Siria: lo spettro della guerra. Usa ci stanno seriamente pensando

8 Febbraio 2012, di Redazione Wall Street Italia

New York – Ci sono gia’ tutti gli ingredienti del caso. Quello che per ora e’ uno scontro civile intestino che ha fatto oltre 5 mila vittime, rischia di trasformarsi in un conflitto internazionale tra arabi e Occidenti da una parte e Russia, Cina e Iran dall’altra.

Per la prima volta dall’inizio della repressione del regime di Bashar al-Assad contro la popolazione degli insorti, definiti dal governo siriano terroristi, le autorita’ statunitensi hanno iniziato a prendere in considerazione l’opzione militare. Si rischia un ripetersi del caos libico. Forse peggio.

Pur sottolineando che preferirebbe evitare un simile intervento, che vorrebbe dire guerra internazionale, Washington potrebbe essere costretta a scegliere l’opzione piu’ estrema. In particolare dopo che gli sforzi compiuti da Usa e Lega Araba per raccogliere consensi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e imporre sanzioni piu’ pesanti contro il governo siriano sono stati resi vani dal veto di Cina e Russia.

La paura e’ che la continua instabilita’ di un paese complicato al cuore del mondo arabo sfoci in un un conflitto internazionale fratricida. Secondo gli analisti tale rischio sta aumentando. La repressione contro la popolazione ha fatto oltre 5mila morti sinora.

Le ultime notizie provenienti dal paese mediorientale parlano di almeno 200 morti da venerdi’. E un gruppo armato ha appena attaccato un impianto di raffinazione a Homs, secondo quanto riportato dalle emittenti televisive siriane.

Al termine di una visita a Damasco, il capo della diplomazia russa, Lavrov, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, sottolineando che Assad ha promesso di mettere fine alle violenze. Il ministro degli Esteri di Mosca ha pero’ sottolineato che il risultato dei colloqui per mettere fine alla spargimento di sangue non deve essere predeterminato, ribadendo l’opposizione alle pressioni occidentali e arabe perche’ Assad rinunci al potere.

Ma gli scontri sanguinosi continuano: nuovi bombardamenti a Homs hanno fatto oggi decine di morti e c’e’ chi ha iniziato a parlare di “genocidio”. Per l’Osservatorio per i diritti umani, almeno tre famiglie intere sono state sterminate nella notte dalle forze di Assad.

Secondo gli ultimi report disponibili, le forze leali al presidente al-Assad hanno ucciso oggi almeno 47 civili entrando a Homs: hanno sparato razzi e colpi di mortaio per sottomettere i quartieri cuore dell’opposizione, dopo che ieri la Russia ha detto che Assad vuole la pace.

A rendere complicata l’analisi della situazione e’ il fatto che spesso le notizie sono riferite dagli attivisti e da organizzazioni non governative. Ai media internazionali non e’ piu’ concesso avere ingresso nel paese. Chi lo fa in incognito, mette a rischio la priopria incolumita’. E’ cosi’ che ha perso la vita il giornalista e cameraman Gilles Jacquier di France 2, morto in seguito all’esplosione di una bomba all’interno di un palazzo di un quartiere caldo di Homs.
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I blindati sono entrati nel quartiere di Inshaat e si sono avvicinati al distretto di Bab Amro, che e’ stato obiettivo dei piu’ pesanti attacchi dei soldati filogovernativi. Raid che negli ultimi due giorni sono costati la vita ad almeno 150 persone, riporta Reuters citando gli attivisti di Homs e fonti dell’opposizione.

Stando ai racconti delle fonti il bombardamento si sarebbe intensificato nelle prime ore della giornata, concentrandosi su Bab Amro, al-Bayada, al-Khalidiya e Wadi al-Arab, quartieri sunniti che si sono sollevati contro gli 11 anni di regime di Assad, che appartiene alla minoranza alawita che domina il Paese a maggioranza sunnita da cinquant’anni.

Per comprendere la diversita’ di opinioni nel dare il resoconto degli scontri, l’agenzia stampa di stato sostiene che “gruppi terroristici armati” hanno attaccato posti di blocco stradali della polizia a Homs e hanno lanciato delle bombe in citta’, tre delle quali contro la raffineria di Homs, una delle due del paese in piena ebollizione.

Non rimane che sperare nalla soluzione diplomatica. Su questo piano un ruolo chiave lo giochera’ la Turchia. Istanbul progetta di organizzare “il piu’ presto possibile” un conferenza internazionale sulla crisi in Siria. “Siamo determinati – ha spiegato il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davutoglu – a dare vita ad un forum allargato per promuovere un’intesa internazionale con tutti i Paesi preoccupati” dai recenti sviluppi in Siria.