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SINDONE: UNA VERA BUFALA

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MicroMega pubblica un numero doppio datato 4/2010 dal titolo “L’inganno della Sindone” che e’ il piu’ esaustivo attacco laico in Italia per smascherare la controversa reliquia della Cristianita’. Ancora una volta scienza e fede trovano impossibile conciliare le proprie visioni del mondo. Non e’ facile porre un freno alle manie fideistiche di “credenti” che adorano oggetti ritenuti sacri negando ogni razionalita’, quando gli studiosi si trovano a confrontarsi con masse incolte di sostenitori, i quali dicono tra l’altro che “il mondo ha seimila anni e che Adamo ed Eva passeggiavano insieme ai dinosauri”. E’ davvero stupefacente come nel 2010 ci si comporti ancora come migliaia d’anni fa quando l’uomo adorava vitelli d’oro, la Luna, Zeus o Pallade Atena. Invitandovi a comprare in edicola MicroMega come contributo alla Ragione, WSI ripubblica il sommario e gli abstract della rivista, una forza d’urto intellettuale e laica anti-Sindone senza precedenti, proprio nel giorno in cui il Papa Benedetto XVI torna a Roma da Torino dopo l’ennesima ostensione del noto telo. Siamo all’apice di un’ondata di culto quasi feticistico avallata da un Vaticano scosso – in tutto il mondo – dal terribile scandalo dei preti pedofili.

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da MicroMega del 4/2010 “L’inganno della Sindone”:

Piergiorgio Odifreddi / monsignor Giuseppe Ghiberti – Diavolo e acqua santa a confronto sulla Sindone.

Da una parte il matematico irriverente, per il quale la Sindone è una ‘bufala’ che ‘come testimonianza storica vale tanto quanto il film di Gibson’. Dall’altra il monsignore presidente della Commissione per la sindone della diocesi di Torino, per il quale ‘la forza della Sindone’ sta proprio nella ‘povertà di certezze’ e nel suo ‘messaggio’. Un carteggio fra punti di vista opposti sulla più controversa e studiata reliquia della cristianità.

Mauro Pesce – I vangeli e la Sindone

Cosa c’è dietro la recente scelta della Chiesa cattolica di ‘puntare’ sulla Sindone? Perché le gerarchie sembrano voler tornare a promuovere forme di culto più o meno feticistiche? Per rispondere a queste domande, e per dare un giudizio su quanto sta accedendo, può essere utile rivolgersi ai testi del primo cristianesimo, da dove emerge chiaramente una ‘religione della parola e dello spirito’, non delle immagini e delle reliquie.

Luigi Garlaschelli – Perché la Sindone è un falso

Nessuna altra reliquia è stata mai esaminata come la Sindone e i risultati di queste indagini dimostrano che si tratta di un falso. Parte del persistente dibattito deriva dal fattoche, secondo i sostenitori dell’autenticità, le caratteristiche della Sindone non possono essere spiegate né tanto meno riprodotte. Ma neanche questo è vero. Ecco come abbiamo riprodotto il ‘sudario di Gesù’.

Antonio Lombatti – Sindoni giudaiche contemporanee a Gesù

I conti non tornano: troppe discrepanze tra la Sindone di Gesù e i riti e costumi giudaici del tempo. Gli ebrei utilizzavano tessuti assai diversi, una torcitura ad S e, di norma, usavano legare completamente il corpo. Aspetti diversi sono ben visibili nel telo esposto a Torino. Tanto che per il paleoantropologo Joe Zias non solo si tratta di un evidente falso, ma anche di un falso di pessima fattura.

Paolo Cozzo – Le mille e una Sindone

È nell’età costantiniana che il cristianesimo si fece una religione di ‘morte ossa’ con le reliquie che cominciarono ad avere un forte significato. Così le sindoni si diffusero a Besançon, come a Oviedo e in tutto l’Occidente. Il telo di Torino non era il solo, ma prevalse nel tempo grazie alla volontà politica dei Savoia.

Andrea Nicolotti – La leggenda delle scritte sulla Sindone

Una pubblicazione della storica Barbara Frale esamina una serie di presunte scritte, invisibili sulla Sindone, che risulterebbero percepibili su alcune fotografie del telo. Queste iscrizioni, che già in passato alcuni studiosi hanno variamente interpretato, sono inesistenti; non è credibile l’ipotesi di Frale, secondo la quale esse costituirebbero l’atto di sepoltura di Gesù di Nazaret.

Gaetano Ciccone – Sindone, pollini e bugie

Ancora oggi lo studio di Max Frei sulla presenza di pollini sulla Sindone è accettato acriticamente dai sindonisti come una delle prove principali a sostegno della sua autenticità. Mentre è dimostrabile e dimostrato che i suoi dati sono falsi e inattendibili.

Gian Marco Rinaldi – Le strane monete dei sindonologi

Fra le prove fornite dai sindonologi dell’antichità della Sindone ci sono le impronte di due monete romane all’altezza degli occhi della presunta immagine del volto di Gesù. Esistono davvero quelle impronte? No, e questo non sorprende. Potrà sorprendere invece il livello di stravaganza cui riescono a spingersi i sostenitori dell’autenticità a tutti i costi.

Giuseppe Platone – Il sacro business

‘Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?’ (Luca 24,5). Per i protestanti, la cui cultura religiosa rifugge dal culto di oggetti, immagini e luoghi sacri, l’ostensione della Sindone rappresenta un’operazione ambigua e commerciale, tipica della religione intesa come instrumentum regni. Dove, ieri come oggi, trono e altare si sostengono e incoraggiano a vicenda.

