Smart working nella pubblica amministrazione verso l’addio: i piani di Brunetta

1 Settembre 2021, di Alessandra Caparello

Smart working nella Pubblica amministrazione verso la fine? Sembrerebbe così secondo le chiare intenzioni del ministro Renato Brunetta che ha da sempre annunciato l’intenzione di un ritorno diffuso in presenza.
Obiettivo superare la normativa emergenziale costruita durante la pandemia, un percorso già avviato a fine aprile con il decreto proroghe che aveva cancellato le percentuali minime di Smart Working (50%, salito poi al 60%) da assicurare ai dipendenti impegnati in attività nelle quali la presenza non è imprescindibile. Ora si profila all’orizzonte una novità.

Smart working per i dipendenti pubblici verso l’addio

Secondo varie fonti di stampa, i tecnici del ministero starebbero studiando un correttivo introdotto dal decreto Green Pass da convertire in legge entro il 23 settembre, secondo cui i dipendenti pubblici dovrebbero tornare sul posto di lavoro e per loro lo Smart working dovrebbe tornare ad essere un eccezione a seconda delle decisioni che prenderanno in merito i dirigenti degli uffici, in base alle esigenze organizzative di ogni realtà.

Solo poco tempo fa a seguito della conversione in Legge del c.d. Decreto Riaperture (D.L. 22 aprile 2021, n. 52) che di fatto ha abrogato il D.L. 30 aprile 2021, n. 56 intervenuto sulla disciplina dello smartworking nella pubblica amministrazione, era stata prorogata al 31 dicembre 2021 la possibilità di avviare lo smart working con modalità semplificate in Italia.

Nel pubblico impiego si prevede quindi che le Amministrazioni Pubbliche fino al 31 dicembre 2021, organizzano il lavoro dei propri dipendenti e l’erogazione dei servizi attraverso la flessibilità dell’orario di  lavoro, rivedendone l’articolazione  giornaliera  e settimanale, introducendo modalità di interlocuzione programmata con l’utenza, anche   soluzioni  digitali e non in  presenza, applicando lo smartworking con le misure semplificate prescindendo dagli  accordi  individuali  e dagli obblighi informativi previsti e comunque a condizione che l’erogazione dei servizi rivolti ai cittadini e alle imprese avvenga con regolarità, continuità ed  efficienza  nonché nel rigoroso rispetto dei tempi previsti dalla normativa vigente. Inoltre sempre nel pubblico impiego, la normativa precede che le Pubbliche Amministrazioni adottano misure organizzative volte a fissare obiettivi annuali per l’attuazione del telelavoro e del lavoro agile.

Ora la possibilità che negli uffici pubblici si torni in presenza. Il possibile ritorno al lavoro in presenza nella Pubblica amministrazione però dovrà ovviamente passare anche da un confronto con i sindacati.

Smart working nel privato

Nel settore privato ad ora la situazione è rimasta quella attuale. Per l’adozione dello smart working è necessario un accordo scritto tra datore di lavoro e dipendente, il quale dovrà essere inviato telematicamente a partire dal 15 novembre 2017. Fino al 31 dicembre 2021 le comunicazioni di smart working vanno effettuate esclusivamente attraverso la procedura semplificata utilizzando esclusivamente la modulistica e l’applicativo informatico resi disponibili dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

In ogni caso nel settore privato si segnalano tante aziende che si stanno muovendo in ordine sparso. In Italia Unicredit, la seconda banca italiana per importanza sta lavorando a un modello ibrido che prevede una nuova normalità dopo 18 mesi di lavoro da remoto suddivisa tra periodo di lavoro in ufficio e altri a casa.

Il ritorno in ufficio sarà graduale a partire da settembre, in linea con quello che stanno facendo altre grandi banche Usa ed europee (c’è chi come JP Morgan Chase Goldman Sachs ha chiesto alla maggior parte dei suoi dipendenti a New York di iniziare a riempire gli uffici già la settimana prossima) propendendo però per un ritorno soft prima di iniziare un progetto pilota con due giorni alla settimana di smartworking su base volontaria per i dipendenti non impegnati nelle filiali, questi ultimi invece potranno optare per un giorno a settimana.

Le implicazioni dello smart working sul disagio mentale

Il lavoro a distanza secondo una recente nuova indagine condotta nel Regno Unito da NatCen Social Research, che ha raggiunto 8675 persone già intervistate prima della pandemia e nuovamente interpellate nel maggio, luglio e novembre 2020, produce disagi mentali specie per chi vive da solo.

Dall’indagine in particolare è emerso che i lavoratori per i quali non era possibile lavorare da remoto presentano difficoltà economiche con maggior frequenza, mentre l’isolamento sociale era più sentito tra le persone che vivevano da sole, indipendentemente dalla loro organizzazione lavorativa. Come affermano gli esperti di NatCen:

“L’aspetto sociale del lavoro è probabilmente un beneficio importante per alcuni lavoratori, in particolare quelli che sperimentano un maggiore isolamento a causa della vita da soli”, hanno concluso gli autori, per i quali è importante chiarire implicazioni pratiche come l’ambiente di lavoro a casa e il diritto a disconnettersi dal lavoro “prima che i datori di lavoro diano per scontato che lavorare da casa sia egualmente desiderabile per tutti”.