Siria: Obama pro guerra, Israele, petrolio e gas

4 Settembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – The Guardian: Il Piano di intervento in Siria è motivato da interessi petroliferi, non c’entrano nulla le armi chimiche.

Sul Guardian esposto chiaramente l’interesse USA alla guerra contro la Siria: lo sapevamo già, che la finta indignazione per i massacri di civili nasconde una dura competizione geopolitica per il controllo del petrolio mediorientale e dei gasdotti, ma ecco la vera pistola fumante…

di Nafeez Ahmed

Il 21 agosto, centinaia – forse più di mille – persone sono state uccise in un attacco di armi chimiche a Ghouta , Damasco, spingendo gli Stati Uniti, il Regno Unito, Israele e la Francia ad alimentare l’incubo di attacchi militari contro le forze di Bashir al Assad.

Gli esperti sono unanimi nel ritenere che la scena scioccante dei civili, compresi dei bambini, colpiti da un qualche tipo di attacco chimico, sia vera – ma restano divisi sul fatto se si trattava di armi chimiche di tipo militare dell’arsenale di Assad, o fosse una miscela più rudimentale potenzialmente da collegarsi ai ribelli.

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In ogni caso, pochi ricordano che l’inquietudine degli Stati Uniti nei confronti della Siria è iniziata molto prima delle recenti atrocità, nel contesto di operazioni più ampie aventi come obiettivo l’influenza Iraniana in Medio Oriente.

Nel maggio 2007, un’inchiesta presidenziale ha rivelato che Bush aveva autorizzato le operazioni della CIA contro l’Iran. Secondo Seymour Hersh del New Yorker, nello stesso periodo, come parte di questo programma segreto, erano in pieno svolgimento anche delle operazioni anti-siriane. Fonti dell’intelligence e del governo degli Stati Uniti hanno dichiarato a Hersch che l’amministrazione Bush aveva “collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, che è sunnita, in operazioni clandestine” destinate a indebolire la Hezbollah sciita in Libano.

“Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte a operazioni clandestine nei confronti dell’Iran e del suo alleato Siriano”, ha scritto Hersh , e “un effetto collaterale” di queste operazioni è stato “il rafforzamento di gruppi estremisti sunniti, ostili agli Stati Uniti e vicini ad al-Qaeda.” Egli ha osservato che “il governo saudita, con l’approvazione di Washington, avrebbe fornito finanziamenti e aiuti logistici per indebolire il governo del presidente Bashir Assad , in Siria “, al fine di esercitare pressioni su di lui per essere “più conciliante e aperto a negoziati” con Israele . Una fazione che ha ricevuto “sostegno politico e finanziario” occulto dagli Stati Uniti attraverso i sauditi è la Fratellanza musulmana siriana in esilio.

Secondo l’ex ministro degli Esteri francese Roland Dumas, la Gran Bretagna aveva pianificato delle operazioni segrete in Siria già nel 2009 : “Ero in Inghilterra due anni prima delle violenze in Siria” , ha detto alla televisione francese :
“Ho incontrato alti funzionari britannici, che mi hanno confidato che stavano preparando qualcosa in Siria. Era la Gran Bretagna, non l’America . La Gran Bretagna stava preparando uomini armati per invadere la Siria”.

[ARTICLEIMAGE] Le insurrezioni del 2011, sembrerebbe – innescate da una confluenza di carenza di energia e siccità indotta dal clima che ha portato a enormi aumenti dei prezzi alimentari – sono arrivate al momento opportuno, che è stato subito sfruttato. Delle e-mail fatte trapelare dalla società di intelligence privata Stratfor, comprese delle note su un incontro con funzionari del Pentagono, hanno confermato la formazione USA-UK di forze di opposizione siriane sin dal 2011, volte a portare al “collasso” del regime di Assad “dall’interno”.