Stefano Milani – Il medioevo televisivo della Sacra Sindone

Non c’è trasmissione del palinsesto televisivo italiano che in questi mesi non si sia occupata per almeno un minuto del sudario di Cristo. ‘Immagini esclusive’, ‘rivelazioni scottanti’, ‘prove inconfutabili’. Tutti a cavalcare e amplificare la tesi dell’autenticità senza ascoltare mai l’altra campana, grazie a editori compiacenti e a conduttori in odore di santità.

Alessandro Robecchi – Il telo ‘made in China’

Uno excursus storico sulla origine della Sindone tra i tanti misteri e alcune certezze: il telo non può essere né il sudario di Gesù (morto almeno dodici secoli prima) né l’asciugamano di Tardelli dopo la finale Italia-Germania (disputatasi sette secoli dopo). Un viaggio crudo ma sarcastico tra scienza e fede, tra studiosi e sostenitori che ‘il mondo ha seimila anni e che Adamo ed Eva passeggiavano insieme ai dinosauri’.

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Il più celebre studio condotto sulla Sindone di Torino, per la grande risonanza che ebbe all’epoca sui mezzi d’informazione, è la datazione del lenzuolo eseguita nel 1988 con la tecnica radiometrica del Carbonio 14. La prova del carbonio ha stabilito che il telo risale, con una probabilità del 95%, a una data compresa tra il 1260 e il 1390, periodo compatibile con le prime testimonianze storiche certe dell’esistenza della Sindone (circa 1353).

Questa datazione è generalmente accettata dalla maggior parte della comunità scientifica. http://it.wikipedia.org/wiki/Sindone_di_Torino

«Siamo riusciti finalmente a dimostrare che era fattibile con gli strumenti dell’epoca». Lo dichiara Luigi Garlaschelli, docente di chimica organica all’ Università di Pavia e autore dell’esperimento che, in pochi giorni, ha riprodotto una copia della Sacra Sindone identica all’originale utilizzando strumenti e materiali disponibili nel 1300.

La copia è stata esposta, per la prima volta al pubblico, durante il convegno con cui il Cicap, Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale, celebra i suoi vent’anni. «L’implausibilità della Sindone – spiega lo studioso – è stata già affermata da molti, e per varie ragioni. Una tessitura mai usata nel primo secolo, il modo in cui si sarebbe dovuto ricoprire il cadavere, contrario agli usi ebraici del tempo, la resa chiaramente artistica dei capelli, delle colature di sangue, degli arti, la mancanza delle deformazioni geometriche che ci aspetteremmo da un’impronta lasciata da un corpo umano su un telo avvolto. E soprattutto il fatto che la Sindone comparve in Francia solo verso il 1357».

Riguardo a ciò che voleva dimostrare con l’esperimento Garlaschelli afferma che «ha torto chi continua a sostenere che non può essere stata fatta da mano umana, che è stata prodotta miracolosamente, oppure che ci sarebbe voluto un tale flusso di neutroni, una scarica di un milione di volt, cioè un miracolo. Già vari indizi provavano che è medievale, e la datazione col C 14 ha già confermato che fu fatta attorno al 1353». «Chi crede continuerà a crederci. Fra gli esperti sindonologi credenti saranno oggi 100 in tutto il mondo: non si arrenderanno neanche adesso. La Chiesa – conclude – ufficialmente non prende posizione sull’autenticità».

Leggere anche:
1) EVIDENCES FOR TESTING HYPOTHESES
ABOUT THE BODY IMAGE FORMATION OF
THE TURIN SHROUD

2) Tornielli (Il Giornale): 4 studiosi spiegano perché il C14 non fu attendibile
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Sindone: “È un falso medievale. Ecco la prova”

di Laura Laurenzi

La Repubblica 5.10.09

Una copia identica all´originale è stata realizzata in pochi giorni con strumenti e materiali disponibili nel 1300 Il risultato dell´esperimento sarà presentato la prossima settimana al convegno per i vent´anni del Cicap
Un dottorando fatto sdraiare sotto un telo di lino dalla speciale tessitura e macchiato d´ocra.

Per la prima volta la Sindone è stata riprodotta uguale all´originale in ogni dettaglio, con tecniche e materie prime disponibili nel 1300. «Siamo finalmente riusciti a dimostrare che era fattibile con gli strumenti dell´epoca», spiega Luigi Garlaschelli, docente di chimica organica all´Università di Pavia e autore dell´esperimento. Il suo lenzuolo-copia (in realtà sono ben tre) sarà esposto e mostrato per la prima volta al pubblico durante il convegno con cui il Cicap – il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale – celebra i suoi vent´anni il 9, il 10 e l´11 ottobre ad Abano Terme.

Tempo tecnico per ottenere la Sindone: una settimana. Ma l´esperimento ha richiesto lunghi mesi ed è stato eseguito in parte all´Università di Pavia, per gli esami spettroscopici, ma sostanzialmente nel laboratorio dello stesso Garlaschelli, «la mia bat-caverna», scherza lo scienziato. La ricerca è stata finanziata dal Cicap e dall´Uaar (unione atei agnostici razionalisti) ed è costata «alcune migliaia di euro», non precisa meglio Garlaschelli. Solo 2.500 euro è il prezzo pagato per i 15 metri di lino intessuto a spina di pesce.

