SI VA VERSO LE ELEZIONI ANTICIPATE

7 Luglio 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Se un partito sta al governo con una missione, e quella missione si rivela impossibile, che ci sta a fare? E’ la domanda che ponemmo a Follini ai tempi dell’approvazione della legge Gasparri. Allora Follini ci rispose che avrebbe votato quel testo turandosi il naso per vincolo di coalizione. Sono passati pochi mesi, e oggi Follini non risponde più così. Anzi minaccia l’appoggio esterno – come ieri avevamo anticipato – se Berlusconi restaura la monarchia tenendosi il ministero del Tesoro e di conseguenza il potere di nomina in tutte le grandi aziende pubbliche e perfino nella Rai. Da allora a oggi è cambiato qualcosa. E quel qualcosa è che nella maggioranza il vincolo di coalizione è di fatto caduto.

Di questo dovrebbe preoccuparsi il premier; per questo non dovrebbe sottovalutare, come lo invita a fare Fini, l’ultimatum dell’Udc. L’uscita dal governo di una delle componenti della maggioranza apre la strada a qualcosa di più di una crisi pilotata, e lascia intravedere lo scenario delle elezioni anticipate. Molti sostengono che potrebbe essere proprio questo l’obiettivo di Berlusconi, questo il senso del lungo interim: il premier avrebbe così lanciato un messaggio agli alleati: o mi approvate la riforma fiscale o me l’approverà il paese con un plebiscito. Ma l’arma è spuntata. Ed è spuntata non solo perché – come Berlusconi stesso ha riconosciuto a Panorama – oggi il centrodestra le elezioni le perderebbe. Ma perché le perderebbe anche domani, se diventassero un’ordalia interna alla Casa delle libertà. Berlusconi dovrebbe spiegare lo scioglimento col tradimento di un alleato, e dovrebbe condurre una campagna elettorale contro un alleato: la promessa di fare dopo e con un alleato in meno le cose che in tre anni non è riuscito a fare, non sarebbe granché credibile.

Ecco perché Follini oggi può rischiare, e perfino Fini può fargli da sponda. Oggi il subgoverno presta al governo Berlusconi più credibilità di quanta Berlusconi ne presta ad An e Udc. E’ un capitale politico che merita di essere speso, e fa dunque bene Follini a rompere gli indugi e a provocare uno showdown.

L’Udc sceglie correttamente anche i punti di merito di questa offensiva: stare al governo per veder affondare la riforma del risparmio o quella delle pensioni non ha senso. Stare al governo per vedere la Rai affogare nel gorgo del conflitto di interessi anche più di quanto sia avvenuto finora non ha senso. Stare al governo per pagare un assegno in bianco alla Lega sulla devolution, con pesanti conseguenze istituzionali ed economiche, non ha senso. Non ha senso per una forza moderata e moderatamente riformatrice. Uscire dal governo se questa rotta non si inverte ha senso perché costringe una crisi latente ad approdare in parlamento, e a essere risolta – se potrà essere risolta – nella trasparenza. Si dirà che tutto questo ha senso in un governo di coalizione e non in un governo del premier. Ma questo è ormai diventato – e da tempo – il governo Berlusconi.

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