Quindi che cos’è questa strategia di minacciare la Siria e l’Iran e così via? Secondo il Segretario generale della NATO Wesley Clark, ora in pensione, una nota dell’Ufficio del Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, solo poche settimane dopo il 11/9, ha rivelato dei piani di “attaccare e distruggere i governi di 7 paesi in cinque anni”, a partire dall’ Iraq per continuare in “Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e infine l’Iran .” In una intervista successiva, Clark sostiene che questa strategia è fondamentalmente una questione di controllo delle vaste risorse di gas e petrolio della regione.

Gran parte della strategia attualmente in gioco è stata candidamente descritta nel rapporto US Army-funded RAND, Unfolding the Future of the Long War (pdf), del 2008. Apertura del futuro della lunga guerra ( pdf) . Il rapporto osserva che “le economie dei Paesi industrializzati continueranno a dipendere pesantemente dal petrolio, rendendolo così una risorsa di importanza strategica.” Poiché la maggior parte del petrolio sarà prodotto in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno “motivo di mantenere la stabilità e buone relazioni con stati del Medio Oriente ” :

“L’area geografica delle riserve petrolifere accertate coincide con la base di potere di gran parte della rete salafita -jihadista . Ciò crea un collegamento tra le forniture di petrolio e la lunga guerra, complicata e difficile da chiudere … Nel prossimo futuro, la crescita della produzione mondiale di petrolio e l’offerta totale saranno dominate dalle risorse del Golfo Persico … la regione resterà quindi una priorità strategica, e questa priorità è fortemente legata a quella di proseguire la lunga guerra.”

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Queste preoccupazioni strategiche, motivate dal timore di un’espansione dell’influenza iraniana, riguardano la Siria soprattutto in relazione alla geopolitica delle pipeline. Nel 2009 – lo stesso anno in cui l’ex ministro degli esteri francese Dumas afferma che i britannici hanno iniziato a pianificare delle operazioni in Siria – Assad ha rifiutato di firmare una proposta di accordo con il Qatar che avrebbe realizzato un oleodotto partendo dall’ultimo suo giacimento al Nord, ai confini con il giacimento di South Pars in Iran, attraverso l’Arabia Saudita, la Giordania, la Siria e la Turchia, al fine di rifornire i mercati europei – e, fatto di importanza cruciale, aggirando la Russia. La logica di Assad era “di tutelare gli interessi del [ suo] alleato russo, che è il primo fornitore in Europa di gas naturale.”

Invece, l’anno successivo, Assad ha portato avanti dei negoziati con l’Iran per un piano alternativo di gasdotto da 10 miliardi dollari, passando per l’Iraq verso la Siria, che avrebbe anche potenzialmente consentito all’Iran la fornitura di gas all’Europa dal suo campo di South Pars condiviso con il Qatar. Il Memorandum of Understanding (MoU ) per il progetto è stato firmato nel luglio del 2012 – proprio quando in Siria si stava diffondendo la guerra civile a Damasco e ad Aleppo – e all’inizio di quest’anno l’Iraq ha firmato un accordo quadro per la costruzione dei gasdotti.

Il piano di gasdotto Iran-Iraq-Siria è stato uno “schiaffo diritto in faccia” ai piani del Qatar. Non c’è da stupirsi che il principe saudita Bandar bin Sultan, in un tentativo fallito di corrompere la Russia per portarla a cambiare fronte, secondo fonti diplomatiche abbia detto al presidente Vladimir Putin che “qualunque sarà il regime dopo Assad , esso sarà “completamente” nelle mani dell’Arabia Saudita e ” non firmerà alcun accordo che consenta a nessun paese del Golfo di trasportare il gas attraverso la Siria verso l’Europa e competere con le esportazioni di gas russo “. Quando Putin ha rifiutato, il principe ha minacciato un’azione militare.

Sembrerebbe che i contraddittori interessi petroliferi sauditi e del Qatar stiano reggendo le fila di una politica degli Stati Uniti in Siria, se non nell’intera regione, ugualmente focalizzata sul petrolio. E’ questo – il problema di instaurare una opposizione malleabile, in modo che gli Stati Uniti e i loro alleati petroliferi si sentano sicuri di collaborare sui gasdotti con una Siria post-Assad – che determinerà la natura di qualsiasi potenziale intervento: non la preoccupazione per le vite siriane.