«L´implausibilità della Sindone, la cui prossima ostensione avverrà nel 2010, è stata già affermata da molti, e per varie ragioni – ricorda lo studioso – Una tessitura mai usata nel primo secolo, il modo in cui si sarebbe dovuto ricoprire il cadavere, contrario agli usi ebraici del tempo, la resa chiaramente artistica dei capelli, delle colature di sangue, degli arti, la mancanza delle deformazioni geometriche che ci aspetteremmo da un´impronta lasciata da un corpo umano su un telo avvolto. E soprattutto il fatto che la Sindone comparve in Francia solo verso il 1357».

Per il suo esperimento lo scienziato ha messo in pratica, estendendolo a tutto il corpo, il metodo suggerito dallo studioso americano Joe Nickell nel 1983. Questo il racconto delle varie fasi così come saranno rese note ad Abano: «Abbiamo fatto tessere un telo di lino a spina di pesce identico a quello della Sindone sia come filato che come peso. Il telo è stato disteso sopra un volontario, un nostro dottorando, e con un tampone sporcato di ocra rossiccia sono state sfregate solo le parti più in rilievo. L´immagine è stata poi rifinita a mano libera dopo avere steso il telo su una superficie piana».

Solo il volto è stato realizzato con l´aiuto di un bassorilievo di gesso, indispensabile per evitare una distorsione dei lineamenti. Con tempera liquida sono stati poi aggiunti i segni dei colpi di flagello e le macchie di sangue. «Successivamente abbiamo aggiunto l´equivalente delle impurità che sarebbero state presenti nell´ocra usata dall´artista medievale. Dopo diversi tentativi con sali e acidi vari, abbiamo utilizzato acido solforico all´1,2 per cento circa in acqua, mescolato con alluminato di cobalto. Abbiamo ripetuto questo procedimento utilizzando una tela di lino preventivamente invecchiata scaldandola in una stufa a 215 gradi per tre ore, e poi lavandola in lavatrice con sola acqua». Segue un ultimo invecchiamento artificiale accelerato sul pigmento, che viene poi lavato via.

«Il risultato è, come speravamo, un´immagine tenue, sfumata, dovuta a un ingiallimento delle fibre superficiali del lino, e non fluorescente ai raggi ultravioletti – conclude emozionato Garlaschelli – Il negativo è somigliante a quello del volto sindonico e, se elaborato al computer, mostra analoghe proprietà tridimensionali». E tre, non una, saranno le Sindoni (per ora arrotolate in un armadio) che lo studioso porterà al convegno del Cicap e di fronte alla comunità scientifica. Una – completa – di 4 metri e 40 per un metro e 10, una lunga due metri e mezzo che è solo il davanti e una terza delle stesse misure con soltanto l´ocra: come doveva essere la Sindone appena fatta, senza le bruciature.

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SINDONE La copia degli scienziati del Cicap è un falso. Ecco le prove

di Giulio Fanti

Il Sussidiario giovedì 8 ottobre 2009

In riferimento all’articolo del 5/10/2009 de La Repubblica, “Sindone – è un falso medievale. Ecco la prova” c’è da stupirsi per le affermazioni prive di rigore scientifico ivi riportate. Ogni tanto qualche persona in cerca di notorietà ottiene spazio nei media dichiarando di avere riprodotto la Sindone o una parte di essa, ma quando si approfondisce il discorso “casca il palco”. È infatti possibile riprodurre alcune fattezze macroscopiche della Sindone, ma è assai più difficile riprodurre le caratteristiche microscopiche dell’immagine corporea ivi impressa. Nessuno, nemmeno con lo stato dell’arte delle tecnologie attuali, è stato sinora capace di riprodurre tutte insieme tali caratteristiche estremamente particolari. Anche un articolo a nome di 24 studiosi pubblicato su Internet (www.shroud.com/pdfs/doclist.pdf ) riporta l’impossibilità attuale di riprodurre tutte le fattezze della Reliquia più importante della Cristianità.

In particolare nell’articolo in questione, il Dr. Garlaschelli non dice nulla riguardo la profondità di colorazione, che è molto sottile (un quinto di millesimo di millimetro) nel caso dell’immagine Sindonica ed è praticamente impossibile riprodurre tale profondità tramite le sostanze chimiche utilizzate dal Dr. Garlaschelli.

Se tuttavia il Dr. Garlaschelli avesse effettivamente trovato il modo di riprodurre qualcosa di simile alla Sindone, egli avrebbe dovuto sottoporre al vaglio della comunità scientifica i suoi risultati prima di esporli ad un pubblico impossibilitato ad eseguire verifiche dettagliate di laboratorio, ad esempio analisi microscopichiche che toglierebbero ogni dubbio riguardo la profondità submicrometrica della colorazione.

Il sottoscritto ha lanciato pubblicamente a “Porta a Porta” una sfida scientifica dichiarando che la Sindone non è riproducibile e sarebbe stato pronto a cambiare parere appena qualcuno gli avesse dato modo di studiare campioni similsindonici da analizzare con gli strumenti adatti.
L’ENEA di Frascati da anni sta studiando come sia possibile riprodurre alcune caratteristiche dell’immagine corporea ed ha ottenuto risultati incoraggianti utilizzando laser eccimeri (G. Baldacchini et al. articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica statunitense Applied Optics il 18-3-2008), ma la strada è lunga prima di potere ottenere qualcosa di uguale all’immagine corporea della Sindone.

All’Università di Padova sono in corso esperimenti di colorazione di lini mediante effetto corona, ed i risultati ottenuti sembrano assai incoraggianti www.ohioshroudconference.com/papers/p15.pdf.

