miliardi di dollari, circa il 71% del Pil, non ha rispettato gli impegni con la Russia, cui doveva 8 miliardi di dollari; ha offerto all’Iran piccoli sottomarini in cambio del cancellazione dei debiti, e 40 tonnellate di ginseng alla Repubblica Ceca per uno sconto del 10% sui 10 miliardi di dollari ricevuti durante l’era comunista della Cecoslovacchia.

Alla fine, scrive ValueWalk, a meno di non fare direttamente impresa in Corea del Nord è impossibile acquistare prodotti finanziari che offrano esposizione diretta al paese, ma una soluzione potrebbe essere costituita dall’investimento in società internazionali che iniziano ad avere interessi nel Paese. E, con essa, la possibilità di ottenere un’esposizione indiretta in Corea.

Fonte: ValueWalk