SINDROME PARMALAT,
PARAGONI CON TANGENTOPOLI

26 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Paolo Madron e’ il Direttore di Panorama Economy.

Se la «Tanzite» è un virus contagioso, chi sono i medici che cercano di
arginarlo? Risposta scoraggiante: per ora, in attesa della SuperConsob con
tanto di superpoteri, sono i magistrati delle procure di mezza Italia e la
Guardia di finanza, il loro braccio armato.

Non so se le vicende di Pierluigi
Crudele (speriamo non un nomen omen foriero del destino che lo aspetta) e
della sua Finmatica, un tempo star della new economy, seguano in sedicesimo il
canovaccio di Parmalat. Certa è invece la reazione fulminea del pubblico
ministero di Brescia che all’annuncio del ritiro di un bond da 55 milioni di
euro spedisce al quartier generale dell’azienda le Fiamme gialle con tanto di
avviso di garanzia. Solo pochi mesi fa, in un’identica circostanza, la
rinuncia a un’emissione da 300 milioni di euro da parte del gruppo di
Collecchio non aveva suscitato alcuno zelo investigativo.

Non che se questo
fosse accaduto sarebbe servito a scongiurare l’incombente disastro, però, e
non è cosa di poco conto, si sarebbe potuto scoperchiare prima la pentola
delle nefandezze. Ora invece la sindrome Parmalat fa scattare nei guardiani
della legge e dei mercati (meno in Banca d’Italia, che per il suo governatore
resta l’ombelico del mondo) riflessi pavloviani.
Questo frenetico attivismo delle toghe, assieme al progressivo dilagare della
vicenda fuori dai suoi ambiti d’origine, ha evocato in molti il paragone con
Tangentopoli. Che se per molti versi appare improprio, oltre che indigesto per
il timore di una nuova deriva giustizialista, rivela tuttavia una palese
somiglianza: il ruolo di supplenza che la magistratura, allora come adesso, si
trova a dover svolgere.

Ai tempi di Mani Pulite supplenza della politica
incapace di autoriformare le proprie degenerazioni. Oggi della clamorosa
vacatio delle autorità di controllo preposte alla vigilanza dei mercati
finanziari. Perciò, se noi fossimo dei politici, più che della gara a
insinuare chi abbia avuto rapporti frequenti o sporadici col cavalier Calisto
(che da buon ecumenico maneggione ha dato soldi e passaggi in elicottero a
tutti) e i suoi sodali, ci preoccuperemmo per la brutta figura rimediata nel
fornire l’ennesima dimostrazione di inadeguatezza. Perché, dopo Cirio e
Parmalat, a destra come a sinistra, è stato tutto un pianto greco sulla
disarmante impotenza di Consob e Bankitalia a intervenire, e figuriamoci a
prevenire. Nonché sull’obsolescenza del nuovo diritto societario, che a
sentire l’ex presidente della Consob Guido Rossi è un ferro vecchio lontano
mille miglia da quanto sul tema è stato fatto in sede di normativa
comunitaria.

Insomma, se la dote precipua del politico dovrebbe essere la lungimiranza,
tale che la formulazione delle leggi avvenga ex ante e non sia il frutto di
un’affannosa rincorsa postuma, il fallimento è palese. E quando si arriva che
i buoi sono scappati, allora non resta che strologare intorno a una materia
cui non si addice la chiacchiera da talk show ma una competenza specifica.
Così come puntualmente stanno facendo a frotte parlamentari di ogni colore,
smaniosi di non perdere una briciola di quella visibilità che la vicenda
Parmalat è loro in grado di offrire.

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