Ad ogni modo da una prima osservazione della fotografia dell’immagine pubblicata dal Dr. Garlaschelli, sembra che non si sia ottenuto alcunché di nuovo perché analoghe immagini sperimentali furono considerate nel lavoro pubblicato nel Journal of Imaging Science and Technology, (vol. 46-2) nel lontano 2002, risultando molto carenti delle gradazioni intermedie di colore rispetto all’immagine sindonica.

Inoltre l’immagine ora proposta, che si basa su altri studi precedenti di migliore riuscita come quello ottenuto dalla studiosa americana Emily Craig, è già stato analizzato a livello microscopico con risultati alquanto deludenti; la fotografia allegata mette a confronto la colorazione uniforme delle fibrille sindoniche di immagine con quelle ottenute utilizzando pigmenti a base di ossido di ferro.

Infine un cenno alla datazione al carbonio 14 citata dal Dr. Garlaschelli: il risultato ha scarso valore scientifico a causa dei gravi errori statistici pubblicati (Nature, 1989) i quali dimostrano che il campione analizzato non è rappresentativo della Reliquia più importante della cristianità.
Il sottoscritto è pronto ad analizzare il nuovo risultato dal punto di vista scientifico per trarne le dovute conclusioni che potranno essere discusse a livello di esperti (eventualmente anche internazionali coinvolgendo il gruppo ShroudScience – gruppo mondiale di più di un centinaio di studiosi sull’argomento), prima che siano fatte comunicazioni sui media prive di riscontro scientifico.

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Ripubblichiamo l’articolo di Luigi Garlaschelli intitolato:

Il Mistero del Telo Sindonico – da La Chimica e l’ Industria (1998)

La Sindone di Torino celebra quest’anno sè stessa: nel 1898, infatti, venne scattata la sua prima fotografia, il cui negativo sembrò tanto “realistico” da fare gridare al miracolo e segnare l’avvio di una disciplina tutta particolare: la sindonologia. Essa analizza il Telo dal punto di vista tecnico-scientifico, con lo scopo di comprovarne o meno l’autenticità. 1 Dunque, da un secolo, non dovrebbero più essere le ragioni dottrinali o di fede a convincere, ma “le ragioni della Scienza”.

Poiché molte analisi condotte sulla Sindone furono di tipo chimico, non sembra inopportuno presentare una brevissima panoramica dei principali problemi riguardanti lo studio di queste celeberrima reliquia, delle discussioni che essa ha generato nel corso dei secoli, e dei contrasti che continuano tutt’ora, anche dopo il test col Carbonio 14 che la condannò come artefatto medievale.

E’ sottinteso e ovvio che qui non si tratta di di un problema di fede, ma tecnico: i miracoli, e tantomeno le reliquie più o meno autentiche, non sono dogmi, e la Chiesa stessa ha una lunga tradizione di indagini scientifiche in merito.

La Sindone di Torino non è affatto nota dal primo secolo dopo Cristo. Questa discussa reliquia comparve improvvisamente in Francia, a Lirey, verso il 1357, proprietà dei discendenti di Goffredo di Charny, un piccolo feudatario. Immediatamente Henri de Poitiers, il vescovo della locale diocesi (Troyes) si oppose all’ostensione che veniva fatta del telo, ritenendolo un evidente falso. Infatti i Vangeli non ne parlano, né egli riteneva verosimile che esso fosse rimasto sconosciuto per tredici secoli. Le ostensioni ripresero trent’anni dopo, e ancora il nuovo vescovo, Pierre d’Arcis, si oppose. Dopo un lungo braccio di ferro tra lui e il decano della chiesa ove avvenivano le ostensioni, nel 1389 il vescovo si appellò al Papa Clemente VII con un lungo memoriale, nel quale si racconta come il suo predecessore avesse addirittura trovato l’artista che l’aveva “astutamente dipinta”.

Il papa permise le ostensioni a patto che si dicesse ogni volta che si trattava di una raffigurazione, e non del vero Sudario di Cristo. Le ostensioni cessarono, e il Telo passò poi, tramite la nipote di Goffredo, ai Savoia; costoro la trasferirono prima a Chambéry (ove essa subì i danni di un incendio, ancora visibili), e poi a Torino.

Dimenticate lentamente le poco nobili origini e le polemiche iniziali della Sindone, i Savoia ne promossero sempre più il culto, fino ad ottenere l’avallo dichiarato di alcuni papi, come Giulio II.

Tra le mille reliquie medievali, come spine della corona, pezzi di legno e chiodi della croce, sandali e tunica di Gesù, frammenti del suo cordone ombelicale ed altro ancora, le sindoni non erano una novità. Generalmente erano teli bianchi (i Vangeli non citano alcuna impronta su di essi). Esistevano invece dei piccoli asciugamani detti Veroniche o, in oriente, mandylion, su cui, secondo varie leggende, Gesù avrebbe lasciato impresso il suo volto da vivo: con gli occhi aperti, e nessun segno della Passione. Ne erano esempi famosi il mandylion di Edessa, e nel Trecento il sacro Volto di Roma e quello di Genova ( ne parla anche Dante). E’ forse dall’unione dei due concetti di impronta miracolosa e di sudario che nacque l’idea di una sindone recante l’impronta dell’intero corpo.