Se è fuor di dubbio che Assad è un criminale di guerra il cui governo merita di essere rovesciato, la domanda è: da chi? e per quali interessi?

Dr Nafeez Ahmed e’ il direttore dell’ Institute for Policy Research & Development e autore di A User’s Guide to the Crisis of Civilisation: And How to Save It e altri libri. Su Twitter @nafeezahmed.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato dal blog Voci dall’estero – che ringraziamo – e’ la traduzione di un articlo apparsa sul The Guardian, esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

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In Siria il presidente degli Stati Uniti Barack Obama potrebbe ordinare un attacco della durata di 90 giorni: 60 iniziali con la possibilità di prolungare di altri 30 giorni. E’ quanto prevede una bozza approvata dai membri della commissione per le Relazioni estere del Senato. Il presidente Bashar al Assad è accusato di aver usato armi chimiche contro i civili lo scorso 21 agosto alla periferia di Damasco, capitale del Paese mediorientale.

La bozza di risoluzione vieta l’intervento alle truppe di terra, ma permette il dispiegamento di una piccola missione di soccorso, in caso di emergenza. Inoltre Obama, entro 30 giorni dall’attuazione della risoluzione, potrà inviare al Congresso un piano per una soluzione diplomatica con il fine di porre termine alle violenze in Siria. Oggi il Senato inizierà a valutare la bozza e il voto finale è atteso per la fine di questa settimana.

Si alzano sempre di più i toni sulla crisi siriana. Mentre il regime siriano arriva ad annunciare di essere pronto per “una terza guerra mondiale”, il presidente russo Vladimir Putin stoppa il suo omologo statunitense Barack Obama parlando di “aggressione” in caso di una mancata approvazione dell’Onu.

Ma il premier britannico David Cameron ha ribadito di ritenere giustificato l’intervento militare contro il regime di Damasco per aver fatto uso di armi chimiche. E questo mentre il Papa Francesco ha rinnovato il suo appello alla pace: “Si alzi forte in tutta la terra il grido della pace!”. Intanto il premier Enrico Letta si aspetta “un’intesa al G20” che si terrà proprio in Russia. Dal canto suo Obama, dalla Svezia dove è in visita, dopo avere detto di non “meritare” il Premio Nobel per la Pace, ha chiesto alla comunità internazionale di “non restare in silenzio”.

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“Occorre una risposta efficace alla barbarie dell’attacco chimico siriano, ha detto il presidente Usa Barack Obama oggi a Stoccolma, nel corso di una conferenza stampa a Stoccolma col premier svedese Fredrik Reinfeldt.

“Crediamo con grande forza che ci sia stato un attacco chimico e che Assad ne sia stata la fonte. In gioco c’è la credibilità degli Stati Uniti”, ha aggiunto un Obama più determinato che mai. Questo, mentre da Damasco è arrivato chiaro l’avvertimento: “Non ci piegheremo nemmeno se ci fosse la terza guerra mondiale”.

L’intervento americano in Siria sembra più imminente. I leader della Commissione Affari esteri del Senato americano hanno dichiarato di aver stilato una bozza che autorizzerebbe l’utilizzo limitato delle forze armate in Siria, e hanno stabilito un limite di tempo di 60 giorno per qualsiasi intervento, con una estensione possibile di 30 giorni. La misura sarà ora votata dal Senato il prossimo 9 settembre.

L’intervento sembra più probabile dopo l’intesa che è stata raggiunta ieri al Senato americano. Mohammed El Erian, amministratore delegato di Pimco, fondo obbligazionario numero uno al mondo, avverte tuttavia sull’effetto domino di un conflitto.

