Siria, Obama: “Attacco se diplomazia fallisce”

11 Settembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – Barack Obama abbraccia la soluzione diplomatica della crisi siriana ma ordina al Pentagono di mantenere la pressione militare su Bashar Assad per spingerlo ad accettare un disarmo chimico totale e “verificabile”: è questo il contenuto di un messaggio di oltre 15 minuti pronunciato dal presidente americano alla nazione dalla East Room della Casa Bianca quando in Italia erano le 3 del mattino di oggi.

Sulle responsabilità del Raiss di Damasco, Obama è esplicito: “Nella guerra civile in Siria sono già morte 100 mila persone ma la situazione è mutata profondamente il 21 agosto quando il governo di Assad ha ucciso con i gas oltre mille persone, inclusi centinaia di bambini, mostrando al mondo i terribili dettagli delle armi chimiche e facendo così comprendere perché la schiacciante maggioranza delle nazioni le ha messe al bando”. L’uso dei gas evoca per Obama “i soldati americani uccisi a migliaia nelle trincee d’Europa nella Prima Guerra Mondiale” e le armi con cui “i nazisti inflissero l’orrore dell’Olocausto”. Per questo nel 1997 ben 189 governi le dichiararono proibite “ma queste regole basiche sono state violate il 21 agosto”. Sulla responsabilità di Assad, Obama non ha dubbi: “Sappiamo che è stato il regime, nei giorni prima dell’attacco è stato il suo personale a preparare i gas, poi hanno distribuito le maschere a gas alle truppe, quini hanno lanciato razzi contro 11 quartieri nel tentativo di ripulirli dall’opposizione e infine hanno bombardato per cancellare ogni traccia”. Le prove sono “schiaccianti”, dice Obama sottolineando che “abbiamo studiato campioni di sangue e capelli prelevati da chi era lì e contengono tracce di sarin”, il più letale dei gas.

Sono “atrocità” che “non solo costituiscono una violazione delle leggi internazionali ma pongono anche pericoli alla nostra sicurezza” aggiunge Obama, teso in volto, spiegando che la violazione del bando “può spingere altri tiranni ad acquistarli e usarli” con il risultato di “mettere a rischio le nostre truppe”, “poter finire nelle mani di gruppi terroristi” e minacciare “partner e alleati come Turchia, Giordania e Israele”. E’ sulla base di tale valutazione che Obama rinnova la convinzione della necessità di un “attacco mirato” per “spingere Assad a non usare più le armi chimiche”. Fino a qui Obama usa il timbro del “comandante in capo” ma subito dopo cambia registro: “Sono il Presidente della più vecchia democrazia costituzionale della Terra” e dunque è in favore di un pronunciamento del Congresso sull’uso della forza “anche se ora ho dato disposizione di rimandare il voto dell’aula”. Il motivo sono gli “incoraggianti segnali” in arrivo da Mosca e Damasco: “Assad ha ammesso di possedere le armi chimiche ed ha perfino detto che aderirà alla Convenzione che mette al bando le armi chimiche” accettando il piano russo che prevede la consegna all’Onu di tutti i gas velenosi.

Si tratta per Obama di “un’iniziativa che può rimuovere la minaccia delle armi chimiche senza ricorrere all’uso della forza”. E’ una svolta di cui Obama rivendica il merito per “la minaccia concreta dell’attacco militare” e “per il colloquio avuto con Putin a San Pietroburgo”. Da qui la richiesta al Congresso di “rimandare il voto sull’uso della forza” e l’invio del Segretario di Stato John Kerry a Ginevra “per incontrare la controparte russa”. Obama vuole dare tempo alla diplomazia e, d’intesa con Parigi e Londra, sceglie di aspettare anche il rapporto degli ispettori Onu sulla Siria. Ma la minaccia militare resta immediata: “Ho ordinato alle forze armate di mantenere la pressione su Assad” al fine di spingerlo verso un disarmo chimico “reale, veloce e verificabile”. L’appello ai deputati dissidenti, democratici e repubblicani, è così di “fare fronte alle responsabilità di leadership internazionale che l’America ha, in quanto ancora della sicurezza globale”. Nel finale Obama cita Franklin Delano Roosevelt, ribadisce l’opposizione alle guerre e anche la volontà di dimostrare che l’America sente la responsabilità di agire contro il tiranno di Damasco.

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