Una sindone gemella a quella di Lirey, quasi certamente di origine bizantina, era venerata fin dal Duecento a Besançon. Bruciata in un incendio nel 1349, fu “ritrovata” intatta 28 anni dopo e tornò a diventare famosa. Questo dunque negli stessi anni in cui ne esisteva una seconda a Lirey, a poche centinaia di chilometri di distanza.

Nel nostro secolo, anche prima delle raffinate analisi spettroscopiche, l’implausibilità della Sindone di Torino fu affermata da molti, per varie ragioni: una tessitura mai usata nel primo secolo; il modo del tutto assurdo, e mai documentato storicamente, in cui si sarebbe dovuto ricoprire il cadavere; la resa chiaramente artistica dei capelli, delle colature di sangue, degli arti; e soprattutto la totale mancanza delle deformazioni geometriche che sarebbero da attendersi da un’impronta lasciata – con qualunque mezzo – da un corpo umano su un telo avvolto o appoggiatovi, ecc.

Molti sindonologi autenticisti (i termini sono diventati nei fatti quasi un sinonimo) furono e sono medici legali piuttosto che fisici o chimici. A loro dire, la precisione anatomo-patologica delle ferite e delle lesioni riportate sulla Sindone sono completamente realistiche e compatibili solo con un vero cadavere. Di queste affermazioni mancano però controprove sperimentali, e il parere di medici critici viene in genere taciuto – o meglio, nemmeno richiesto. Queste considerazioni erano di moda nella prima metà del secolo.

Nello stesso periodo si propose una prima teoria chimica che tentava di spiegare la formazione di quell’immagine così sfumata. Era la teoria “vaporografica” di Vignon (1902) secondo la quale i vapori di ammoniaca (originata dall’urea emessa dal cadavere) avrebbe reagito con olii, aloe e mirra sul lenzuolo. Gli esperimenti pratici furono un fallimento: a causa della prevedibile diffusione dei vapori si sono sempre ottenute impronte del tutto informi. L’aloe e la mirra sul telo sono però ancora invocate da diversi sindonologi odierni: queste sostanze reagirebbero con componenti del sangue presente sul cadavere, a dare una colorazione bruna. Oltre alle inevitabili deformazioni geometriche di cui sopra, queste teorie di genesi dell’immagine per contatto diretto di un corpo con un telo producono un effetto “timbro” senza sfumature.

Ma sono le analisi di laboratorio quelle di cui ormai si discute più spesso; per esempio circa la presenza o meno di sangue. Ovviamente, su una sindone falsa si potrebbe trovare sangue, coloranti, o entrambi; ma una sindone vera – anche se fosse stata ritoccata con colori – deve necessariamente possedere tracce di sangue.

Una prima commissione di indagine istituita dal cardinale Pellegrino nel 1973 diede però risultati deludenti.

Su dieci fili prelevati da varie macchie di “sangue” il laboratorio di analisi forensi del prof. Giorgio Frache di Modena ebbe solo risultati negativi. Esami microscopici condotti da Guido Filogamo e Alberto Zina non mostrarono tracce di globuli rossi o altri corpuscoli tipici del sangue. La quantità di materia sui fili nelle zone delle macchie è così grande che difficilmente tali analisi avrebbero potuto produrre dei “falsi negativi”. Si videro invece granuli di una materia colorante che non si dissolveva in glicerina, acqua ossigenata o acido acetico, e sulla cui natura non ci si pronunciò. Le analisi per cromatografia su strato sottile eseguite da Frache furono pure negative. Un altro membro della commissione, Silvio Curto, trovò tracce di un colorante rosso.

Si deve anche notare che il “sangue” sulla Sindone è ancora molto rosso, mentre è ben noto che normalmente la degradazione dell’emoglobina lo rende scurissimo in breve tempo. Secondo i fautori della Sindone, ciò dimostra che il corpo era stato trattato con sostanze conservanti.

Nel 1978 l’allora vescovo di Torino cardinale Ballestrero (coadiuvato dal professor Gonella del Politecnico di Torino in qualità di consulente scientifico) permise una nuova serie di analisi. La Sindone fu esaminata per 120 ore da un gruppo di scienziati americani, lo STURP (Shroud of Turin Research Project), che la sottopose a una serie di test chimici, fisici e spettroscopici sui quali ancora oggi si discute.

In netto contrasto con i risultati predetti, i chimici dello STURP Heller e Adler – nessuno dei quali è però un esperto di analisi forensi, e che furono i soli ad eseguire queste microanalisi – dissero di avere accertato la presenza di sangue perché avevano ottenuto le reazioni tipiche delle porfirine. Nessuna delle loro ulteriori analisi è specifica per il sangue. Il test delle porfirine, per es., sarebbe positivo anche su tracce di origine vegetale. Nel 1980 il notissimo microscopista americano Walter McCrone trovò sui nastri che la commissione dello STURP gli aveva passato tracce di ocra rossa, cinabro (HgS: pigmento rosso molto usato nel medioevo) e di alizarina (pigmento vegetale rosso-rosa). McCrone riportò inoltre la presenza di un legante per le particelle di pigmento che vide, che potrebbe essere collagene (gelatina) o bianco d’uovo. In pratica si tratterebbe di colori a tempera. Recentemente la presenza di sangue umano (gruppo AB) sarebbe stato ri-dimostrato grazie ad analisi immunologiche: test tanto sensibili da rendere difficile discriminare tra campione e inquinamenti.