“Non ho fissato io la linea rossa sull’uso delle armi chimiche, ma e’ stata la comunità internazionale”, ha continuato Obama, aggiungendo che “abbiamo un’elevata certezza che il regime siriano abbia fatto ricorso alle armi chimiche”. Dunque, “non ripeteremo l’errore dell’Iraq”.

Ma subito è arrivata la condanna della Siria, secondo cui il Congresso degli Stati Uniti non ha il diritto di “legittimare un’aggressione” contro la Siria. Vladimir Putin accusa i politici Usa di mentire nel dibattito sulla Siria al Congresso. “Ora stanno discutendo se autorizzare l’uso della forza” senza avallo Onu, ha detto in un incontro a Mosca. ”Ma è un assoluto insulto al buon senso. In sostanza il Senato americano si occupa di legittimare un’aggressione”, ha aggiunto.

Il presidente russo Vladimir Putin non esclude comunque l’appoggio della Russia ad un’operazione militare in Siria, se fosse provata la responsabilità di Damasco nell’uso di armi chimiche e comunque solo a fronte di un’approvazione dell’intervento da parte dell’Onu.

Riguardo alle armi chimiche ”ci convincerà solo lo studio molto dettagliato e profondo del problema e la presenza di prove evidenti che dimostrino chi ha usato l’arma e con quali mezzi”, ha dichiarato Putin in un’intervista al primo canale della tv statale russa. ”E solo dopo la Russia sarà pronta ad agire in modo piu’ decisivo e serio”. Tuttavia, ha precisato, ”la Russia non ha intenzione di intervenire e non interverrà mai in nessun conflitto all’estero”.Quanto alla fornitura dei missili S-300 promessi a Damasco dalla Russia, Putin, ha detto che è stata congelata ma non interrotta. Il capo del Cremlino ha detto anche che Mosca è pronta a fornire questi missili “sensibili” anche ad “altri Paesi” del mondo se sulla Siria verrà violato il diritto internazionale. ”Abbiamo un contratto per la fornitura di missili S-300 e abbiamo già fornito alcune componenti”, ha detto Putin in un’intervista alla tv statale russa. ”Ma la fornitura non è terminata: per ora l’abbiamo sospesa”. Se però ”vedremo che si fa qualche passo legato alla violazione delle norme internazionali vigenti, allora dovremo pensare a come agire in futuro, tra cui anche con forniture di queste armi sensibili ad altre regioni del mondo”. Putin, avverte gli Stati Uniti e loro alleati dall’intraprendere passi unilaterali in Siria in mancanza di approvazione del Consiglio di Sicurezza Onu: l’uso della forza verso uno stato sovrano, sottolinea, è “inammissibile” per il diritto internazionale e va considerato come “un atto di aggressione”.

Un limite massimo di 90 giorni per l’intervento in Siria e il divieto esplicito a truppe da combattimento di terra. E’ quanto prevede la bozza sulla quale si sono accordati i leader della commissione Esteri del Senato e che sarà votata dalla commissione nelle prossime ore. Il limite di 90 giorni ne include 60 di missione, piu’ un’estensione a discrezione del presidente di ulteriori 30 giorni, previo via libera del Congresso. Ad accordarsi sulla risoluzione sono stati il presidente della commissione Esteri del Senato Bob Menendez e il leader dei repubblicani Bob Corker. ”L’autorita’ non autorizza l’uso delle forze armate da terra sul territorio Senato”, si legge nella bozza, che sara’ votata nelle prossime ore in commissione. Se il testo sara’ approvato andra’ in aula dopo il 9 settembre, quando il Senato, cosi’ come la Camera, tornera’ dalla pausa estiva.

Intanto il gran muftì di Siria, Ahmad Badreddin Hassou, ha scritto una lettera a papa Francesco aderendo all’appello pro-Siria e annunciando che sarà in Piazza San Pietro – se possibile – o nella moschea di Damasco in preghiera e digiuno sabato prossimo. Il muftì- riferisce Fides – propone al Vaticano di organizzare un meeting interreligioso. (con dispacci ANSA)