Le caratteristiche intrinseche dell’immagine sono molto interessanti. Essa viene paragonata a una specie di negativo fotografico, il cui positivo, (quello che spesso vediamo), appare così realistico. Altri fatti indiscussi sono che l’immagine è superficiale (non passa dall’altra parte del telo), e che non è prodotta da pigmenti o coloranti, (a differenza delle macchie di sangue, che intridono tutto lo spessore della tela con una sostanza che incolla le fibre, e in cui sono visibili particelle rosse). L’immagine è dovuta ad un ingiallimento delle fibre di cellulosa, in pratica a una degradazione dovuta a disidratazione e ossidazione.

La difficoltà nello spiegare queste caratteristiche induce molti a escludere l’opera di un falsario. In realtà sono state proposti almeno due metodi atti a generare una simile immagine. Il primo4 prevede l’uso di un bassorilievo di metallo riscaldato. Appoggiandovi sopra un telo, questo si strina, permettendo di ottenere automaticamente un’impronta negativa, indistorta, sfumata, indelebile, non pittorica, ecc. Il secondo metodo 5 parte ancora da un bassorilievo (questa volta a temperatura ambiente) su cui si dispone un telo. Questo viene poi strofinato con un tampone e del colore in polvere, a secco, per esempio ocra rossiccia. Nel corso dei secoli l’ocra si sarebbe persa, ma tracce acide contenute nel pigmento iniziale avrebbero prodotto la debole immagine residua che ammiriamo oggi. A sostegno di questa congettura vi sono anche microparticelle di ocra ritrovate da McCrone solo nelle aree dell’immagine.

Le analisi spettrali dello STURP indicano che l’immagine del corpo ha proprietà estremamente simili a quelle delle bruciature, ancora ben visibili, che la Sindone subì in un incendio nel 1532. Nel suo rapporto finale lo STURP considera sia l’ipotesi di una strinatura che quella di una disidratazione chimica come molto verosimili, pur ammettendo che la reale origine dell’immagine non è risolta.

Lo STURP – molti componenti del quale erano convinti fautori dell’autenticità della reliquia – raccomandò una nuova serie di analisi. Una sola di queste fu eseguita nel 1988: la radiodatazione col metodo del 14C.

Ancora il cardinale Ballestrero e Gonella scelsero i tre laboratori, a livello mondiale, con maggior esperienza in questa tecnica: Tucson, Oxford e Zurigo. Coordinatore fu il professor Tite del British Museum, considerata un’istituzione prestigiosa al di sopra delle parti. Il 21 aprile 1988 furono prelevati piccoli campioni da un angolo del telo. I risultati complessivi 6 dei tre laboratori furono resi pubblici dal cardinale Ballestrero in una conferenza stampa indetta a Torino il 13 ottobre 1988.

I test di datazione circoscrissero l’età del telo (con una fiducia del 95%) al periodo compreso fra il 1260 e il 1390. L’età accertata del Lino coincide dunque con l’età storica nota.

Nel comunicato ufficiale, così come nella conferenza stampa, il prelato dimostrò di accettare e adeguarsi ai risultati del test:

“Penso non sia il caso di mettere in dubbio i risultati. E nemmeno è il caso di rivedere le bucce agli scienziati se il loro responso non quadra con le ragioni del cuore.”.

Chi non si rassegnò al responso di scienziati indipendenti furono i fautori ad oltranza dell’autenticità, che imbastirono varie linee di obiezioni. Alcune deliranti (congiura dei laboratori con complicità di Ballestrero), altre risibili (prelevato un rammendo invisibile anziché frammenti della Sindone). L’ipotesi più spesso ripetuta sembra ora che il prelievo fosse inquinato da sporcizia costituita di carbonio più “moderno” che avrebbe ringiovanito il telo. L’obiezione pare poco fondata. I frammenti furono ovviamente sottoposti a sperimentatissimi processi standard di pulizia, alcuni dei quali arrivano a “scorticare” le fibre di cellulosa. Radiodatazioni effettuate a vari livelli di pulizia non diedero risultati diversi tra loro.
E’ stato anche calcolato che occorrerebbero 3 o 4 grammi di sudiciume moderno ogni 6 grammi di cellulosa, affinchè un telo dell’epoca di Cristo ringiovanisse di tredici secoli. Ciò vale per qualunque tipo di inquinamento si voglia mettere in conto, anche certe muffe particolari non eliminabili per lavaggio che sarebbero state osservate da poco (comunque le piante senza clorofilla non assorbono CO2 dall’aria, ma metabolizzano il materiale su cui crescono, quindi la quantità di 14C presente non può alterarsi).

Nel 1993 compare sulla scena anche un chimico russo divenuto subito famoso, Dimitri Kouznetsov, esperto di analisi della cellulosa con metodi di elettroforesi capillare – gas massa. Costui ha scaldato campioni di tela antica in un’atmosfera controllata ed in presenza di acqua contenente ioni Ag+, simulando l’incendio subìto dalla Sindone a Chambéry nel 1532, quando il telo era contenuto in una cassa con ornamenti argentati, su cui fu versata l’acqua di spegnimento.

In queste condizioni, grazie alla catalisi del metallo, della CO2 si fisserebbe sulle unità di glucosio costituenti le catene di cellulosa, apportando carbonio “recente”. Un’attenta lettura del lavori 7 di Kouznetsov consiglierebbe qualche cautela prima di accettare la verosimiglianza dei suoi risultati. Nel glucosio carbossilato della cellulosa vi è solo un atomo di Carbonio nuovo su sette, e (egli stesso dice) solo il 20% del glucosio risulterebbe carbossilato. In totale un settimo del 20 per cento, ovvero circa il 2.9 per cento.

Fatti i calcoli, al massimo il telo ringiovanirebbe di un secolo. Kouznetsov deve ricorrere a ipotesi ad hoc aggiuntive per far quadrare i conti secondo i suoi desideri: altera arbitrariamente la curva di taratura delle variazioni di 14C nei secoli, e inoltre suppone che nelle piante le fibre (che si isolano durante la filatura) si arricchiscano moltissimo di 14C rispetto al resto del vegetale per uno strano effetto di biofrazionamento isotopico scoperto da lui. Fatto questo, egli fa radiodatare il suo campione “ringiovanito” – anziché a Tucson o Oxford – in un acceleratore russo non noto alla comunità scientifica. Non sorprende che né gli scienziati di Tucson 8 né gli stessi sindonologi sperimentalisti siano mai riusciti a riprodurre i suoi risultati.

Altre affermazioni meravigliose dei sindonologi (tracce di monetine romane, pollini vari, miniature raffiguranti la Sindone prima del 1357) sono, dimostrabilmente, capziose e assai poco verosimili.

Da ora alla prossima ostensione per il Giubileo dell’anno 2000 sono da attendersi altri colpi di scena nella avvincente storia di questa contoversa reliquia. Ma forse la voce dei fautori ad oltranza sarà sempre più spesso accompagnata da quella dei critici.

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1. Baima Bollone, Pier Luigi: Sindone o no. Torino, SEI, 1990.

2. Papini Carlo: Sindone – Una sfida alla scienza e alla fede. Claudiana. Torino, 1998.

3. Schwalbe R. A. e Rogers R. N. “Physics and Chemistry of the Shroud of Turin: A Summary of the 1978 Investigation”, Analytica Chimica Acta, 135 (1982) p. 24.

4. Pesce Delfino, Vittorio: E l’uomo creò la Sindone. Bari, Dedalo, 1982.

5. Nickell, Joe: Inquest on the Shroud of Turin. Buffalo, N.Y., Prometheus Books, 1983/1987.

6. Damon, P.E. et al.: Radiocarbon dating of the Shroud of Turin. Nature, 337, 1989, 611-15.

7. a) Kouznetsov D. et al. J. Archaeological Science, 23, 109 (1996).
b) Kouznetsov D. et al. Archaeological Chemistry, ACS Symposium Series 625, ACS, 1966, Cap.18.

8. Damon P.E et al.: Archaeological Chemistry, ACS Symposium Series 625, ACS, 1966, Cap.19.

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SINDONE, QUESTO FALSO

Di Piergiorgio Odifreddi

da Repubblica (25 novembre 2000)

La conquista di Costantinopoli del 1204 rivelò all’Occidente la cornucopia di reliquie conservate nei santuari di Bisanzio. Comprate o trafugate dai crociati, in breve tempo esse andarono ad arricchire il patrimonio di meraviglie sacre conservate nelle chiese medioevali, per l’elevazione spirituale dei fedeli e materiale del clero.

Miracolosamente sopravvissute nei millenni, le memorie del Vecchio Testamento erano sorprendenti: la mensa di Abramo; la scure con cui Noè costruì l’arca, e il ramoscello d’ulivo riportato dalla colomba dopo il diluvio; le tavole della legge e la verga di Mosè; la manna e l’arca della Santa Alleanza; tre delle trombe con cui Giosuè fece crollare le mura di Gerico; il trono di David … Altrettanto incredibili erano i reperti del Nuovo Testamento: la mangiatoia di Betlemme; ampolle col latte della Madonna e l’ultimo respiro di San Giuseppe; il cordone ombelicale e otto prepuzi di Gesù bambino; i suoi denti da latte, più vari frammenti di unghie e peli di barba; le pietre sulle quali fu circonciso e battezzato; le lettere che avrebbe scritto di proprio pugno; i dodici canestri della moltiplicazione dei pani; il famoso Santo Graal, cioè il calice dell’ultima cena; il catino in cui Cristo lavò i piedi agli apostoli, e il panno con cui li asciugò; la clamide scarlatta, la corona di spine, lo scettro di canna, il flagello e le orme dei suoi piedi di fronte a Pilato; la Veronica col suo volto; la cenere del falò acceso dopo la rinnegazione di Pietro; molti chiodi della croce, e un numero enorme di suoi frammenti di legno; in miracoloso contrasto con essi, la croce tutta intera, ritrovata nel 326 dalla madre di Costantino; la spugna, l’aceto, la canna e la punta della lancia del centurione; il marmo su cui il corpo fu deposto, con i segni delle lacrime della Madonna; la candela che illuminava il sepolcro; il dito che l’apostolo Tommaso mise nel costato; la pietra dell’assunzione al cielo …

Benché alcune di queste reliquie siano (state) conservate nelle basiliche più sacre della Cristianità, da Santa Maria Maggiore a San Giovanni in Laterano, chiunque argomentasse seriamente oggi a favore della loro attendibilità storica verrebbe quasi sempre preso per matto. Quasi, ma non sempre, almeno a giudicare dai milioni di fedeli accorsi a Torino a vedere la Sindone durante l’ostensione da poco conclusasi. O meglio, una delle quarantatré Sindoni di cui si ha notizia: alcune con immagini, e altre no; molte andate distrutte da incendi e, come già ironizzava Calvino, prontamente rimpiazzate; una, quella miracolosa di Besançon, distrutta per ordine del Comitato di Salute Pubblica durante la Convenzione Nazionale della Rivoluzione Francese.

La Sindone di Torino, un telo di lino di circa quattro metri per uno, apparve per la prima volta nel 1353 presso Troyes, nel cuore della regione di Chartres e Reims, famose per le loro cattedrali. Il telo reca una doppia immagine, fronte e retro, di un cadavere nudo, rappresentato secondo i canoni e le proporzioni dell’arte gotica dell’epoca: figura rigidamente verticale, gambe e piedi paralleli, tratti del viso più caratterizzati di quelli del corpo. La presenza di segni di ferite in perfetto accordo con il racconto evangelico della passione poteva far supporre che quella fosse un’immagine impressa dal corpo di Cristo sepolto, stranamente mai menzionata nei testi sacri, né rappresentata iconograficamente nel primo millennio.

Nel 1389 il vescovo di Troyes inviò però un memoriale al papa, dichiarando che il telo era stato “artificiosamente dipinto in modo ingegnoso”, e che “fu provato anche dall’artefice che lo aveva dipinto che esso era fatto per opera umana, non miracolosamente prodotto”. Nel 1390 Clemente VII emanò di conseguenza quattro bolle, con le quali permetteva l’ostensione ma ordinava di “dire ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta a raffigurazione o imitazione del Sudario”.

Alla testimonianza storica del pontefice di allora, evidentemente diverso da altri suoi successori, possiamo oggi aggiungere la conferma scientifica della datazione al radiocarbonio effettuata nel 1978 da tre laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, su incarico della diocesi di Torino e del Vaticano: la data di confezione della tela si situa tra il 1260 e il 1390, e l’immagine non può dunque essere anteriore. Stabilito che la Sindone è un artefatto, rimane da scoprire come sia stata confezionata.

L’immagine è indelebile, essendo sopravvissuta sia a ripetute immersioni in olio bollente e liscivia effettuate nel 1503 in occasione di un incontro tra l’arciduca Filippo il Bello con Margherita d’Austria, sia al calore di un incendio del 1532, che la danneggiò in più punti. Inoltre, è negativa (le parti in rilievo sono scure, quelle rientranti chiare), unidirezionale (il colore non è spalmato), tridimensionale (l’intensità dipende dalla distanza tra la tela e la parte rappresentata), e ottenuta per disidratazione e ossidazione delle fibre. Siamo dunque di fronte non a una pittura ma a un’impronta, che certo non può essere stata lasciata da un cadavere.

Dal punto di vista anatomico, infatti, le immagini frontale e dorsale non hanno la stessa lunghezza (differiscono di quattro centimetri), ma hanno la stessa intensità, benché il peso sia tutto scaricato sul retro; l’avambraccio destro è più lungo del sinistro; le braccia sono piegate ma le mani ricoprono il pube, il che richiederebbe una tensione delle braccia o una legatura delle mani; le dita sono sproporzionate, e l’indice e il medio sono uguali; posteriormente si vede l’impronta del piede destro, benché le gambe siano allungate. Dal punto di vista geometrico, l’impronta stereografica lasciata da un corpo o da una statua sarebbe distorta e deformata, soprattutto nella faccia: l’esatto contrario della raffigurazione veristica della Sindone.

Solo un bassorilievo di poca profondità può lasciare un’impronta simile. Non è naturalmente possibile sapere con certezza come si sia passati dall’uno all’altra, ma non è necessario scomodare i miracoli. Anzitutto, qualunque calco sarebbe automaticamente negativo e unidirezionale. Per quanto riguarda la tridimensionalità, ci sono due possibilità naturali. La prima è stata riprodotta dall’anatomopatologo Vittorio Pesce Delfino, che l’ha descritta in E l’uomo creò la Sindone (edizioni Dedalo). Basta scaldare un bassorilievo metallico a 220 gradi e appoggiarvi brevemente un telo, per ottenere un’immagine dal caratteristico colore giallastro della reliquia: lo stesso delle bruciature da ferro da stiro.

La tridimensionalità è causata da una duplice trasmissione del calore: per contatto diretto in alcuni punti, e per convenzione a distanza in altri. Le foto del libro mostrano come anche una rudimentale e brutta figura sia in grado di lasciare un’impronta sorprendentemente simile alla Sindone. La seconda possibilità è descritta dal chimico Luigi Garlaschelli nel delizioso libretto Processo alla Sindone (Avverbi), e rende anche conto di due fatti aggiuntivi: sulla reliquia sono state trovate tracce di colore, e le riproduzioni antiche mostrano un’immagine più intensa di quella attuale. In questo caso l’impronta è ottenuta ponendo il telo sul bassorilievo e strofinandovi sopra dell’ocra in polvere, come si fa col carboncino sulla carta. Col tempo il colore si stacca, e lascia un’impronta fantasma residua come le foglie negli erbari.

A ciascuno dei fatti oggettivi che abbiamo esposto è naturalmente possibile opporre opinioni soggettive, invocanti cause naturali o soprannaturali, nel tentativo di ricondurre la ragione alla fede. La più fantasiosa fra quelle avanzate, tra pollini e monetine, è certamente l’ipotesi che imprecisati fenomeni nucleari avvenuti all’atto della resurrezione atomica di Cristo abbiano modificato la struttura del telo, cospirando a falsarne la datazione in modo da farla coincidere proprio con il periodo della sua apparizione storica. Evidentemente, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Coloro che invece hanno orecchie per intendere, intendono: il fatto miracoloso non sussiste, e il caso è chiuso.